AIIB: la bicicletta delle infrastrutture

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UK La Cina deve ora gestire un trionfo oggettivo. È chiamata a dare forza a un esperimento sulla carta inappuntabile: la creazione dell’ AIIB , l’Asian Infrastructure Investment Bank. I commenti sulla sua vittoria diplomatica sono stati pressoché unanimi. Pur con le sfumature del caso, è stato finalmente riconosciuto a Pechino un ruolo globale, coerente con le sue dimensioni.

Se ne reclamava un intervento articolato, che le desse statura internazionale e replicasse il suo tragitto. La creazione di una banca per le infrastrutture – uno dei colli di bottiglia dello sviluppo asiatico – era la conclusione logica e politica del peaceful rise, l’ascesa pacifica assunta a simbolo della Cina contemporanea.

L’adesione è stata entusiastica e diffusa, per due motivi. I paesi asiatici in via di sviluppo vogliono intercettare i prossimi 100 miliardi di dollari per aprire cantieri e costruzioni sul proprio territorio; le nazioni più ricche vogliono acquisire i fondi per le loro banche e le loro aziende. Ugualmente condivisa è stata l’analisi sull’isolamento del Giappone e degli Stati Uniti, che hanno subito uno smacco indiretto. La nuova istituzione è considerata una rivale della Banca Mondiale e della Banca Asiatica di Sviluppo, controllate dagli Stati Uniti e dal Giappone.

I 2 alleati si sono trovati isolati dalle massicce adesioni alla AIIB e probabilmente riconsidereranno il loro rifiuto di aderire. Ora tuttavia per Pechino inizia la parte più difficile. Dopo aver ricevuto in regalo una bicicletta dal forte sapore politico, dovrà pedalare lungo sentieri che non conosce. Saranno 2 i principali banchi di prova, uno internazionale, l’altro interno. Per provare le sue accuse contro le istituzioni esistenti dovrà dimostrare di saper fare di meglio. Finora ha avuto ragione nel criticarle per la loro burocrazia autoreferenziale e per lo scarso peso dato ai paesi emergenti. Ora è tuttavia chiamata a gestire l’ AIIB in maniera equa, non pechinocentrica nonostante la sede sia nella capitale cinese.

Sarà suo compito rappresentare i paesi più piccoli e poveri, senza imporre politiche restrittive o umilianti come quelle del Washington consensus. Dovrà rigettare con i fatti – e stavolta senza l’arma della propaganda – le accuse di preparare un arretramento degli standard globali. Esiste un forte timore per l’integrità della governance, per il rispetto dei diritti umani e sindacali, per i valori ambientali. Alcune critiche sono prevenute, altre si basano sull’esperienza, perché la Cina non ha dato finora prova di uno sviluppo equilibrato, cosciente, rispettoso. Pechino dovrà dunque sconfiggere la diffidenza o anche soltanto l’amicizia interessata, pronta a perdonare una gestione poco trasparente. Sul piano interno, il rispetto delle regole imporrà una ridistribuzione del potere.

Le grandi banche pubbliche, come la China Development Bank e la Export Import Bank non saranno più monopoliste della volontà del Governo. Saranno esposte alla concorrenza, a una contabilità meno artigianale, ad affrontare in definitiva un mondo più complesso e severo di quello a cui le leggi cinesi le avevano sottoposte. Dopo il successo diplomatico si apre per la Cina un percorso accidentato, una sfida difficile perché nuova, un compito gravoso nel quale per la prima volta dovrà porsi come modello e non come imposizione.

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Alberto Forchielli

Presidente dell’Osservatorio Asia, AD di Mandarin Capital Management S.A., membro dell’Advisory Committee del China Europe International Business School in Shangai, corrispondente per il Sole24Ore – Radiocor

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Un commento su “AIIB: la bicicletta delle infrastrutture

  1. _beneathsurface il said:

    Mi continua a sorprendere la mancanza di lungimiranza dei nostri alleati atlantici e pacifici: se un intero continente, capitanato da una potenza emergente che sta scardinando i già fragili equilibri del “G-zero world”, si muove in controtendenza rispetto alle strutture già esistenti (palese indicazione della loro percepita inanità e inutilità), cosa fanno questi politici?
    Le voltano le spalle, lasciando, aventinianamente, campo libero ai “far east standards” su lavoro, rappresentanza, ambiente, politiche creditizie, politiche su sviluppo e innovazione, senza contare il crescente peso politico che Pechino acquisirà sul suo continente, destinato in un decennio a diventare effettivamente un blocco antagonista di quello europeo e americano.
    Il TTIP ne è una prima risposta reattiva, temo però si incaglierà in paludose discussioni sui dettagli (importanti per l’amor di dio, ma se si perde di vista l’obiettivo diventano vulnus non per forza pregi).
    E domanda di corollario è: a che serve il WTO. A nulla, immagino, e penso sarà destinato a morte x inedia, così si perderà una ulteriore (per quanto inefficace) istituzione sovranazionale e mondiale attorno al cui tavolo sedersi per definire standards comuni.
    Già ora lamentiamo problemi economici nei confronti dei più leggeri standards cinesi, pensiamo sia meglio un domani davanti a un blocco economico uniformato a questi ultimi?
    Speriamo che quei paesi europei che hanno aderito a AIIB possano e sappiano far qualcosa in merito.
    E chissà che effetti questo accordo avrà in termini di flussi migratori: quanti continueranno a venire via da Bangladesh, India, Pakistan verso l’europa se le iniziative di sviluppo e lavoro partiranno nei loro paesi natii mentre la UE agonizza allo zerovirgola?
    E per caso noi non contiamo su questi immigrati quanto meno per coprire certi posti di lavoro non più graditi e per pagarci le pensioni future? Auguri!
    In tutto ciò sarebbe opportuno anche comprendere il ruolo che la Russia vorrà avere: già si sentiva accerchiata dall’interventismo militare americano in tutto il medio Oriente e da quello NATO e UE nei paesi dell’ex blocco sovietico (e l’invasione della Crimea e l’appoggio a Iran e Assad ne sono manifestazione), come si comporterà nei confronti del movimentismo del vecchio ingombrante vicino oltre muraglia?
    E questo, ammetto, è il grande dubbio che ho, senza neppure grossolane risposte.

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