Abnegazione: il motore del conservatorismo del Giappone

Tempo stimato di lettura: 3 minuti

Una recente e breve visita in Giappone è stata occasione per alcune riflessioni.

E’ impossibile non rimanere colpiti della eccezionale funzionalità di tutto ciò con cui si viene in contatto in quel paese. Da come ogni esigenza della vita quotidiana sia stata risolta da una soluzione specifica. Cosa che implica l’utilizzo di una quantità smodata, secondo i nostri standard, di risorse. In spese correnti e in capitale.

E’ vero, come viene perfettamente rappresentato in Lost in Translation, che lì non è possibile avere interazioni verbali significative. Non si capisce quasi nulla, nemmeno quando parlano inglese. Eppure, qualunque esigenza abbiate, alzate gli occhi, guardatevi attorno, e la soluzione vi verrà incontro sotto forma di cartello con disegno, macchinetta elettronica o premuroso addetto.

Tutto ciò deve costare una fortuna. Nella metropolitana di Tokyo, nell’ora di punta, in ogni stazione, ad ognuna della due porte di ognuna delle sei vetture dei treni, c’è un addetto con cappello e guanti bianchi che rende spedite la salita e la discesa dei passeggeri.

L’emissione dell’indispensabile pass ferroviario si svolge attraverso l’acquisto fatto in Italia con la procedura cartacea che fu dei traveller’s cheque e il suo perfezionamento in apposito ufficio giapponese, dove 2 (due) addette vi confezionano il documento, esibendosi in un’attraente performance di Total Quality fatta di timbri, sigle, evidenziatori e verifiche incrociate.

I treni Shinkansen sono centinaia. Collegano tutto il paese viaggiando in mezzo agli edifici a 200 km all’ora, fuori a 280, con frequenze da treno pendolari e fermate con tempi da metropolitana. Al capolinea stanno fermi 15 minuti e vengono ripuliti da decine di addetti da cima a fondo.

Molte procedure sono cartacee, anche negli alberghi o nei mall. E’ evidente che per loro quello che funziona non c’è bisogno di cambiarlo. Eppure non trovate quasi nulla di vecchio negli edifici, negli arredamenti o nelle infrastrutture (con la notevole eccezione della intricatissima distribuzione elettrica, tutta pali, linee aeree e 110 volt).

Insomma impiegano tantissime persone, danno stipendi occidentali, hanno costruito e continuano a rinnovare tantissime infrastrutture.

Difficile non riflettere su ciò che ci accomuna e ciò che ci divide.

Sul fatto che la loro pesantissima crisi finanziaria, i salvataggi delle aziende, la struttura verticista e antiliberista dei keiretsu, non hanno impedito, anzi, hanno favorito lo sviluppo degli investimenti.

Sul fatto che l’efficienza possa venire dal far le cose per bene, cioè da un atteggiamento diametralmente opposto al nostro, sparagnino e moralista, fatto di produttività individuale e (neanche tanto) implicite accuse di lazzaronite.

Negli anni ’80 e ’90 abbiamo un po’ affrontato questo tema: le tecniche di management giapponese hanno avuto un’enorme popolarità. Dopo iniziali insuccessi, quando abbiamo saputo prendere solo ciò che potevamo applicare, hanno contribuito anche in Europa ad un miglioramento sostanziale del manufacturing.

Tuttavia vedendolo là, con i propri occhi, risulta chiaro che il tentativo di trasferire da noi il loro atteggiamento verso il lavoro ben fatto è del tutto fuori luogo. Non voglio sbilanciarmi nell’interpretare da dove provenga, ma è evidente che sono fattori molto profondi. Basta osservare quei giardini dei templi, dove la natura, da centinaia di anni, è piegata ad un ideale estetico.

Siamo davvero molto diversi e chi studia molto più di me l’animo delle persone e la filosofia mi conferma che è così, ammonendomi a non cercare scorciatoie interpretative in qualche libro di Zen o Feng Shui.

Eppure il loro evidente successo, con tutta questa differenza, un’indicazione importante la dà: che le convinzioni mainstream, per quanto affermate e forse anche efficaci, non sono una verità, né la sola via di ottenere qualcosa.

Il generale Mac Arthur, governatore de facto del Giappone dopo la guerra e apostolo designato della dottrina economica prevalente, ricevette mandato di smantellare i keiretsu. Ovvero, quei conglomerati industriali e commerciali cresciuti con la spinta del governo, sin dei tempi Meiji (metà ‘800), intorno alle grandi banche. I keiretsu dominavano l’economia giapponese in una logica dirigista e protezionista e sono stati solo parzialmente modificati dalla crisi di fine anni ’90. Tutte cose che fanno orrore, insomma. Mac Arthur preparò l’elenco delle vittime (cioè l’intero sistema produttivo del Paese, 42 gruppi, tra cui Nomura, Matsushita, Nissan), negoziò un po’ con i maggiorenti rimasti nel Paese, fece un programma (ora direbbe roadmap, forse). Ma in sostanza l’establishment resistette e non se ne fece nulla.

Qualcuno oserebbe dire che non andò bene così?

In fondo che c’è di male se una società feudale fino al 1850, fortemente identificata nei suoi riferimenti di sangue, persegue un modello di inclusione basato sul dare un ruolo a tutti purché aderiscano con abnegazione, realizzi così le condizioni per generare ricchezza nel lungo periodo e la retroceda, gradualmente ma abbondantemente, a chi partecipa?

Cos’ha di peggio questo modello rispetto a quello di un paese, gli Stati Uniti, che un riferimento di sangue non può averlo perché fondato sul territorio, e allora ne costruisce uno basato sulla morale delle regole, in cui i benefici non possono che essere lasciati subito e senza mediazione a chi si trova nelle condizioni di ottenerli, purché, con le dovute ipocrisie, stia alle regole?

E come trarre da questo un’indicazione utile per noi, Stato con una Nazione sgangherata, senza veri riferimenti di sangue, senza una struttura di potere antica e senza morale condivisa?

La sola cosa che porto a casa è la conferma di una convinzione già radicata: non avere idoli.

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Luca Bianchetti

Ha frequentato con curiosità gli angiporti aziendali, da consulente e da manager. Iscritto al PRI nella Prima Repubblica. Molto contento di stare a Milano. Ingegnere e MBA. Aspirante sociologo e ciclista urbano per l'anarchia responsabile.

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8 commenti su “Abnegazione: il motore del conservatorismo del Giappone

  1. alessandro il said:

    Quanto descritto lo condivido rispetto alle esperinze che ho avuto. Giapponesi si nasce non si può diventare. È un sistema che mira ed ammira la perfezione, una meta perseguita da tutti. Il “problema” è che il sistema non amette eccezioni. Tutti vanno nella stessa direzione senza apparenti critiche. È un sistema per un certo verso poliziesco perché tutto è sotto controllo dai poliziotti-cittadini. Però parliamone del Gundam a Tokio…solo questo vale il viaggio. Io l’ho visto nella baia di Tokio, ora dov’è? 😉

    • Per certi aspetti concordo. Però ho apprezzato che il loro invito a rispettare le regole assomigli ad un’assistenza nei tuoi confronti (danno per scontato che tu non stia capendo), anziché ad un rimprovero, come in Svizzera. Poi su un periodo più lungo, non saprei.
      Il Gundam è a Odaiba, l’isola artificiale nella baia, appunto.

  2. Surfer il said:

    Caro Bianchetto,

    con tutta franchezza e sincerità, N-O-N sono A-F-F-A-T-T-O d’accordo sulla (Tua) “vision” – che hai dato (“riferita”) – del/sul Sol Levante.

    Bisogna V_I_V_E_R_E i due (2) M_O_N_D_I “paralleli” – tradizionale e tecnologico – per un la-SS-o di tempo “credibile” e N-O-N a “spizzichi e/o Bocconi”.

    “Una recente e breve visita in Giappone”

    “E’ impossibile non rimanere colpiti”

    “Non si capisce quasi nulla, nemmeno quando parlano inglese”

    Su US “aspetto” che arrivi Times.

    O-ci-O…

    P.S1: Hokkaidō-Kyūshū [“NORD-SUD”] in circa 01:45 / 02:30 [h:m] al “maSSimo” – [ numero di abitanti: 127 milioni circa all’Aprile 1, 2014 http://www.stat.go.jp/english/data/jinsui/tsuki/index.htm ]

    Shinkansen (Series) http://it.wikipedia.org/wiki/Shinkansen (per “tutti”);

    P.S2: Douglas MacArthur: “N-O-N si u_m_i_l_i_a un P_O_P_O_L_O” – (M-A-I_!).

    サーファー

  3. Difficile non riflettere su ciò che ci accomuna e ciò che ci divide.

    il dormire in piedi in metropolitana? la mancanza di vita privata?Sentirsi una nullità per non aver lavorato ,una volta tanto,12 ore in un giorno? Non aver “offerto la nuca” per la centocinquantesima volta al giorno al tuo interlocutore? Il numero di suicidi?

    Affascinante e veramente eccezionale…ma solo se sei un turista.

    Comunque , belle riflessioni le tue. 🙂

    • Il mio punto non è tanto affermare qualche forma di superiorità, ma che esistono visioni molto diverse eppure complessivamente efficaci.
      Sul loro stato d’animo non dico nulla, proprio perché ho capito che abbiamo prospettive molto, molto diverse.
      Certo i suicidi sono molti. Anche negli US sono molti più che da noi, che curiosamente, insieme ad altri paesi del sud Europa, abbiamo i tassi più bassi del mondo. Con ciò non direi che il nostro sistema sia superiore.
      Infine, il mio soggiorno è stato breve, sì. Cosa che ha limiti ed opportunità. Le mie considerazioni vanno lette in questa luce.

  4. alessandro il said:

    Luca, riguardo all’invito nel rispettare le regole; ero con una ragazza giapponese (in Giappone), lei non resistette nell’accendersi una sigaretta all’aperto (come sai non si può!). Un ragazzo le diede un posacenere portatile ed insistette perché lo tenesse come regalo. Io fui stupito del gesto in termini di attenzione e generosità, lei mi corresse dicendo che l’ha fatto per imiliarla…
    Morale: occhio a giudicare quello che si vede con i nostri occhi (da occidentali).

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