29 settembre

Tempo stimato di lettura: 9 minuti

Verso la fine di settembre in certi pomeriggi c’è questa luce morbida e radente,  il sole un poco velato che accarezza l’acqua del fiume accendendola di una luminosità soffusa, qualche bagliore dorato sulle foglie degli alberi che iniziano ad appassire.

Si ha meno fretta di vivere, perché si percepisce qualcosa di dolcemente morente, in questi pomeriggi alla fine di settembre, e lo si accoglie con un dispiacere lieve, confortato dalla certezza di un’assenza che sarà lunga, ma non definitiva.

In quest’ampia ansa, ora notevolmente ridotta in conseguenza della marcata siccità che ha caratterizzato primavera ed estate, il Ticino scorre veloce e privo di turbolenze tra larghe sponde piatte di sassi bianchi e i boschi appena un poco più in su. Lasciata l’auto in uno spiazzo, si cammina per qualche centinaio di metri percorrendo una strada sterrata, si attraversa una piccola lanca ed infine un tratto di boscaglia e quando si raggiunge la riva sembra di essere molto lontani da Milano, dalla quale invece Cuggiono dista solo pochi chilometri: il fiume e questo paesaggio stabiliscono distanze di ben altra rilevanza.

Sono riuscito a ritagliarmi questo venerdì pomeriggio di ferie e mi sono incontrato con Luigi, amico d’infanzia e fidato meccanico, nonché appassionato di pesca come il sottoscritto. In gioventù abbiamo condiviso molto tempo e frequentato per anni le stesse compagnie, poi sono arrivate le mogli, i figli, e ritmi di lavoro sempre più pressanti.  Tuttavia la nostra amicizia non si è mai logorata, e oltre a qualche occasione conviviale che coinvolge anche le rispettive famiglie, abbiamo coltivato con affettuosa tenacia il rito delle nostre parentesi fluviali.

Quando possiamo, nella bella stagione scegliamo dei pomeriggi infrasettimanali per evitare eventuali fastidiosi bagnanti e rumorosi spiaggianti, e queste ore di quiete svolgono egregiamente la funzione di camera di decompressione: fissando un punto sulla superficie dell’acqua, nell’attesa a volte vana del leggero strappo del pesce che ha abboccato tirando sott’acqua la testa colorata del galleggiante, nel corso degli anni ci siamo confidati e confortati sulle vicende più intime. Lo sguardo concentrato su quel minuscolo oggetto e l’apparente noncuranza della presenza dell’altro sortisce sempre l’effetto di far fluire i pensieri con insolita lucidità e di saperli esprimere con chiarezza e con sincerità priva di qualsiasi mediazione.

“E così tua figlia ha fatto il test per la facoltà di medicina, Luigi?”

“Già. Mi toccherà mantenerla ancora per dieci anni, come minimo…”

“…vuoi far cambio col mio, che ha deciso di fare l’avvocato? Penalista, per giunta. Che poi io credo che occorra perdere la capacità di indignarsi, che sia indispensabile smarrire il senso della giustizia, per fare i penalisti…”

“…potrebbe sempre difendere solo quelli che ritiene davvero innocenti…”

“…certo, e mangiare un giorno sì e due no…”

“…dai, che non possiamo lamentarci, sono due bravi ragazzi”.

Sto per dargli senz’altro ragione, ma siamo distratti dall’abbaiare di un cane. Ci voltiamo verso il bosco e ne vediamo uscire di corsa un grosso terranova dal lucido mantello nero, seguito da una ragazza alla quale evidentemente è sfuggito.

“Jack, fermati!”,

ma il cagnone corre festoso nella nostra direzione. La ragazza salta con grazia da un sasso all’altro e quando lo raggiunge lo afferra per il collare. Ansima appena per la corsa, e noi restiamo per un attimo impappinati a guardarla mentre armeggia con il moschettone del guinzaglio: perché anche così, in calzoncini corti, maglietta e scarpe da jogging, i lunghi capelli neri legati con un elastico e senza un filo di trucco, è indubbiamente una di quelle belle da voltarsi a guardare quando passano per strada.

Lei ci osserva sorridendo,  ha le iridi di un incredibile verde smeraldo e minuscole gocce di sudore brillano sulla sua fronte alta e liscia e sulla leggerissima peluria sopra il labbro superiore.

“…scusate, stavo correndo sull’argine e mi è scappato…scusate ancora per il disturbo…dai, Jack, torniamo su”.

Si rialza con un piccolo balzo elastico mentre noi restiamo muti, girati a mezzo e con le punte delle canne abbandonate a sfiorare l’acqua, e possiamo solo contemplare la lunga coda di capelli corvini che oscilla sulla sua schiena dritta, la vita sottile, il sedere tonico e le gambe snelle che si muovono sicure ed eleganti su quel terreno sassoso.

“Carlo, abbiamo appena fatto la figura dei cinquantenni pirla”,

sogghigna Luigi, e come dargli torto? E poi se ne esce con questa domanda:

“…ma tu, hai mai tradito tua moglie?”

E io non so cosa rispondergli. Allora, gli racconto una storia che ancora non conosce.

…Antonella era arrivata nella mia vita dopo una lunga serie di fidanzate che portavano tutte chiaramente impressa una data di scadenza. Nel ’97 avevo compiuto trent’anni, nell’ufficio dove lavoravo mi era appena stata riconosciuta una promozione, mio padre era mancato da poco ed io mi ero sentito improvvisamente pronto per delle responsabilità che fino a quel momento non avevo preso in considerazione. Di lei mi innamorai quasi subito, e via via più profondamente. Alla fine dell’inverno del ’99 Antonella mi comunicò di essere incinta, e questo fatto ci indusse ad anticipare la data delle nozze. Ci sposammo dunque in maggio, ed ero felice, un poco confuso perché non avevo ancora pensato ad un figlio, ma convinto che quella donna e la vita con lei e con i figli che sarebbero venuti fossero esattamente ciò che volevo.

Qualcosa incominciò a cambiare a mano a mano che la gravidanza di Antonella procedeva: assistevo alla metamorfosi del suo corpo, una volta flessuoso e snello, che nel giro di sette mesi era aumentato di dodici chili ed ero turbato dal suo ventre deformato da una tonda prominenza. Mi faceva impressione vederla camminare a fatica con le gambe sempre leggermente divaricate per l’impaccio di quella pancia appesantita, la postura condizionata da un costante mal di schiena, e scrutando il suo viso gonfio dalla pelle tesa e leggermente lucida faticavo a comprendere la radiosa contentezza che pareva esprimere, e dalla quale mi sentivo escluso. La osservavo spogliarsi ogni sera ed infilarsi goffamente nel letto alla ricerca di una posizione comoda e provavo per lei una commossa tenerezza e  della gratitudine per questo figlio che portava in grembo, ma il desiderio si era affievolito fino a spegnersi del tutto.

Anche l’appartamento che avevamo affittato in via Morosini, a poche centinaia di metri dalla piazza con la bella Chiesa di Santa Maria del Suffragio, era in costante trasformazione perché mia moglie collocava e ricollocava lettino, seggiolone, carrozzina e altre suppellettili, alla ricerca della sistemazione ideale.

Quell’anno trascorremmo le ferie a Macugnaga con i suoi genitori, che possedevano una piccola casa in paese ed io ero tornato a Milano innervosito ed insofferente. Così, approssimandosi la fine di settembre, dissi a mia moglie che volevo andare a Livigno per acquistare una macchina fotografica, visto che la mia vecchia reflex era arrivata al capolinea: a quell’epoca quegli articoli erano davvero convenienti, con sconti ben superiori all’esenzione dell’IVA legata alla zona franca.

Come immaginavo come speravo – mi disse che non se la sentiva di muoversi: era ormai all’ottavo mese ed era davvero grossa ed anche un poco sofferente. Quando replicai che io comunque avrei trascorso a Livigno il fine settimana mi lanciò un’occhiata di risentito stupore, ma non disse nulla.

Il sabato mattina la salutai dicendo che magari sarei rientrato la sera stessa (cosa che non avevo nessuna intenzione di fare) e mi misi al volante della mia Fulvia Coupé HF del ’74, comprata usata nell’80 e pagata a rate, macchinetta grintosa ma ormai frusta e del tutto inadatta a trasportare un marmocchio col seggiolino sul sedile posteriore. Stavo aspettando che arrivasse la Fiat Tipo che avevo ordinato tre mesi prima: vettura che mi faceva venire il magone, ma era giunto il momento di adeguare anche quella scelta alle esigenze della famiglia.

Finii con l’attribuire a quel breve viaggio il significato di commiato da un’attitudine mentale e da uno stile di vita che sarebbero inevitabilmente mutati per molti anni, trascorsi i quali non sarebbe comunque stato possibile tornare indietro, perché nel frattempo noi saremmo irrimediabilmente cambiati. Avevo pensato di essere pronto, e invece ero impensierito e dubbioso: era davvero quella la vita che volevo?

Allontanandomi da Milano presi la distanze anche da quei pensieri confusi e comunque tardivi, e quando giunsi a Livigno, dove splendeva un sole vigoroso ma ingannevole, poiché non riusciva a mitigare l’aria fredda che spirava dalle montagne, ero rasserenato e quasi convinto che diventare padre poteva essere un’esperienza meravigliosa. Quasi.

Era il 29 settembre del 1990.

Mangiai un panino e poi girai per gli innumerevoli negozi del paese, confrontando modelli e prezzi del tipo di fotocamera che mi interessava.

La presenza di tanti esercizi commerciali e di un turismo di passaggio richiamato proprio dalla convenienza di certi generi non aveva comunque inciso in maniera vistosa sull’aspetto del paese, che conservava le caratteristiche di un borgo montanaro, con alberghi di dimensioni limitate ed in stile rigorosamente alpino ed antiche costruzioni basse in pietra e legno, soprattutto nella parte più vecchia del paese.

Mi godetti la giornata, maturando gradatamente la consapevolezza che l’innocente fuga era apprezzabile proprio in virtù della sua eccezionalità, ed il pensiero di mia moglie che mi aspettava nella nostra casa con mio figlio che sarebbe nato di lì a poco era confortante ed imprescindibile. Tutto a posto, dunque: cionondimeno, non mutai la decisione di dormire a Livigno.

Trovai quello che cercavo e comprai anche un profumo per Antonella, e nel tardo pomeriggio, seduto fuori da un bar ad osservare distrattamente il via vai nella strada davanti ad una cioccolata, mi accorsi che il tempo stava volgendo velocemente al brutto, e il vento sospingeva dal Foscagno nubi violacee e sempre più basse. Una ragione in più per evitare di mettersi sulla via del ritorno nell’oscurità che stava calando, con la mia instabile vetturetta. Mi misi dunque alla ricerca di una sistemazione per la notte, ed evitando i costosi alberghi nella zona centrale mi spostai nella parte più alta del paese.

I primi lampi squarciavano il cielo ormai completamente scuro ed i tuoni parevano rotolare come pietre nella valle, quando scorsi l’insegna della “Baita della Luna”: poco più di una casetta su di un piccolo spiazzo.  Entrai e dopo una breve attesa nell’atrio raccolto e odoroso di legno, che rivestiva per intero le pareti, comparve un ometto curvo di età indefinibile. Il prezzo per una camera era decisamente buono e mi consegnò le chiavi della numero 101. La stanza era inaspettatamente spaziosa e pulitissima, con un balconcino che affacciava sulla piazzetta che fungeva da parcheggio e dove avrei senz’altro portato la mia amata HF.

Telefonai a mia moglie e le dissi che non mi sarei mosso perché si era scatenato un bruttissimo temporale, cosa che tra l’altro era vera. Poiché in albergo non c’era ristorante, dovetti uscire per cena e quando rientrai i tuoni erano tanto fragorosi da far tintinnare i vetri, mentre nel cielo si svolgeva un terribile ed ammaliante spettacolo pirotecnico. Nel parcheggio vi era solo la mia auto, e per quanto avevo potuto notare dal quadro dove erano appese le chiavi, otto in tutto, ero l’unico ospite dell’albergo.

Mi feci una doccia e mi infilai sotto il piumino con l’ultimo numero di Dylan Dog, l’indagatore dell’incubo con la faccia di Rupert Everett, acquistato prima di andare a cena. Il temporale si era acquietato, ed era cessato anche il rumore della pioggia. Prima di spegnere la luce mi alzai a gettare uno sguardo sulla strada e quando scostai la spessa tenda vidi volteggiare nella notte fiocchi di neve larghi e pesanti, che fortunatamente si disfacevano sull’asfalto bagnato. Non era così infrequente la neve alla fine di settembre, da quelle parti, ma mi fece comunque un certo effetto. Mi addormentai poco dopo, riflettendo sulla stranezza di dormire tutto solo in un albergo completamente vuoto.

Fui risvegliato bruscamente da un tuono fragoroso che mi fece sobbalzare nel letto: c’era di nuovo il temporale e la pioggia aveva ripreso a scrosciare, tuttavia in quella cacofonia di suoni percepivo anche dei rumori nel corridoio: il leggero cigolio di una porta che si apriva, dei passi sul pavimento di vecchie assi di legno. Mi alzai e guardai nella piazzetta, ma l’unica vettura parcheggiata era la mia. Doveva comunque essere arrivato in altro ospite, evidentemente. Le lancette luminose del mio orologio da polso segnavano le 23, e quando cercai di accendere la lampada sul comodino mi accorsi che era mancata la luce. Andai in bagno al buio e mi rimisi sotto il piumino. Udii di nuovo dei passi leggeri proprio davanti alla mia porta: tesi le orecchie ed avrei giurato di sentire un respiro appena al di là dell’uscio. Poi, un leggero bussare. Mi si rizzarono i capelli sulla nuca.

“…c’è qualcuno? Nella mia camera è mancata la luce…”

Una voce femminile, giovane e gentile. Che cretino, dovrei cambiare letture, la sera prima di dormire, avevo pensato. Aprii la porta con un certo sollievo, perché per qualche misteriosa ragione il pensiero di essere da solo in quell’alberghetto mi rendeva inquieto.

“…ho visto che l’unica chiave che mancava dal quadro era questa, oltre alla mia, e mi sono permessa…nella sua stanza ci sono per caso delle candele? Detesto stare al buio”.

Nell’oscurità densa riuscivo a malapena a distinguere una figura minuta, in pantaloni e maglione chiaro, con una chioma voluminosa e scura che incorniciava il volto che mi pareva sottile ed appuntito.

Nel cassetto del comodino trovai effettivamente un’unica candela, e quando lei l’accese con l’accendino che estrasse dalla tasca dei pantaloni la fiamma illuminò i suoi lineamenti fini e gli occhi di un verde chiarissimo orlati da ciglia lunghe e nere. Entrò nella stanza e quando mi passò accanto percepii un’acuta fragranza fiorita ed il lieve tintinnio dei lunghi orecchini che pendevano dalle orecchie, e nel frastuono della tempesta che imperversava là fuori mi sentii di colpo scaraventato in una dimensione straniante, nella quale tutto poteva succedere, e tutto era permesso.

Lei si era seduta sul letto e aveva preso a parlare con voce bassa e carezzevole, scostandosi i lunghi capelli dal viso con le piccole mani che si muovevano veloci e aggraziate come farfalle, e ancora oggi non saprei riferire una sola parola di ciò che disse quella notte: lei parlava ma io non afferravo una sola parola, assorto nel suo viso che alla luce danzante della fiamma della candela appariva bellissimo e spettrale.

Potrei però narrare a lungo della sorprendente familiarità con la sua pelle morbida e tiepida, del suo corpo sottile, della sua voglia, imperiosa e dolcissima, del piacere assoluto che dai sensi si trasmetteva al cervello, saturandolo ed occupandolo per intero, e di come tutta la mia vita fosse svanita all’improvviso: tutto il mio essere esisteva solo in quel luogo e in quell’istante.

Mi svegliai riposato e con la mente leggera, e nella stanza non vi era traccia della ragazza della quale non sapevo nemmeno il nome. Per quanto rievocassi nella mente gli avvenimenti di quella notte, non affiorava alcun senso di colpa né tantomeno vi era segno dei patemi che mi avevano spinto a prendermi quella breve pausa: che considerai comunque conclusa, avevo preso commiato da tutto ciò che era ora di abbandonare, e potevo tornare a casa. Fuori splendeva di nuovo il sole.

Tuttavia, mentre facevo colazione con appetito lupigno nella piccola sala apparecchiata non potei fare a meno di chiedere all’anziano albergatore se l’altra ospite fosse già partita. Il vecchio smise per un attimo di armeggiare con la macchina del caffè e mi sogguardò scuotendo la testa:

“E’ lei l’unico ospite, caro signore. Il mese di settembre è stato un disastro, con tutta quella pioggia e quel freddo prematuro…”

Bene, dovevo essere talmente stressato (e quanto tempo era che non toccavo più Antonella?) che mi ero sognato tutto. Un bel sogno, peraltro, e così intenso, sembrava tutto vero. Ecco perché non mi sentivo in colpa. Mi sentii sollevato, eppure al tempo stesso un poco deluso. Comunque, avevo voglia di salire sulla mia HF, tornare a Milano e abbracciare mia moglie e la sua pancia ingombrante e dura.

Fu quando aprii il cassetto del comodino per controllare di non dimenticare nulla che vidi i due grandi orecchini pendenti. Li tenni nelle mani, fissandoli inebetito, e annusando una lieve traccia di profumo di rosa…

“Così, Luigi, non saprei proprio rispondere alla tua domanda. Tu che ne dici?”

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Sonia Fantozzi

Spirito irrequieto alla costante ricerca dei perché e dei percome. Ha lasciato Milano,ma in cima a una collina ha scoperto che sarà milanese per sempre.

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