La scelta di Cecilia

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La nebbia possiede una sua innegabile poesia che risiede nell’indefinitezza possibilista nella quale tutto avvolge e occulta, suggerendo inesistenti morbidezze, smussando spigoli, ingentilendo contorni altrimenti brutali.

E’ uno strano novembre: le temperature basse del primo mattino nelle ore centrali della giornata raggiungono tepori primaverili e al tramonto il cielo sopra Milano si accende di bagliori dorati e purpurei che si riflettono sulle vetrate dei nuovi grattacieli di Porta Nuova e sulle acque dei Navigli, che scorrono luccicanti e magmatiche. Eppure, manca appena poco più di un mese a Natale.

In Piazzale Lagosta regna la consueta sferragliante confusione di un qualunque pomeriggio di sabato, eppure nella villetta dei Maggi regna una quiete immobile e silente mentre i colori vividi di questa giornata si smorzano in un tramonto sgargiante e frettoloso. La casa è miracolosamente appartata dal contesto della grande piazza in virtù di un minuscolo giardino racchiuso all’interno di un’alta siepe di lauro e dominato da una vetusta palma, pianta di invidiabile resilienza e di inspiegabile capacità di adattamento a qualsiasi clima e latitudine.

Al pari degli altri edifici del Piazzale sito nel quartiere Isola, fu costruita negli anni ‘20 sui resti del cimitero dell’antica Porta Comacina, detto “della Mojazza” dal nome di una cascina che sorgeva nelle immediate vicinanze. Allestito nel 1685 e spostato un secolo dopo di poche decine di metri, sui terreni che si stendevano da Piazzale Segrino a Piazzale Lagosta, a causa delle infiltrazioni acquose nel terreno, cadde in disuso nel 1895, quando vennero costruiti il Maggiore e il Monumentale.

In seguito alla sconsacrazione non furono mai trasferite le salme, tra le quali si trovano quelle di Giuseppe  Parini, il quale lasciò precise disposizioni  sulle proprie esequie (“Voglio, posso e comando che le spese funebri mi siano fatte nel più semplice e mero necessario, ed all’uso che si costuma per il più infimo dei cittadini”), ma anche di Cesare Beccaria, di Francesco Melzi d’Eril e di Melchiorre Gioia. Come era costume allora, le tombe non recavano alcun contrassegno che identificasse il defunto tumulato, e solo per i cittadini più importanti veniva apposta una lapide sul lato interno del muro perimetrale del cimitero: per tutti gli altri, un’anonima croce lignea. La parte del muro di cinta con la lapide dedicata al Parini sopravvive ancora oggi dinanzi al numero 1 di Piazzale Lagosta, nel cortiletto di un grande caseggiato edificato nel 1925 e ritenuto uno dei più eleganti esempi di edilizia popolare della città.

Alcuni tra i più anziani abitanti della zona sostengono fermamente che in alcune notti senza luna i fantasmi delle anime offese dal peso tracotante delle case degli abitanti dell’Isola vaghino per le strade del quartiere, reclamando la pace che è stata loro sottratta: ma la verità è che ognuno di noi ha i propri fantasmi, e che questi ci accompagnano fino a quando non decidiamo di lasciarli andare.

Cecilia e Corrado sono seduti nelle comode poltrone antagoniste nel salotto posto a lato del vestibolo, al quale si accede da un robusto portoncino in legno preceduto da una breve scalinata. Dall’altra parte dell’ingresso si trovano il soggiorno e la cucina, un unico ambiente diviso da un basso muretto. E’ questo il lato più soleggiato della casa, ma gli ultimi raggi obliqui che trapassano i vetri dell’unica ampia finestra del salotto proiettano lunghe ombre ed una luce dolcemente smorzata, del tutto insufficiente alla lettura. Tuttavia, i due coniugi sembrano non farci caso, e seguitano a tenere lo sguardo sulle pagine dei libri che hanno in mano.

Entrambi devono avere superato la sessantina, hanno bisogno di occhiali per leggere, ma nonostante la posizione rilassata le loro figure conservano un’idea di efficiente dinamicità. Del resto oggi lo scorrere del tempo sui corpi sembra essersi dilatato e rallentato, e in certi individui dall’aspetto giovanile solo lo sguardo a volte tradisce: non più attento e curioso, ma annoiato e leggermente smarrito.

Lui è un distinto signore dai capelli quasi del tutto bianchi, folti e ben pettinati, è snello e ha belle mani delicate e bianche. Lei è una donna minuta e bionda che ha conservato qualcosa di inspiegabilmente adolescenziale nelle fattezze un poco allentate dalla maturità, tiene le gambe accavallate e dondola continuamente un piede segnando il tempo di una qualche musica interiore a lei solo nota, e attorciglia attorno al dito indice della mano sinistra una ciocca dei capelli chiari e mossi. Ha deposto il libro in grembo insieme agli occhiali e reclinato il capo contro lo schienale della poltrona, ed ora scruta il marito tra le palpebre socchiuse: egli ha abbandonato la lettura e ha rivolto lo sguardo verso la finestra. Una brezza tesa agita le foglie pinnate della palma, producendo il caratteristico fruscio crepitante che si può solo immaginare, poiché i doppi vetri sono chiusi.

Nella stanza tutto pare immobile, come sospeso: due persone vicinissime, i respiri ugualmente quieti, i pensieri di ognuno migrati in un altrove dal quale l’altro è momentaneamente escluso, eppure tutt’altro che assente.

“Corrado ha sempre avuto un bel profilo, con quel naso dritto, la fronte alta, il mento squadrato: mi aveva subito colpita, quando ai piedi del letto di mamma, ricoverata all’Istituto Neurologico Carlo Besta, osservavo il più giovane chirurgo dell’équipe che passava a vederla nei giorni successivi all’intervento, ultimo disperato e caparbio tentativo di sottrarla ad una sorte ormai segnata.

Avevo anche notato la sua gentilezza, la delicatezza con la quale si rivolgeva ai pazienti e ai loro cari, e che fu di grande conforto a me e a papà, il quale in quei giorni travagliati e dolorosi era spaventato e spaesato. Fu poco dopo la morte di mamma che incominciammo a frequentarci. Papà si era trasferito da zia Piera, sorella gemella e nubile che abitava sul Lago di Como, e non aveva voluto tornare a casa perché non se la sentiva più di stare all’Isola, dove lui e mamma erano nati e cresciuti, si erano amati e sposati, né tantomeno nella villetta che avevano acquistato con enormi sacrifici, un debito che li aveva tenuti in ansia per venti lunghi anni, e nella quale mi ritrovai all’improvviso sola.

Ero però giovane e la giovinezza possiede la flessibilità e la robustezza necessarie a superare anche i dispiaceri più profondi senza lasciarsene sopraffare. Avevo un buon impiego alla Ricordi, che stava in via Berchet, a due passi da Piazza del Duomo. Lo avevo trovato in virtù di un incomprensibile colpo di fortuna subito dopo il diploma al Liceo Linguistico Internazionale, quando ero ancora in dubbio se iscrivermi alla Facoltà di Lingue o andare a lavorare, e fu dunque il caso a risolvere velocemente il mio dilemma. Lo stipendio era discreto e l’ambiente era giovane e vivace e mi capitava sovente di incontrare artisti famosi, le cui vite talvolta turbolente suscitavano la mia curiosità.

Posso quindi sostenere serenamente di essermi innamorata di Corrado perché era Corrado, e non perché avessi bisogno di aiuto e di conforto. Ricordo un periodo entusiasmante e roseo, di gioioso stupore da “sapessi come è strano, sentirsi innamorati a Milano” e di pressanti urgenze da “apro gli occhi e ti penso”, lui che si stava specializzando in neurochirurgia al Besta e correva all’Isola quando poteva perché faceva orari assurdi, che peraltro non ha mai smesso di fare, anche quando divenne strutturato, ed anzi col passare degli anni fu sempre peggio.

Ci sposammo al termine della specializzazione ed io rimasi subito incinta, e mantenendo una tradizione radicata nella famiglia paterna misi al mondo due gemelli. Avrei voluto chiamarli Castore e Polluce ma Corrado non ne volle sapere, diceva

“…dai, immaginali quando andranno a scuola, ne patirebbero di tutti i colori con quei nomi. Belli, per carità, però…”

E così furono Giacomo e Andrea, e furono anche l’esperienza più devastante della mia vita.

Se avere un medico in casa poteva essere un vantaggio, in realtà Corrado in casa ci stava ben poco e più di una volta ebbi il sospetto che accettasse più turni di notte di quanti gli spettassero per evitare di essere coinvolto nella gestione dei gemelli, che si dimostrò da subito ardua. I piccoli non dormivano praticamente mai e facevano tutto simultaneamente: strillavano, avevano fame, si sporcavano e richiamavano la mia attenzione all’unisono. E poi erano talmente identici. In quei rari, preziosissimi momenti in cui finalmente si addormentavano, rimanevo a fissarli concentrandomi nella ricerca di qualsiasi dettaglio che mi consentisse di distinguerli l’uno dall’altro.

Quando dopo qualche tempo i loro rispettivi tratti acquisirono alcune peculiarità che ne rendevano certa l’identificazione, mi persuasi che se Giacomo era effettivamente Giacomo e Andrea era Andrea era solo perché a furia di confonderli e di scambiarli nei lettini ognuno dei due poteva essersi casualmente ricollocato al posto che gli avevamo originariamente assegnato.

Ripresi il lavoro quando compirono un anno grazie alla disponibilità dei nonni, che se li sobbarcavano a turni alterni. Durante quell’anno io e mio marito avevamo vissuto vite contigue ma scarsamente solidali, tuttavia non gliene feci mai una colpa: capivo e condividevo il suo impegno nella professione e sapevo che sarebbe stato così quando decisi di sposarlo. Tornai al mio ufficio alla Ricordi con enorme sollievo, e riscoprivo insieme alla città intera la voglia di divertimento, di gratificazione e di affermazione personale.  Era il 1982, e avevo trent’anni.

A mano a mano che i bimbi crescevano ci riappropriavamo dei nostri spazi cercando di colmare quella lieve distanza che si era insinuata tra noi dopo la loro nascita: riprendevamo a raccontarci le giornate, ad uscire con gli amici, a frequentare teatri e cinema, seppure compatibilmente con gli impegni di Corrado e con la disponibilità dei nonni.

Non vi sono segni premonitori quando sta per accadere un evento che sconvolgerà le certezze che si ritenevano acquisite, non vi sono presentimenti né segnali di sorta: accade e basta, all’improvviso.

Rammento che era un novembre particolarmente uggioso e i gemelli, che ancora non andavano a scuola, erano partiti una domenica mattina per il mare con i nonni paterni, il che significava una decina di giorni di libertà. Quella sera partecipammo ad una cena organizzata da un collega del Besta in onore di un cugino di passaggio appartenente al ramo della famiglia che negli anni ’30 si era trasferito in Australia, e poiché del gruppetto ero l’unica che parlasse fluentemente l’inglese mi fu immediatamente affidato. Quando ci presentarono pensai che non sembrava nemmeno australiano, ma in realtà non avevo le idee chiare sulla morfologia degli abitanti di quel continente e d’altronde Edward era australiano solo per parte di padre,  essendo la madre milanese. Alto e allampanato, con lunghi capelli neri e grandi occhi azzurro chiaro che spiccavano sotto spesse sopracciglia corvine, il volto emaciato e tuttavia non privo di una certa morbidezza sensuale,  aveva un aspetto vagamente funereo ma il suo eloquio concitato, il brusco gesticolare delle lunghe mani e una fisicità un poco incombente suggerivano un’irrequietezza ingorda che i modi gentili ed educati si sforzavano di dissimulare.

Lo ascoltavo parlare, aveva una voce fonda, dolcemente cavernosa, saltava in modo incongruente da un argomento all’altro e riflettevo che parlava un inglese terribile, ma soprattutto ero stregata dalle linee fluttuanti tracciate nello spazio davanti al mio viso dalle sue mani, e pensavo che avrei solo voluto afferrarle, e stringerle nelle mie.

A quel punto ebbi qualcosa di simile ad un presentimento o forse a un segnale di allarme, e quella notte mi aggrappai a Corrado con un trasporto furioso per il quale percepii il suo stupore. Ma in realtà, avevo già deciso.

La mattina dopo mio marito partì per Roma, dove avrebbe partecipato ad un importante congresso che lo avrebbe trattenuto  fuori per l’intera settimana. 

Uscita dall’ufficio, mi recai al residence dove Edward mi aveva detto di alloggiare, e strada facendo mi figuravo il profilo armonioso di Corrado e la sua figura elegante e composta: mio marito, il compagno che avevo scelto per la vita, il padre dei miei figli, colui che certamente amavo, del cui amore e della cui lealtà non dubitavo. Eppure, correvo verso quel residence con il cuore che accelerava baldanzoso e il sangue che ribolliva nelle vene, concludendo che se non avessi trovato Edward, che non avevo in alcun modo preavvisato, sarei tornata a casa e non sarebbe successo nulla.

Invece era lì, e mi aprì l’uscio dell’anonimo monolocale come se mi aspettasse, e tutto fu come me lo ero immaginato e come se, in un certo senso, dovesse essere. Fu come riconoscersi prima ancora di cercarsi e ritrovarsi con un senso di assoluta ineluttabilità.

La mattina dopo, mentre un taxi mi riportava a casa, dove mi sarei cambiata velocemente per poi recarmi in ufficio, ebbi un attimo di esitazione: mi chiesi a cosa stessi andando incontro, cosa volessi realmente fare. Non avevo risposte, avevo solo un desiderio improcrastinabile di tornare in quello squallido residence a San Siro, tanto che chiesi tre giorni di permesso al lavoro accampando la scusa che i gemelli in montagna si erano influenzati. Corrado non chiamava quando era via per congressi, avevo il numero dell’albergo per poterlo contattare in caso di necessità.

Rimanemmo chiusi là dentro per tre giorni, mangiando di tanto in tanto pizze tiepide e gommose che ci facevamo portare da una vicina pizzeria, senza più alcuna consapevolezza del fluire del tempo, la nebbia fuori dai vetri ad accrescere la sensazione di isolamento, senza passato né futuro: solo un fugace, irrinunciabile presente.

Il venerdì mattina accompagnai Edward in aeroporto e quando ci abbracciammo per l’ultima volta provai un dolore fisico che mi tolse il fiato. Lui mi mise in mano un bigliettino, mormorando

“…se un giorno volessi raggiungermi, questo è il mio indirizzo. Io ti aspetterò, almeno per un poco”.

Non lo cercai mai più.

Quella sera tornò mio marito, al quale giustificai il mio stato di prostrazione con una colica che mi tormentava da un paio di giorni. Se dubitò della mia spiegazione, come sospettai, non lo diede comunque a vedere.

 Negli anni mi è capitato spesso di pensare a come sarebbe stata la mia vita se avessi raggiunto Edward, il quale componeva musica e insegnava a Melbourne e sognava di comprare una grande fattoria a Warracknabeal, il centro agricolo nella parte nord occidentale dello Stato di Victoria dove era nato. In verità non sapevo quanto a lungo avrei potuto sopportare il logorio di una passione così divorante, né sapevo immaginarne un naturale scemare in un sentimento più equilibrato: forse tutto quel fuoco alla fine avrebbe semplicemente bruciato tutto.

Nessun rimorso, forse un rimpianto, certamente un meraviglioso ricordo che ha reso lieve la pesantezza di certe giornate opache, ha riacceso il mio sguardo salvandolo dal tedio di tante domeniche troppo quiete, eternamente consolatorio nella sua meravigliosa incompiutezza.

Posso ora dire di avere avuto una buona vita, i gemelli sono cresciuti bene ed hanno preso il volo più presto di quanto realmente desiderassi, ed infine noi due siamo ancora qui, a farci finalmente compagnia”.

Corrado distoglie lo sguardo dalla finestra con un piccolo sospiro e si accorge del rossore soffuso sulle gote di sua moglie e dell’accenno di sorriso che distende i tratti del volto, ancora deciso a non arrendersi alla vecchiezza imminente.

“Cara Cecilia, silenziosa e confortante presenza, sei sempre stata al mio fianco senza incertezze, ti sei sobbarcata il peso di enormi fatiche per lasciare che mi dedicassi a una professione che amavo e che mi assorbiva completamente. Tu non hai mai vacillato, e io non posso nemmeno chiederti scusa per quell’unico tradimento che non è stato altro che uno sconvolgimento di sensi, nulla di più. Sono passati tanti anni…ricordo che era novembre, ero a Roma per un congresso e quella bella dottoressa, così spigliata e brillante, mi era sembrata irresistibile.

Quella sera avevo bevuto un  po’ troppo, e forse se tu avessi risposto al telefono, se avessi potuto sentire la tua voce, non sarei andato nella sua stanza. Quando tornai a casa stavi male, e mi convinsi che il sesto senso che possiedono le persone capaci di sentimenti profondi doveva in qualche modo averti fatto intuire il mio tradimento”.

L’uomo stende le lunghe gambe, un ginocchio scricchiola quando si rimette in piedi, allarga il torace stirando le braccia dietro la schiena, mentre flette lentamente il collo a destra e a sinistra.

“Brutto diventar vecchi, Cecilia cara: meno male che ci sei tu”,

e sorride alla moglie, posandole una carezza lieve sul capo.

“Cambiati, andiamo in centro e ceniamo fuori, ti porto dove vuoi. Che ne dici?”

La donna ricambia il sorriso e decide, ancora una volta, che dopotutto ha percorso la sola strada che poteva percorrere.

“Dico che accetto volentieri, caro dottor Maggi”.

Poco dopo si avviano fuori dall’Isola, verso Piazza Aulenti. Si tengono a braccetto, e in quella moderna agorà scintillante e vivace si respira già aria di Natale.

“Chissà che tempo c’è a Warracknabeal, chissà che ore sono, se è oggi, se è ancora ieri o se è già domani. Chissà per quanto tempo mi hai aspettata, quale era la misura di quel “per un poco”, chissà se ti ricordi ancora di me. Chissà se”.

 

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Sonia Fantozzi

Spirito irrequieto alla costante ricerca dei perché e dei percome. Ha lasciato Milano,ma in cima a una collina ha scoperto che sarà milanese per sempre.

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