Parole nel buio

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Nell’agosto del 2004 Atene ospitò i Giochi della XXVIII Olimpiade, tra entusiasmi orgogliosamente nazionalisti, ottimistiche previsioni economiche  ed aspirazioni all’ingresso nell’era della modernità. Il costo delle opere grandiose realizzate ad Atene, Salonicco, Volos, Patrasso e Iraklion condusse ad un indebitamento che segnò la fine della chimera e l’inizio della rovina. Lo stato di abbandono e di degrado nel quale oggi versa gran parte di quelle strutture ne rappresenta il triste simbolo.

Un tuono brontolò in lontananza cupo e profondo. Si avvicinò rotolando veloce, propagandosi in un lieve tintinnio dei vetri delle finestre del palazzo posto sull’angolo tra Via Monte Santo e Piazza della Repubblica. Fulvia alzò lo sguardo dalla complessa pratica che stava esaminando da ore e si accorse all’improvviso dell’ombra che la circondava al di fuori dell’alone tondo della lampada da tavolo. Si mise in piedi e tese le braccia sopra la testa, stirando la schiena indolenzita, andò alla finestra che si affacciava su Piazza della Repubblica e vide i nuvoloni neri come fuliggine che si ammassavano intorno alla sagoma della Torre Breda, che domina il lato destro della piazza, tra viale Tunisia e via Vittor Pisani. Poco dopo, la pioggia incominciò a scrosciare.

Erano le 21,30 del 13 agosto 2004 e la strada sottostante era deserta, come il resto delle zone centrali di Milano: chi non era partito per le vacanze era davanti alla televisione a godersi la cerimonia di apertura dei Giochi Olimpici di Atene. Fulvia tornò alla scrivania, spense il computer e ripose la cartellina gialla in un cassetto della scrivania. Si soffermò un istante a contemplare le due foto nelle cornici d’argento che vi giacevano a faccia in giù insieme ad altre carte, e fece male, perché la sofferenza esplose in piccoli spasmi lancinanti nel suo cervello stanco.

Un bel giorno non era più stata in grado di tollerare la vista di quelle due istantanee  e le aveva fatte sparire, non trovando il coraggio di distruggerle (forse sarebbe stato un gesto liberatorio, ma non era pronta): una la ritraeva giovane e sorridente, abbracciata ad un ragazzo alto e moro, nel giorno delle nozze, nell’altra reggeva tra le braccia suo figlio appena nato, e vi appariva felice e scarmigliata. Erano state scattate in un tempo lontano, prima che i medici rilevassero che il piccolo Federico era nato con una grave anomalia neurologica che gli impediva qualsiasi attività motoria e cerebrale. Nessuno era in grado di dire se avesse la percezione del caldo o del freddo, né del dolore o della paura o di qualsiasi altra sensazione: cresceva suo malgrado, nella sua immobile tragedia di assoluta impenetrabilità. Non c’era cura né intervento chirurgico che potesse salvarlo e sicuramente non sarebbe sopravvissuto per molti anni.

Un anno e mezzo dopo la nascita di Federico, suo marito se ne era andato e lei non se l’era sentita di biasimarlo: se avesse potuto, se ne sarebbe andata anche lei. Ma lei, la madre, non poteva. Era rimasta a guardare quel bimbo bellissimo e inanimato, un essere al quale la natura si era dimenticata di donare il soffio della vita, e una parte di lei (quanto grande?) si era lasciata morire a poco a poco.

Fulvia richiuse il cassetto con un gesto brusco, spense luce e aria condizionata e chiuse a chiave la porta blindata dello studio legale che condivideva con un socio e due impiegate, che sarebbero rimasti in ferie fino alla fine del mese. Fu tentata di chiamare sua madre, che viveva con lei e si prendeva cura di Federico, per dirle che avrebbe lavorato ancora un paio d’ore. Avrebbe potuto mangiare una pizza da qualche parte e rientrare quando suo figlio, che ormai aveva sei anni, sarebbe stato sicuramente già addormentato: per non vedere quegli occhi vuoti che le davano i brividi, per non provare quella sensazione di fastidio che la faceva sentire in colpa. Ma ebbe pena di sua madre, che sopportava tutto il giorno una croce che non era nemmeno sua, senza mai lamentarsi. Mentre percorreva il corridoio verso l’ascensore, udì un crepitio secco e rabbioso e un bagliore bianco illuminò la stretta vetrata che dava luce al piano: da qualche parte doveva essere caduto un fulmine.

Guido ebbe la sensazione che i capelli gli si rizzassero in testa quando fu abbagliato dalla luce vivida del fulmine che accese all’improvviso la finestra del suo ufficio e sobbalzò davanti al tecnigrafo al quale stava lavorando. Mentre il tuono rimbombava potente ed astioso, si accorse di quanto fosse tardi e si rese conto che si stava perdendo la cerimonia di apertura dei Giochi Olimpici.

Una grama volta che avrebbe avuto un motivo per tornare nel suo appartamento vuoto ad un orario decente, cioè prima dell’ora di scaraventarsi sfinito sul letto per non avere il tempo di accorgersi di quanto fosse deprimente quella solitudine, aveva fatto tardi senza accorgersene. Tra i quattro architetti che collaboravano nello studio era sempre l’ultimo ad uscire: era così da due anni, cioè da quando sua moglie se ne era andata portandosi via anche il cane e lasciando dietro di sé l’eco delle parole che gli aveva scagliato contro ed il peso della furia con la quale lui aveva reagito prendendola a schiaffi. Da quella sera, sua moglie non aveva mai più voluto incontrarlo da sola, e lui era costretto a vivere con una parte di sé che non conosceva e che non era sicuro di saper gestire.

Guido chiuse tutto in fretta e furia e si diresse a passi veloci verso l’ascensore: la luce intermittente rossa sopra le porte scorrevoli gli segnalò che stava scendendo dall’ottavo piano. Dopo pochi secondi ed una breve scampanellata, le porte si aprirono; entrò e fece un cenno di saluto alla giovane donna bionda che occupava la cabina (gli era già capitato di incontrarla e sempre la sera tardi, ne era certo). L’ascensore ripartì con un movimento lento e silenzioso. Come spesso succede in simili circostanze, quando non si ha voglia di fare conversazione, l’uomo e la donna tenevano lo sguardo fisso sugli indicatori luminosi sopra le porte.

Si trovavano esattamente tra il terzo ed il secondo piano, quando all’improvviso le luci si spensero e l’elevatore si fermò. La lampada d’emergenza che si trovava in un angolo del soffitto rischiarava debolmente la cabina silenziosa. La donna prese un cellulare dalla borsa, ma lo ripose subito scrollando la testa:

“niente, non c’è campo, figuriamoci. Speriamo che torni in fretta la corrente”.

“…già. Se anche tentassi di aprire le porte, ci siamo fermati tra un piano e l’altro e non potremmo uscire. Colpa del temporale, capita spesso. Speriamo solo che il fulmine non abbia provocato grossi danni a qualche centralina”.

Guido rifletté che era venerdì sera, era il 13 agosto, gli uffici dello stabile erano tutti chiusi e la maggior parte degli inquilini era via per le ferie. Considerò che la cabina era abbastanza grande, ma erano in due a respirare, e presto avrebbe incominciato a far caldo. Fulvia pensò più o meno le stesse cose. Parlando più che altro a sé stessa, disse che sua madre era abituata ai suoi ritardi e con ogni probabilità si sarebbe addormentata accanto a suo figlio: sarebbero passate molte ore prima che si preoccupasse per la sua assenza.

(“Così hai un figlio ma se ne occupa tua madre, quindi suo padre non c’è, e non so perché mi viene da pensare che la sua assenza sia definitiva”), pensò Guido prima di replicare:

“…a casa mia ad aspettarmi non ci sono nemmeno delle tartarughe acquatiche, che comunque non saprebbero dare l’allarme”.

La donna fu colpita dall’amarezza che trasparì da una frase che voleva essere spiritosa  e prese ad osservarlo in quel fioco chiarore: doveva essere poco più giovane di lei, intorno alla trentina, robusto, con lisci capelli castani che gli ricadevano sugli occhi scuri e seri e la barba di un paio di giorni, una polo troppo larga indossata sopra i jeans e mocassini leggeri. Aveva l’aspetto trasandato e sofferente di uno che non è in pace con sé stesso né con il resto del mondo

(“ma in fondo, io sono solo vestita e pettinata meglio”).

In quello spazio relativamente angusto l’uomo e la donna si guardavano, indecisi tra l’imbarazzo derivante dalla consapevolezza di una forzata promiscuità ed il sollievo di condividere un contrattempo con un altro essere umano. Il tempo trascorreva lentamente: erano chiusi lì dentro ormai da un’ora, il che induceva ad escludere l’eventualità di un guasto da poco. Guido si era seduto per terra, appoggiato ad una parete  e Fulvia lo imitò, cercando di tirarsi la gonna sulle ginocchia. Lui pensò che aveva delle gambe notevoli e che avrebbe potuto essere decisamente bella, se non fosse stato per una sorta di apatica rassegnazione che si rifletteva sul suo volto.

La luce di emergenza lampeggiò per qualche istante, poi spirò con un lieve schiocco, e allora fu davvero buio. Faceva caldo e ognuno dei due sentiva il respiro ansioso dell’altro. C’era un’incrinatura nella voce di lei quando chiese:

“quanto potremmo resistere qui dentro? …per l’ossigeno, intendo”.

“…qualche ora. Non lo so, non ho visto abbastanza film sull’argomento”.

“Se nessuno ci soccorre fino a domani…”

“…smettila, per favore. Questo maledetto guasto sarà riparato tra poco, siamo a Milano, mica nel deserto“.

Le si era rivolto dandole del tu, benché non ne conoscesse il nome: perché vi sono circostanze in cui le formalità sono decisamente fuori luogo. Tacquero a lungo. Guido si distese sul pavimento che puzzava di gomma e sospirò di sollievo allungando le gambe indolenzite. Poco dopo lei fece altrettanto e pensò che era passato molto tempo dall’ultima volta che si era sdraiata accanto ad un uomo, e le venne da ridere nel buio, ma lui non se ne accorse.

Nella cabina dell’ascensore non arrivava alcun rumore esterno e nell’oscurità densa l’uomo e la donna potevano solo immaginarsi. Di tanto in tanto, muovendosi si urtavano involontariamente: decisero infine di presentarsi e lo fecero sfiorandosi appena le mani. Si erano già incrociati su quell’ascensore; parlarono del più e del meno, tentando senza troppa convinzione di non cedere all’intimità che si stava stabilendo nell’atmosfera rarefatta di quello spazio, circoscritto da claustrofobiche pareti di acciaio.

“…Guido…”

“…sì?”

“…siamo qui da quasi quattro ore. Potresti essere l’ultima persona della mia vita”

“…sì”,

mormorò Guido, comprendendo perfettamente ciò che intendeva dire.

Allora lei ebbe bisogno di dar voce al dolore per la sua vita spezzata da quel figlio inerte dallo sguardo opaco, che per quanto si fosse sforzata non era mai riuscita ad amare ed ora nemmeno ci provava più, lo osservava crescere con rancorosa disattenzione, attendendo una fine che si augurava ogni giorno. Gli raccontò anche del dispiacere silenzioso di sua madre, che intuendo tutto ciò colmava il bimbo di attenzioni e di amore senza nulla aspettarsi, e del costante, opprimente rimorso che non riusciva ad ignorare.

“Mi alzo tutte le mattine, vengo in studio, mi butto a capofitto nel lavoro. Qualche volta la sera mi guardo allo specchio e nei miei occhi vedo lo stesso vuoto che c’è negli occhi di mio figlio e penso che questa sia la punizione per l’incapacità di provare almeno della pietà per quel povero essere incolpevole. E so anche che non avrò pace nemmeno quando non ci sarà più, perché continuerò a non riuscire a perdonarmi, né a comprendermi”.

E Guido, dopo un lungo momento sospeso nel quale si sentivano solo i loro respiri affaticati, le raccontò di sua moglie, di quanto desiderasse un figlio che lui non voleva perché non si sentiva pronto a fare il padre, dell’insistenza asfissiante di lei e della sua irritazione, della frattura dapprima sottile e poi sempre più profonda che aveva finito per determinare una distanza incolmabile. Non fu facile parlare di cosa successe quella sera, quando sua moglie lo accusò di egoismo e di immaturità e gli pose un ultimatum. Sentirsi dire che lui non le bastava lo aveva ferito e gli aveva fatto intuire che il loro matrimonio era basato su un equivoco, ma non sapeva comunque spiegare la rabbia improvvisa ed incontrollabile che gli aveva fatto alzare le mani su sua moglie: lui, persona mite ed accomodante, che rifuggiva i confronti, figurarsi gli scontri.

“…mentre la schiaffeggiavo e vedevo lo sbigottimento sul suo volto, io ho provato una sensazione esaltante, mi sentivo…appagato. Mi sono fermato quando nei suoi occhi ho letto la paura, perché aveva capito ciò che stavo provando. L’ho perduta in quel momento ma in realtà ci eravamo smarriti molto prima, e non è la sua mancanza che mi fa star male, ma la scoperta di quella parte di me che è affiorata quella sera. Da allora, evito accuratamente qualsiasi relazione stabile”.

La voce di Guido era poco più che un sussurro e Fulvia aveva avvicinato il viso al suo, per udirlo. Aveva sentito il suo fiato caldo sulla guancia e sul collo, e quando lui aveva smesso di parlare non si era spostata.

Era stato il buio a raccogliere le loro storie, ed ora la vergogna ed il tormento parevano stemperarsi in quella tenebra afosa che toglieva il respiro. Fulvia ebbe la sensazione di fluttuare e di guardarsi da fuori, e quando vide i loro corpi che si abbracciavano, pensò semplicemente che nessuno vuole morire da solo. Guido cercava di non far caso al ronzio nelle orecchie e quando lei si avvicinò ancora un poco, si disse che forse non ci sarebbe stato un domani e allora sperò di portare con sé il ricordo di quel momento.

Erano quasi le tre quando la cabina si illuminò all’improvviso e l’ascensore si mosse con un sobbalzo; pochi istanti dopo furono a piano terra e le porte scorrevoli si aprirono. Ci volle qualche secondo prima che riuscissero a rimettersi in piedi, avevano le vertigini e attraversano l’atrio barcollando.

Uscirono, respirarono a pieni polmoni l’aria rinfrescata dall’acquazzone e videro che nel cielo sopra gli alti palazzi di piazza della Repubblica splendeva la luna. Tra poco i lampioni si sarebbero spenti e l’alba avrebbe rischiarato il cielo, e si preannunciava una giornata di sole.

“Vieni, facciamo due passi, è meglio se camminiamo”,

disse Guido, e Fulvia prese il braccio che lui le offriva. La città dormiva, camminarono piano per le strade lavate dalla pioggia ascoltando il suono dei loro passi sul selciato, continuarono a stare vicini senza dirsi nulla. Si erano già detti molto, forse talmente tanto da trasformare un inizio in una fine.

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Sonia Fantozzi

Spirito irrequieto alla costante ricerca dei perché e dei percome. Ha lasciato Milano,ma in cima a una collina ha scoperto che sarà milanese per sempre.

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