Quell’unico gesto eroico

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“La menzogna diventa verità e passa alla storia” (George Orwell, 1984)

Nella Milano freneticamente effervescente, dinamica ed ottimista degli anni ’80 qualcuno era convinto di poter fare qualsiasi cosa e qualcuno era lucidamente persuaso della propria mediocrità: in fondo, sbagliavano entrambi.

Isabella Bernasconi posò uno sguardo carico di odio purissimo sulla schiena ossuta vestita di cachemire color cammello della signora Elvira Zanca, che usciva (con il resto della sua insignificante persona) dal bugigattolo malamente illuminato dove un architetto sadico aveva ricavato l’ufficio amministrativo. Sulla porta verniciata di bianco campeggiava una piccola targa di plastica con la scritta “Amministrazione” ed era collocato al piano superiore del negozio di abiti da sposa in Corso Buenos Aires denominato, con geniale originalità, “Atelier Sposabella”.

L’ineffabile signora Elvira, veneta trapiantata a Milano infelicemente sposata con un brianzolo calvo e grassoccio, il quale se la spassava con qualunque ragazzina disposta a lasciarsi abbagliare dalla sua lussuosa BMW e dalla luccicante plastica dell’American Express, le aveva appena rimproverato con una girandola di colorite espressioni la sua scarsa capacità di venditrice. Isabella aveva puntualizzato che, infatti, era stata assunta per fare l’impiegata amministrativa, non la commessa, ruolo che tuttavia le rifilavano ogni volta che una delle ragazze addette alla vendita era assente. Aveva aggiunto che comunque non poteva dire a una ragazza che pesava 80 chili distribuiti a caso su un metro e sessanta scarso che stava bene strizzata in un abito da sirena, solo per convincerla a comprarlo: al che la signora Elvira, avendo un vocabolario limitato ed una capacità di elaborazione del pensiero ancora più scarsa, aveva espresso il suo disappunto padronale con uno strillato

“cazzate!”

e se ne era andata sbattendo fragorosamente l’uscio.

Un angolo remoto della sensibilità ferita di Isabella fantasticò di afferrare il collo scarno della donna con entrambe le mani e sbatterle la testa contro il muro, imbrattando la parete del suo sangue e della poca materia cerebrale che doveva contenere: se l’immaginazione potesse uccidere, la signora ed il degno consorte sarebbero stati defunti già da un pezzo. Per fortuna, la giornata lavorativa era terminata ed era venerdì.

Prima di uscire prese da un cassetto della scrivania il biglietto da visita del night club William’s, noto locale notturno in via Manzoni, dimenticato da quel fesso del marito della signora Elvira tra i giustificativi che le aveva passato per la nota spese del mese. Sul retro del biglietto, scritto con la sua riconoscibilissima grafia tonda, un nome di donna, un indirizzo e un numero di telefono. Si mosse con passi leggeri sulle scale, entrò nell’ampio ufficio deserto della signora Elvira e depose con grazia il biglietto colorato sul costoso sottomano in pelle marrone. Non era proprio come sbatterle la testa contro il muro, ma era meglio che niente.

Isabella respirò l’aria fredda di febbraio, guardò il cielo grigio e pensò che avrebbe anche potuto nevicare. Allungò il passo e giunta in viale Tunisia prese per via Lazzaretto. Entrò nel vecchio stabile dei primi del ‘900 che avrebbe avuto bisogno di un deciso intervento di manutenzione, salutò con un cenno la portinaia che sedeva infagottata nella sua guardiola e salì le scale fino al quarto ed ultimo piano, dove abitava. Si chiuse la porta alle spalle con un sospiro, diede un’occhiata al telefono che non avrebbe squillato, dato che l’ultimo fidanzato l’aveva mollata la settimana prima perché

“sei il tipo di ragazza che ho sempre immaginato al mio fianco, ma manca la componente chimica”

 e si sentì finalmente libera di lasciarsi andare allo sconforto.

D’altronde, il fidanzato precedente, quando l’aveva salutata per l’ultima volta le aveva detto

“non posso starti vicino senza pensare al sesso, ma non ti sposerei mai”.

Tutti gli altri stavano nel mezzo, ma per una ragione o per l’altra a 35 anni, mentre le sue ex compagne del liceo classico statale Berchet erano sposate e con figli, lei non aveva nemmeno i presupposti di un eventuale matrimonio.

Il giorno dopo, mentre guidava verso il lago Maggiore per la visita settimanale alla mamma, ricoverata in una casa di riposo da quando, morto il papà, si era sottratta al dolore rifugiandosi nelle vaghezze vaporose dell’Alzheimer, il suo stato d’animo non era migliorato. Un cielo basso e pesante fronteggiava le acque plumbee del lago, increspate dal vento di tramontana. La mamma stava seduta in poltrona, davanti alla finestra della sua camera, intenta ad osservare un paesaggio troppo lontano. La abbracciò e notò che emanava la consueta leggera fragranza di talco; le sistemò la biancheria pulita nell’armadio, i biscotti nel comodino e tentò invano di intavolare una qualsiasi conversazione. Dopo un’ora si rassegnò ad andarsene e allora la mamma la guardò finalmente con attenzione e disse:

“…torni a trovarmi, mi ha fatto piacere vederla. Ma lei chi è?”

“Sono Isabella, sono tua figlia, mamma…”

“…figlia? Ma io e mio marito non abbiamo figli! Lei non è mia figlia!”

Isabella chiuse piano la porta alle sue spalle e si rimise in auto per tornare a Milano. Meditò che in fondo ciò che la malattia faceva dire alla mamma era la verità: lei non era sua figlia, era stata adottata a un anno di età e quando era bambina non capiva come mai i suoi genitori fossero tanto più vecchi di quelli delle sue amichette. Quando conobbe la verità, non fu mai tentata di scoprire chi fossero i genitori naturali: non l’avevano voluta e tanto le bastava e aveva ricambiato senza ulteriori turbamenti l’affetto con il quale era stata cresciuta da quelle persone.

“Comunque, sono una sfigata con un’infanzia felice, un’adolescenza così così ed un presente mediocre”.

Il lavoro in quel momento era il suo cruccio maggiore: privo di gratificazioni e con uno stipendio modesto stava condizionando le sue giornate (ed il suo stomaco) in maniera insopportabile, tanto che si era messa a sfogliare i giornali e a rispondere a qualsiasi offerta di lavoro impiegatizio. Giusto la settimana prima aveva avuto un colloquio in una grossa azienda chimica che cercava una segretaria per la direzione commerciale. Isabella si era presentata in tailleur blu e camicetta bianca, decolleté con il tacco nelle quali le gelavano i piedi, i lunghi capelli ramati raccolti in una treccia e un filo di trucco per valorizzare il viso dai lineamenti irregolari ma intriganti. Durante l’incontro si era via via convinta che quella fosse la volta buona e quando l’affascinante capo del personale l’aveva congedata con la frase di rito

“grazie, le faremo sapere”

ci era rimasta male, e si era sentita irrimediabilmente intrappolata nella limitatezza del suo orizzonte.  Quel sabato pomeriggio la visita alla mamma aveva appesantito con una mano di tristezza il suo malumore, così decise che avrebbe passato la serata in qualche locale, avrebbe bevuto e avrebbe cercato di non tornare a casa da sola. Ognuno si difende come può, e in fondo non aveva nessuno a cui render conto delle sue scelte.

I milanesi più modaioli si riversavano al Plastic, al Divina e al Vogue, ma lei preferì l’Old Fashion, che si trovava in viale Alemagna ed era adiacente al Palazzo dell’Arte, sede della Triennale. Lì un’umanità più varia, certamente più stropicciata, sudata ed imperfetta e perciò quasi autentica navigava a vista improvvisando una parte grossolanamente ingenua. Vi si potevano trovare onesti predatori sanguigni e senza troppe complicazioni, ed era proprio ciò di cui quella sera aveva bisogno.

Quando entrò la sala era già piena di corpi in movimento o in statica agitazione, cacciatori e prede in un gioco di ruoli chiaramente definito, più qualche lupo solitario che si chiamava fuori ed osservava ma rimaneva uno sfigato come gli altri. Fece un giro, scambiò qualche parola con gente che conosceva, passò dalla sala bagni per salutare la signora Imma, una povera donna dal viso costantemente sfatto dalla stanchezza che passava le serate in quel luogo a vigilare su non si capiva bene cosa. Di fatto, la signora Imma svolgeva un lodevolissimo ruolo sociale poiché era la confidente di molte frequentatrici dell’Old Fashion, le quali finivano per passare la serata in bagno a piangere sulle sue spalle esauste per le loro sventure amorose.

Isabella tornò verso il bar vicino all’ingresso e ordinò whisky e coca. Stava sorseggiando la bibita quando la sua attenzione fu attratta da un uomo che stava entrando in quel momento: alto, con lunghi capelli neri sciolti sulle spalle, indossava un abito scuro, camicia bianca e una sottile cravatta nera. Avrebbe avuto un aspetto decisamente funereo, se non fosse stato per la camminata flessuosa ed elegante come quella di un felino e per gli occhi scuri e ardenti, che illuminavano un volto di aristocratica bellezza dalla carnagione olivastra. Seppe subito con certezza  che il suo predatore era arrivato. Lo soppesò sfacciatamente – era lì per questo, in fondo – e lui ricambiò l’impudenza, puntando senza distrazioni nella sua direzione. L’uomo le fu vicino, guardò il suo bicchiere e disse:

“O whisky o coca, dovresti decidere. Così non è né l’uno né l’altro”.

Lei lo guardò, in balia della solita sensazione di aprioristica manchevolezza. Lui la guardava, gli angoli della bocca appena rialzati in un accenno di sorriso.

“Naturalmente, si può anche decidere per tutta la vita di stare in un ipotetico centro, che non è quasi mai una posizione di equilibrio, ma solo l’incapacità di scegliere: da una parte o dall’altra. Milioni di persone vivono così”.

“Non è sempre così facile scegliere. Comunque, stasera sarà whisky”

rispose lei con un tono secco, facendo un cenno al barista.

Rimasero per un poco in silenzio, la ragazza osservava lo strano anello all’anulare sinistro dello sconosciuto: in argento, con un grosso sigillo su cui era inciso un serpente che si attorcigliava intorno al simbolo dell’infinito. Lui si guardava attorno, lei temette ad un certo punto di avere già perso la sua attenzione e se ne dispiacque, perché la vicinanza fisica dell’uomo  esercitava su di lei la stessa insensata attrazione che spinge la falena verso la lampadina accesa. Così, fece un ulteriore passo verso quel fuoco:

“Stare qui a cercar di guardare attraverso questo vuoto o andarsene a cercare un possibile punto di contatto? Io scelgo la seconda opzione. La terza prevede che ti saluti senza nemmeno essermi presentata e me ne vada da sola”.

Allora lui la guardò con occhi differenti – carezzevoli, avrebbe detto lei – e rispose:

“la seconda, naturalmente. Puoi chiamarmi Gabriele”,

“…puoi chiamarmi Isabella”,

e mentre si dirigevano verso il guardaroba lui le cinse la vita con un braccio e lei poté sentire il suo calore farsi più vicino.

Fu così facile, così istintivo, tumultuoso e liberatorio. E poi, mentre guardava il buio ed avvertiva il suo sguardo su di sé senza vederlo, lei sentì il bisogno di parlare, di spogliarsi del tutto per rivelare il peso angoscioso della pochezza della sua vita a quello sconosciuto di cui solo il corpo le era familiare.

“…e alla fine non ho nulla, solo una serie di giorni tutti uguali e tutti ugualmente deludenti. Potrei persino scomparire e nessuno se ne accorgerebbe per diversi giorni. E, quel che è peggio, dopo un poco nessuno si ricorderebbe di me”.

“…nessuno si accontenta del proprio banale vivere quotidiano, non è vero? Tutti vorrebbero essere unici e straordinari e lasciare una traccia. Ma allora occorre osare almeno un unico gesto eroico, per non cadere nell’oblio, per non essere solo folla indistinta”.

Improvvisamente imbarazzata da quell’estraneo nel suo letto, Isabella si alzò e si infilò la vestaglia, si avvicinò alla finestra della camera da letto che dava su un piccolo cortile interno e la spalancò. Il cielo si stava rasserenando e una luminosa falce di luna rischiarava il tetto della casa di fronte.

Un gesto eroico, uno nella vita. L’ultimo.

Respirò l’aria fredda della notte, una qualsiasi notte milanese. Le girava la testa, non aveva cenato e aveva bevuto troppo, e un’opprimente tristezza le stava accorciando il respiro. In piedi sul davanzale della finestra allargò le braccia ed alzò il viso verso la luna:

“spiccare il volo ed essere libera almeno per qualche istante, ed andarsene con questo ricordo”

e si lasciò andare dolcemente verso il vuoto. Meravigliandosi di volteggiare leggera come una piuma sentì la voce dell’uomo, poco più che un sussurro

“…peccato però non sapere cosa sarebbe successo domani, e domani e domani…”.

Domani. Non ci sarebbe stato più un domani, come aveva potuto pensare che questa potesse essere una scelta? Continuava a precipitare senza fretta – era così da molti anni, del resto – e passando accanto allo stendibiancheria appeso fuori dalla finestra della signora Mantovani, al secondo piano, afferrò una delle corde in plastica ma sentì un violento strattone al braccio quando i due supporti in alluminio si piegarono e la corda si spezzò. Intanto, il cemento del cortile era sempre più vicino, e nella sua mente vi fu spazio solo per il terrore.

Un debole chiarore illuminava il cielo ad est quando Isabella riaprì gli occhi. Si accorse di essere rannicchiata in mezzo  al cortile con indosso solo la vestaglia scozzese mentre il ricordo della serata precedente si faceva strada a poco a poco nella sua memoria.

“…di nuovo il sonnambulismo, erano anni che non mi capitava… e pesante, stavolta sono addirittura uscita di casa. Il tizio di ieri sera (come diavolo si chiamava…) se ne sarà accorto? O me lo sono sognato, come ho sognato di volare dalla finestra aperta, stile Wendy di Peter Pan? E siccome sono sfigata anche quando sogno, invece di planare sull’isola che non c’è, eccomi nel cortile dietro casa a cercar di prendere una polmonite”.

Fortunatamente, qualcuno aveva dimenticato di chiudere la porticina metallica che immetteva sulle scale e poté rientrare senza incontrare nessuno. La porta di casa era chiusa ma non a chiave, l’appartamento era vuoto e silenzioso, sui tavolino del salotto c’erano i due bicchieri dai quali avevano bevuto generose dosi di whisky e vicino ad uno di essi lo sconosciuto aveva dimenticato l’anello con quello strano sigillo

(“allora non me lo sono sognato, almeno questo”).

Se lo infilò distrattamente all’anulare sinistro, era solo un po’ largo; entrò in camera da letto e si accorse della finestra spalancata. Ma ciò che la inquietò definitivamente, quando si sporse per chiudere le imposte, fu la vista dello stendibiancheria della signora Mantovani con i due bracci di alluminio piegati all’ingiù e una corda spezzata, un pezzo della quale si trovava nella tasca della sua vestaglia. Corse in bagno a vomitare, si infilò tra le lenzuola dove un odore e estraneo si mescolava al suo e trovò rifugio in un sonno pesantissimo e caritatevole.

Fu il trillo insistente del telefono a svegliarla, molto tempo dopo. Sul quadrante della radiosveglia lesse “lun 08,30” e si catapultò fuori dal letto per rispondere.

“…signorina Bernasconi? Sono Finzi, ci siamo incontrati la settimana scorsa per quel posto di segretaria di direzione, ricorda? Speravo di trovarla ancora in casa…ho il piacere di comunicarle che abbiamo terminato le selezioni e che il posto è suo. Se è ancora interessata, naturalmente”.

“…io…sì, certo, certo che sì”.

“Bene. Quando può venire qui per le formalità dell’assunzione?”

Isabella sorrise nello specchio alla sua faccia strapazzata:

“Nel primo pomeriggio, se per lei va bene”.

“Perfetto. Allora, a più tardi”.

La ragazza guardò l’anello con il sigillo e cercò di riflettere sulle singolari vicende del fine settimana appena trascorso, ma preferì concentrarsi sull’incontro del pomeriggio. Poi pensò alla sua vita che stava per cambiare, e si convinse che il solo gesto eroico possibile non è altro che resistere e perseverare ogni giorno nella ricerca di una via d’uscita.

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Sonia Fantozzi

Spirito irrequieto alla costante ricerca dei perché e dei percome. Ha lasciato Milano,ma in cima a una collina ha scoperto che sarà milanese per sempre.

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