50 sfumature di Singapore

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Nel 2015 Singapore celebra i 50 anni della sua indipendenza. Con orgoglio, la città-stato ripercorrerà gli anni del suo sviluppo, uno dei più straordinari successi in termini economici e sociali. Se è vero che sono le istituzioni a decretare l’esito delle politiche scelte e messe in atto, la classe dirigente di Singapore ha pragmaticamente perseguito ciò che aveva in mente: migliorare le condizioni del proprio paese e mantenerne il controllo proprio attraverso la prosperità diffusa.

Subito dopo il distacco dalla Malaysia, nel 1965, Singapore era in una situazione di oggettiva debolezza: minuscolo per popolazione e territorio, circondato da vicini spesso ostili, nel clima della Guerra Fredda, senza risorse e con una composizione etnica in maggioranza cinese che doveva tuttavia rispettare le minoranze malesi e indiane. Mentre in Europa e negli Stati Uniti i sussulti libertari del ’68 conquistavano le piazze e le coscienze, Singapore si avviava alla costruzione del paese, con rigidità e disciplina.

I giovani che dal ricco occidente andavano a caccia di avventure esotiche non avevano vita facile a Singapore. Se capelloni, come spesso allora succedeva, non sfuggivano alle fobici; se si voleva entrare nel paese bisognava avere i capelli corti e a posto. Erano ovviamente inimmaginabili i consumi di droghe anche leggerissimi. Ancora oggi è mantenuta – e praticata – la pena di morte per il traffico di droga.

La città-stato era strettamente legata agli Stati Uniti, ma non consentiva che i militari esercitassero nel paese le R&R (rest and recreation) che avevano trasformato Hanoi, Bangkok e Manila in luoghi di eccessi incontrollati durante la guerra del Vietnam. Singapore doveva lavorare senza ostacoli, applicare acume e rigore, crescere con efficacia e in silenzio. La classe dirigente, formatasi sulla lotta anticoloniale, era competente, onesta, determinata. La popolazione non conosceva il dissenso ma vedeva migliorate ogni anno le proprie condizioni di vita.

Cinquanta anni dopo, Singapore è uno dei posti più ricchi al mondo (7^ per reddito pro-capite a parità di potere d’acquisto) con un’efficienza leggendaria e una delle migliori qualità della vita al mondo. La prosperità è diffusa, i milionari in aumento, l’immigrazione un sogno per milioni di persone in cerca di lavoro. L’industria ha indici di competitività molto alti, le infrastrutture sono invidiabili, i conti economici in ordine.

 

Eppure qualcosa sembra scricchiolare in un luogo apparentemente perfetto. Aumenta la disuguaglianza sociale, talvolta gli stimoli del governo alla competitività risultano difficili da sopportare, l’immigrazione aumenta e fa aumentare i prezzi. Non tutti in sostanza riescono a intercettare il miracolo del paese. Non a caso il Partito ininterrottamente al governo – il People’s Action Party – ha registrato un arretramento elettorale, anche se ha mantenuto il 60% dei voti. È il suo peggiore risultato (!), anche se la composizione dei collegi elettorali gli consente ancora di avere un controllo totale dell’attività legislativa. È un segnale di malessere, forse di disaffezione. Singapore è divenuta una società più matura e probabilmente gli strumenti di controllo del passato non sono più adeguati a soddisfare bisogni sociali e richieste giovanili sempre crescenti. Cinquant’anni dopo la forbice si è spuntata. La censura ora è più leggera e “Cinquanta sfumature di grigio” si può vedere nei cinema in versione integrale. È un segnale di cambiamento, certamente non di debolezza.

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Alberto Forchielli

Presidente dell’Osservatorio Asia, AD di Mandarin Capital Management S.A., membro dell’Advisory Committee del China Europe International Business School in Shangai, corrispondente per il Sole24Ore – Radiocor

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