Un insolito Capodanno

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“Un’unità di crisi vigilerà da Forte Braschi, la sede del Sismi a Roma, per tenere sotto controllo la situazione in Italia nel passaggio dal 1999 al 2000 ed intervenire in caso di emergenze provocate dal Millennium bug. Lo ha annunciato oggi a Milano Romano Oneda, coordinatore del Comitato per l’Anno 2000 della Presidenza del Consiglio dei ministri, durante un incontro con i giornalisti dedicato al baco del millennio, organizzato da Microsoft Italia” (Adnkronos, 27 ottobre 1999).

La misura del tempo: un problema complesso, sia che lo si affronti dal punto di vista matematico che da quello percettivo, che dilata o addensa il momento inducendo l’illusione di sottrarsi all’implicito condizionamento che comunque si scorre inesorabilmente verso la fine, e nessuno sa esattamente quando sarà.

Eliana Gemelli terminò di fare colazione e chiuse il giornale. Era convinta che tutto questo allarmismo sul cosiddetto millennium bug fosse eccessivo, ne aveva anche discusso con il programmatore che le aveva assicurato che i computer del suo studio lavoravano con programmi che erano perfettamente in grado di gestire il cambio di data. Essendo abituata a lavorare con i numeri, dato che faceva la commercialista, faticava ad attribuire significati apocalittici ad una semplice data: una sequenza di numeri, nulla più.

Chiuse la borsa da viaggio e guardò fuori dalla finestra il cielo basso e cinereo sopra le ghirlande e le stelle comete che illuminavano Corso Vercelli. A Milano avrebbe dovuto piovere, ma in Alto Adige i bollettini meteo prevedevano forti nevicate in serata, perciò avrebbe fatto bene a partire subito. Caricò la borsa sull’auto che aveva ritirato appena pochi giorni prima dal concessionario – il suo regalo di Natale, una solida Toyota Land Cruiser perfetta per i percorsi accidentati, che non avrebbe mai scelto e scomodissima per girare e parcheggiare in una città come Milano, ma a lei piaceva – e si avviò.

Lasciandosi alle spalle una città ancora tranquilla – chi doveva partire ormai era partito e chi restava era indaffarato a prepararsi per la serata – si chiese se stesse facendo una cosa sensata. Probabilmente no: non era del tutto ragionevole accettare l’invito di un istruttore di sci, conosciuto il giorno dell’Immacolata sulle piste della Val Gardena, a trascorrere l’ultimo dell’anno con lui in una baita isolata ad Ortisei.  Ma dopo 42 anni vissuti in gran parte con serietà e con prudenza Eliana sentiva di essersi guadagnata il diritto di compiere qualche deliberata sciocchezza, prima che fosse troppo tardi e che un imprescindibile senso del ridicolo intervenisse tempestivamente per impedirgliela. E poi, non aveva proprio voglia di passare di nuovo l’ultimo dell’anno da single a Milano.

Quando lei e Fulvio si erano lasciati, cinque anni prima, si era resa conto che dopo quindici anni di convivenza avevano ormai solo amici comuni, i quali avevano reagito con un certo imbarazzo alla notizia della loro quieta, civilissima separazione: dubitando sulla sincerità della laconica motivazione condivisa che semplicemente non erano più innamorati, avevano sospettato che vi fosse chissà quale torto compiuto da uno dei due a motivare una separazione altrimenti inspiegabile e per non sbagliare si erano pian piano allontanati da entrambi.

Eliana e Fulvio si erano conosciuti all’università Statale dove frequentavano la facoltà di Economia e Commercio ed avevano appena 22 anni quando decisero di convivere. I primi tempi furono economicamente difficili ma felici, nel modesto appartamento al Giambellino studiarono molto e si amarono altrettanto, sognarono e svilupparono progetti concreti. Crebbero insieme condividendo interessi e programmi e nell’87, nell’atmosfera frizzante di una Milano efficiente, determinata e sempre in movimento lasciarono i rispettivi impieghi per iniziare un’attività in proprio. Lavorarono molto, furono fortunati e comunque le cose andarono bene.

Fu all’alba del 1° gennaio del ’95, dopo aver trascorso la nottata dapprima in casa di amici e poi in giro per locali, rientrando a casa leggermente brilli – di quel tipo di alterazione che ti fa vedere le cose in modo più chiaro e ti presta il coraggio di affrontarle – che si guardarono in faccia e presero atto del fatto che qualcosa si era incontrovertibilmente spento. Si coricarono con un disagio sconosciuto e il giorno dopo ne parlarono con lucida serenità, arrivando alla conclusione che il profondo affetto che li legava non era più amore e che non avevano ancora l’età per farselo bastare. Non avevano voluto figli, non avevano beni né conti bancari in comune – Eliana ebbe modo di chiedersi se in queste scelte non vi fosse già il presentimento di una fine certa – perciò dovettero solo sciogliere la società; Eliana rimase unica titolare dello studio in Corso Vercelli e si trasferì in un appartamento a poche centinaia di metri.

Rimasero legati da un’amicizia complice e solidale che si allentò quando lui si innamorò di una coetanea americana e si trasferì a Boston. L’anno precedente Eliana era andata al loro matrimonio ed aveva provato un’incondizionata simpatia per Wendy, ma si era anche resa conto che era arrivato il momento di allontanarsi da Fulvio. Lo fece e si sentì molto sola, anche perché proprio in quel periodo i suoi decisero di trasferirsi sulla riviera ligure. Nel corso degli anni aveva cercato di intrecciare una relazione duratura, ma Fulvio era stato un compagno perfetto e alla fine nessuno aveva retto il confronto.

Così, quando il fascinoso istruttore di sci conosciuto a Ortisei, dove si era recata insieme a degli amici  aveva incominciato a farle palesemente la corte non si era sottratta.

(“… ma tu hai qualcuno che ti aspetta a Milano?”)

(“…no, a parte il lavoro. Tu?…”)

(“ah, mi sono appena separato, una storia complicata, ma ne sto uscendo”).

Non gli aveva creduto neanche per un attimo. E tuttavia, quando si erano salutati l’ultima sera senza che si fosse mai creata l’occasione per isolarsi dagli altri e lui l’aveva stretta a sé con un gesto imperioso, mormorandole nell’orecchio

“sarò solo in una baita appena sopra Ortisei, la notte dell’ultimo dell’anno. Che ne dici di raggiungermi?”

lei aveva obbedito alla suggestione del brivido che il suo fiato caldo le aveva propagato dalle ginocchia al cuoio capelluto.

Sulla A22 c’era traffico. Piovigginava, si avanzava in una coda che procedeva ad elastico, con delle pericolosissime ed inspiegabili fermate improvvise. Alle quattro del pomeriggio era ancora in prossimità di Rovereto ed incominciò a nevicare. Chiamò Peter e lo avvisò che era in ritardo; lui era già in baita e le confermò che stava nevicando anche lì. Quando uscì dall’autostrada a Bolzano Nord erano le sei passate, era buio pesto e la nevicata si era evoluta in tempesta. I tergicristallo faticavano a ripulire il parabrezza dai candidi fiocchi che turbinavano veloci e copiosi, venendole incontro con un movimento che pareva orizzontale e che dopo un poco le diede la nausea. La Land Cruiser sulla neve andava benissimo, il problema era che abbandonata la A22 la strada era praticamente deserta e con quel tempaccio  Eliana faceva fatica a vedere dove stava andando. L’ultimo cartello che riuscì a malapena a scorgere le disse che era a Castelrotto, quindi sulla strada giusta ma aveva ancora una quarantina di chilometri da fare. Proseguì ancora per un poco, con la neve che cadeva sempre più fitta ed il vento che soffiava impetuoso facendo ondeggiare i rami degli alberi già carichi di neve e ad un certo punto capì di essersi persa. Forse aveva deviato senza rendersene conto, in ogni caso vedeva solo neve e alberi e non sapeva dove si trovasse. Si fermò con i quattro lampeggianti in funzione e prese il cellulare, ma non c’era campo. Incominciò ad avere paura e si maledisse per avere deciso di partire da Milano nonostante le allerte meteo per quella zona, e tutto per un’avventura che si sarebbe chiusa con l’Epifania. Cercò di calmarsi e provò a proseguire sulla strada che diventava sempre più ripida e quando poco dopo scorse quella che le parve l’insegna di un albergo decise che si sarebbe fermata e al diavolo tutti i Peter Moroder del mondo.

Era una tipica costruzione altoatesina, con il tetto appuntito e spiovente, i balconi in legno e finestre a golfo alle due estremità della facciata. “Hotel Adler”: un’aquila che doveva aver visto tempi migliori, ma in quel momento andava benissimo. Le finestre del piano terra erano rischiarate da una luce fioca; Eliana parcheggiò davanti al portoncino d’ingresso, prese la borsa da viaggio ed entrò, mentre intorno a lei la tormenta di neve ringhiava furibonda.

Le venne subito incontro una signora di età indefinibile, alta e robusta, vestita con l’abito tradizionale della valle; reggeva un candelabro e la accolse con un sorriso cordiale:

“Brutto tempo per muoversi in auto. Qui siamo senza telefono e senza luce già da un po’, quindi sarà un ultimo dell’anno a lume di candela…”,

disse con l’accento tipico di quelle valli, da tedeschi che parlano bene l’italiano ma solo perché sono costretti.

La donna le fece strada sulla scala di legno che conduceva al primo piano e le aprì la porta di una confortevole camera arredata in stile tirolese e con una piccola stufa in maiolica; posò il candelabro sul cassettone e si congedò:

“ci raggiunga in sala da pranzo al piano terra, manderò qualcuno ad accendere la stufa”.

Eliana non aveva visto altre auto sul piccolo piazzale davanti all’albergo, ma forse c’era un garage sul retro. In ogni caso, non aveva intenzione di uscire per spostare la Land Cruiser. Guardò il corto abitino di lana che avrebbe dovuto indossare per la sua cena romantica ormai sfumata – il cellulare continuava ad essere inutilizzabile, non poteva nemmeno avvisare Peter che lo avrebbe raggiunto la mattina dopo  – e optò per un paio di pantaloni in velluto con un maglione. Scese cautamente le scale reggendo il candelabro

(“certo che la vita è strana, una volta che scelgo di uscire dalle righe mi perdo”)

e quando fu a piano terra si diresse verso un’ampia porta a doppio battente aperta, dalla quale provenivano un chiarore palpitante ed il brusio di conversazioni lievi accompagnato dall’acciottolio di stoviglie. Entrò in un’ampia sala rettangolare la cui parte centrale era occupata da una tavolata che ospitava una ventina di commensali. La parete di fronte aveva ampie finestre senza tende che guardavano il bosco dietro l’albergo e che ora offrivano il formidabile, spaventoso spettacolo della tormenta di neve che imperversava, con il vento che si infilava in ogni minima fessura fischiando sinistramente mentre la luce tremula delle candele rendeva l’atmosfera ancor più suggestiva e vagamente inquietante. Una delle pareti laterali era interamente occupata da un grande camino nel quale le fiamme ardevano alte e fluttuanti, facendo scoppiettare i ceppi di legno profumati di resina.

“Abbiamo una ragazza che si è persa nella tempesta qui con noi”,

disse la donna in costume battendo leggermente le mani per attirare l’attenzione degli ospiti, i quali dapprima si zittirono e poi parlarono tutti assieme salutandola ed invitandola a prendere posto. Eliana si sedette e si guardò attorno: erano tutte persone anziane, gli uomini impeccabili in giacca e cravatta e le signore eleganti ed ingioiellate, le chiome argentee o biondo platino agghindate in elaborate acconciature.

“Sa, ci siamo conosciuti qui molti anni fa ed abbiamo preso l’abitudine di riunirci per l‘ultimo dell’anno. Ma lei, come è capitata qui?”,

disse l’uomo seduto alla sua destra,

“…dovevo raggiungere un amico a Ortisei ma con questo tempo…”

Eliana si sentì avvampare e notò che qualche signora sorrideva comprensiva.

La serata prese a scorrere con un ritmo brioso e leggero mentre un flusso ininterrotto di parole scorreva da un capo all’altro della tavolata – Eliana poté distinguere accenti emiliani, toscani, romani e milanesi – mentre fuori la neve continuava a cadere in larghi fiocchi svolazzanti. Terminata la cena, il tavolo fu spinto sotto le finestre, qualcuno tirò fuori un mangiadischi a pile

(“non ne vedevo uno dagli anni ’70”)

e dopo vari fruscii partirono le note di “An der schönen blauen Donau” ed incominciarono le danze.

A mezzanotte brindarono solennemente e si abbracciarono e si baciarono alzando i calici verso la tempesta e il fuoco ed Eliana si sentì fanciullescamente felice quando il distinto signore che l’aveva guidata in molti giri di valzer le prese una mano, si esibì in un accenno di inchino con un movimento perfetto e disse:

“ora sa dove trovarci, ogni volta che si sentirà smarrita”

e gli altri assentirono seri e lei pensò che non avrebbe potuto essere un ultimo dell’anno migliore.

Quando salì in camera la stufa diffondeva un gradevole tepore, si infilò nel piumone a sacco e si addormentò all’istante.

Si svegliò con una luce vivida che filtrava attraverso le persiane: aprì la finestra e vide un paesaggio fiabesco, con la neve candida che splendeva sotto il sole, mentre grossi blocchi scivolavano dai rami degli alberi con un morbido fruscio ed un tonfo attutito. Si vestì e scese al piano terra e alla luce del giorno si rese conto che l’albergo era davvero malandato e pareva che ovunque si fosse posata una patina opaca. La proprietaria, che stava rigovernando la sala da pranzo, le preparò una colazione a base di pane nero, burro e marmellata.

“E così andrà ad Ortisei?”

le chiese, e sembrò che intendesse molto altro.

“andrò, sì, ma non so se mi fermerò”.

La donna le sorrise e quando giunse il momento di partire la aiutò a liberare la Land Cruiser dalla neve, poi la salutò con una vigorosa stretta di mano. Rimase a guardarla sulla soglia mentre faceva lentamente manovra e si immetteva sulla strada.

Alla luce del giorno si accorse che la sera prima aveva girato a sinistra senza rendersene conto, allontanandosi di poco dalla strada principale. Gli spazzaneve erano già all’opera e poté proseguire verso Ortisei. Il cellulare aveva finalmente ripreso a funzionare, ma

“…il numero da lei chiamato non è al momento raggiungibile”.

Seguendo le indicazioni di Peter, arrivata a Ortisei attraversò il torrente ed incominciò a salire. Affrontò un ultimo tornante e vide la baita, che sorgeva isolata su un piccolo pendio. Proprio davanti, sulla strada, c’erano una macchina della polizia e un’ambulanza con i lampeggianti in funzione; alcune persone andavano e venivano dalla piccola costruzione di legno. Eliana si allarmò. Fermò l’auto in una posizione leggermente defilata e si diresse a piedi in quella direzione

(“forse mi sono sbagliata e non è questa la baita”)

“scusi…”,

disse ad una donna che osservava la scena con le mani affondate nelle tasche e un cappello di lana calato fino agli occhi,

“…sto cercando un istruttore di sci che si chiama Peter Moroder, dovrebbe avere una baita da queste parti…”

“La baita è questa, ma è arrivata tardi”

“…ieri sera mi sono persa vicino a Castelrotto e ho dovuto fermarmi all’Hotel Adler…”

La donna la guardò con un’espressione sconcertata:

“…dico che è tardi perché lui è morto. La moglie ieri notte lo ha raggiunto qui e gli ha sparato con un fucile da caccia. Povera donna, non ne poteva più”,

(“ieri notte avrei potuto essere qui”)

il pensiero partì come una scheggia impazzita nel cervello di Eliana che si sentiva le gambe molli. La sconosciuta riprese a parlare:

non si preoccupi, lei è solo uno dei tanti motivi che l’hanno spinta a ucciderlo. Scusi, ma dove ha detto che si è fermata a dormire?”

“…Hotel Adler. Da qualche parte nella parte alta di Castelrotto…”

“so dov’è, ma credo che si sbagli. Quell’albergo è chiuso da dieci anni, dopo che un incendio dovuto a un difetto della canna fumaria ha ucciso tutti gli ospiti durante il cenone di Capodanno: erano tutti piuttosto anziani, non sono riusciti a mettersi in salvo. Gli eredi non ne hanno fatto più nulla e adesso sta cadendo a pezzi; qualcuno sostiene che tutti gli anni, nella notte di Capodanno, si vedono delle luci all’interno. Probabilmente qualche vagabondo, ma nei paesi si fa presto ad alimentare una leggenda. Ehi, non si sente bene?”

Eliana girò sui tacchi senza dire una parola e risalì in auto. Si allontanò, si fermò di nuovo, appoggiò la testa al vetro freddo del finestrino. Cercò di respirare a fondo. Non capiva

(“ora sa dove trovarci, ogni volta che si sentirà smarrita”),

non poteva, non voleva capire. Lei era abituata a ragionare sui numeri, a far tornare i conti: questi non sarebbero mai quadrati.

Non sarebbe ripassata davanti all’albergo, poiché era certa che lo avrebbe visto decadente e abbandonato. Si sarebbe ricordata di ogni minuto di quella notte in cui si era sentita serena e felice come quando era piccola e pensava che sarebbe stato per sempre.

Forse, prima o poi ci sarebbe tornata per un altro Capodanno e un altro giro di valzer.

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Sonia Fantozzi

Spirito irrequieto alla costante ricerca dei perché e dei percome. Ha lasciato Milano,ma in cima a una collina ha scoperto che sarà milanese per sempre.

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