In un mondo perfetto

Tempo stimato di lettura: 9 minuti

I primi ad accorgersene furono gli alberi, che gemettero tutta la notte frustati da un vento iroso ed insolitamente freddo, all’inizio di ottobre.  Giunse l’alba, ma il sole non si levò, perché sopra Milano gravava una nube di tenebra compatta.

Nessuna sveglia riuscì a strappare uomini, donne e bambini dal sonno, che si fece via via più letargico, mentre gli animali levavano verso il cielo voci atterrite che nessun orecchio umano poteva sentire, e che nessun dio volle ascoltare. Infine, quando anche l’ultimo albero si arrese e cedette l’ultima goccia di linfa vitale, rassegnandosi a divenire grigio simulacro di ciò che fu, tutto tacque. La nube nera si sollevò e un lucore opaco e biancastro rischiarò una metropoli quieta e grigia. Era il 7.10.2017. L’invasione era incominciata.

La sera del 6 ottobre del 2017 Maristella Zerbi osservava dalla finestra del soggiorno le chiome degli alberi in via Trenno scosse da una tempesta di vento che strappava brutalmente le foglie, facendole vorticare nell’aria.

Qualche giorno prima, il Direttore del personale del grande magazzino Oviesse di via Dante le aveva comunicato con espressione priva di qualsiasi sfumatura di umana solidarietà che il suo contratto a tempo determinato, in scadenza il 7.10.2017, non sarebbe stato rinnovato. Dopo la chiusura avvenuta all’inizio del 2015 della “Libreria Milanese” di via Meravigli, nella quale aveva trascorso più di vent’anni tra gli alti scaffali ricolmi di opere sulla città di Milano e sulle tradizioni locali, peculiarità della storica bottega, era iniziato un peregrinare penoso e sempre più stentato da un lavoro precario all’altro. Maristella aveva scoperto che a quarantasette anni, con la sua lunga esperienza in una libreria così particolare era solamente una commessa che subiva la concorrenza sleale e spietata delle ragazze molto più giovani.

Abbassò lo sguardo su Socrate, il gattone nero che viveva con lei da quando lo aveva raccattato bagnato e tremante vicino a un cassonetto dell’immondizia, minuscolo felino del quale qualcuno si doveva essere crudelmente sbarazzato. Quella sera le aveva piantato in faccia due brillanti occhioni gialli che non stavano domandando aiuto, ma semmai stavano decidendo se lei fosse di suo gradimento. Dopo qualche minuto, aveva incominciato a fare le fusa:  lo aveva preso con delicatezza e se lo era appoggiato sullo stomaco, sotto l’impermeabile. Il fidanzato di allora non sopportava i gatti, ma in ogni caso non sarebbe durato per differenti e ben più fondati motivi, al pari di quelli che lo avevano preceduto e di quelli che gli sarebbero succeduti.

Il vento si infilava sibilando sotto le porte e sotto le finestre, e la strada sottostante era deserta. Da qualche parte, una porta sbatteva con regolare e logorante monotonia. All’improvviso mancò la luce, e tutto fu inghiottito dalle tenebre. Maristella comprese che era ora, non era più il caso di rimandare. Socrate era balzato sulla poltroncina accanto alla finestra e guardava perplesso il buio là fuori. Lo carezzò sulla testa e lui la scrutò con quegli occhi tondi e luminosi. Era sicura che avesse capito.

“Ti lascerò aperto il lucernario del bagno, così potrai andartene dal tetto. Sono certa che te la caverai: tu hai sette vite o addirittura nove, se sei di origini anglosassoni, chissà, ma io ho solo questa, e non mi interessa più”.

Ingoiò l’intero tubetto di quel sonnifero prescritto dal medico dal quale si era recata perché non riusciva più a dormire: coscienziosamente, una dopo l’altra, bevendo l’acqua minerale a piccoli sorsi. Poi si sdraiò sul letto con il frastuono di quella bufera nelle orecchie, il corpo caldo e morbido del micio appoggiato al suo fianco, pronta a scivolare nel sonno dal quale non si sarebbe più ridestata.

Invece si era svegliata bruscamente ed era balzata a sedere sul letto, perché Socrate urlava, non c’era un modo più efficace per descrivere il verso straziante e possente che usciva dalla sua gola, e il serico pelo nero ritto sul dorso e sulla coda gli conferiva l’aspetto di una qualche creatura luciferina. Si acquietò per un breve istante, e Maristella avrebbe giurato che gli sfavillanti occhi gialli fossero colmi di lacrime, poi schizzò verso il bagno e dal lucernario fuggì sul tetto.

La donna si rigirò tra le mani il flacone di Darkene, completamente vuoto. Si sentiva bene, solo un poco scossa, per via del singolare e spaventoso comportamento del gatto. Non capiva come potesse essere ancora viva. Quando si alzò e guardò fuori dalla finestra, pensò che forse era moribonda e la sua mente stava vagando in una sorta di universo parallelo, perché il mondo che vedeva non era lo stesso della sera prima.

Benché l’orologio in cucina segnasse le undici e trenta, vi era una penombra soffusa. Gli alberi levavano verso il cielo caliginoso i rami nudi e come essiccati, del colore della polvere, e uno spesso strato di qualcosa che pareva cenere ricopriva uniformemente la strada ma anche le facciate dei palazzi. Non si vedeva nessuno per strada, non passavano autoveicoli, non si udivano rumori né il suono di alcuna voce, non un abbaiare di cane, un miagolio di gatto, un cinguettio di passerotto o un gracchiare di cornacchia.  Solo silenzio: un ottundente, appiattito silenzio avviluppava la città vuota e spenta.

Mancava ancora l’elettricità e Maristella prese la vecchia bicicletta dalla cantina e pedalò verso il centro, trovando ovunque il medesimo deserto polveroso, tutti i negozi con le serrande abbassate, le stazioni della metropolitana ancora chiuse. Quando raggiunse Piazza del Duomo un’inquietudine angosciosa le toglieva ormai il fiato.

Ciò che vide le fece perdere il controllo della bici, volò a terra e fu finalmente certa di essere viva perché il ginocchio che aveva battuto sul selciato le faceva male e sanguinava: al posto della statua della Madonnina sulla guglia maggiore un’enorme sfera rotante brillava di una luce bianca e fredda, mentre una misteriosa cosa oblunga avvolta da una bruma grigia stava in sospensione appena al di sopra di essa. Guardandosi attorno, vide le piccole palme poste di fronte alla cattedrale rinsecchite come qualsiasi altro albero di Milano, e benché non le avesse mai guardate con eccessiva benevolenza, in quel momento le parvero il simbolo del suo quotidiano – quel miserabile quotidiano al quale il giorno prima aveva deciso di rinunciare – spazzato via da qualche male oscuro. Allora si sentì davvero sola, e pianse.

Dopo qualche giorno nel quale continuò a vagare in uno scenario disabitato e surreale, senza trovare alcun indizio che potesse spiegare cosa fosse capitato, una mattina si svegliò dall’assopimento che di tanto in tanto la coglieva e subito percepì i rumori della città in movimento. Corse alla finestra, e vide gente camminare per la strada mentre il traffico scorreva lento. A parte quella luce fosca per via del cielo costantemente velato da una coltre bigia che il sole non poteva penetrare, e gli alberi morti, tutto pareva essere tornato alla normalità, i negozi erano aperti ed era tornata la corrente elettrica.

Ad esclusione di Maristella Zerbi, a Milano nessuno sembrava preoccuparsi della sfera opalescente al posto della Madonnina e della cosa tenebrosa sospesa sopra di essa, né degli alberi scheletriti, del grigiore che si era depositato sopra ogni edificio e della fuga improvvisa di cani e gatti.

Quel giorno una sorta di conferenza andò in onda in simultanea su qualsiasi dispositivo connesso e gli invasori arrivati da un altro mondo, che palesavano  sembianze umane, si presentarono come coloro che erano venuti per instaurare un nuovo ordine mondiale in sostituzione di qualsiasi governo preesistente, rigidamente gestito da algoritmi perfetti che avrebbero regolato tutte le relazioni, rendendo semplicemente impossibili i contrasti ed insensata qualsiasi fede.  Spiegarono che a tutti gli adulti sarebbe stato mantenuto o assegnato un lavoro adeguatamente retribuito ed i giovani avrebbero ricevuto  un’istruzione commisurata alle loro effettive potenzialità, mentre algoritmi appositi avrebbero gestito gli scambi commerciali su scala mondiale.

In tutto il mondo nessuno ebbe nulla da obiettare, perché le  menti erano state condizionate durante il lungo sonno, del quale nessuno aveva coscienza, dei primi giorni dell’invasione ma anche perché nel giro di poche settimane gli annosi conflitti che avevano minato la sicurezza di tutti i popoli, i ribollimenti provocati da una crisi economica che non finiva mai, le inutili diatribe di una classe politica corrotta ed incompetente, furono efficacemente risolti dalla nuova oligarchia aliena.

 

Erano trascorsi tre mesi e Maristella lavorava in un ufficio in piazza San Babila, dove inseriva dati su di un terminale dal mattino alla sera. Osservando le altre persone, si era accorta presto che stavano dimenticando molte cose della loro vita passata: era come se la memoria selezionasse i ricordi scartando quelli che potevano essere dolorosi o minacciosi per il nuovo ordine, cosicché tutti avevano la medesima espressione apaticamente serena.

Tutto l’odio, il livore rancoroso, l’avidità che avevano condizionato i rapporti fino ad erodere nel profondo il tessuto sociale erano improvvisamente scomparsi. Gli algoritmi perfetti operavano affinché le persone caratterialmente compatibili si riconoscessero e si frequentassero, evitando quelle potenzialmente destabilizzanti; non vi era più alcun problema di integrazione razziale né di delinquenza e tutti parevano operosi e felici. Tuttavia, divenne evidente che era del tutto scomparso qualsiasi altro sentimento di empatia, solidarietà,  passione, amore, come non vi era traccia di senso critico.

Ma perché questo drastico condizionamento su di lei non aveva funzionato, condannandola ad una solitudine e ad una disperazione ancora maggiori di quelle che aveva rifiutato decidendo di morire in quella notte di ottobre? Si pose un obiettivo, senza il quale la vita in quel mondo senza più umanità non avrebbe avuto alcun senso: scoprire se vi era qualcun altro che come lei non fosse stato colpito dalla maledizione di quella felicità artificiale.

Girando per il quartiere alla ricerca di Socrate, che non aveva più visto da quel maledetto giorno, passava sovente davanti all’ex Palasharp, la tensostruttura installata  per sostituire il Palazzetto dello Sport crollato sotto la copiosa nevicata nell’85. Progettato da uno degli eredi della famiglia circense Togni, nel corso dei venticinque anni di attività fu, a seconda dello sponsor, Palatrussardi, Palavobis, Mazdapalace, infine Palasharp, tanto che per i milanesi fu ad un certo punto “il Pala” e basta, ed ospitò eventi di vario tipo e concerti memorabili. Dopo la chiusura nel 2010, scivolò inesorabilmente nel decadimento, tra propositi da campagna elettorale e progetti mai realizzati: ospitò quindi senzatetto, prostitute, tossici, ratti, musulmani derelitti che per un certo periodo ne fecero un luogo di preghiera.

Maristella si era accorta che in quel luogo desolato a ridosso del Parco Monte Stella aveva trovato rifugio una numerosa colonia di cani e di gatti, che convivevano pacificamente tra loro ma che erano divenuti aggressivi con la popolazione, tanto che qualche incauto finiva di tanto in tanto sbranato. In un pomeriggio di febbraio, con la consueta luce lattiginosa che virava velocemente verso il buio, perché non vi erano più né alba né tramonto, ma solo un graduale adombrare o rischiarare di quella luminosità smorta, si immobilizzò dinanzi ad un grosso cane dal corto pelo marrone scuro che ringhiava rauco, scoprendo i denti. Sentì il cuore che batteva forte ma in pochi istanti l’animale smise di ringhiare, allungò il muso nella sua direzione, annusando, ed infine si avvicinò con un guaito felice e si sedette ai suoi piedi, posandole la testa contro le gambe. Quel contatto la commosse, perché vi aveva percepito qualcosa di molto simile alla solidarietà e alla comprensione che non appartenevano più alla razza umana. Lo seguì allora all’interno della struttura fatiscente nella quale gravava un fetore selvatico, immergendosi in quella bolgia multicolore di cani e gatti, che le giravano attorno amichevoli.

Aggirandosi nell’arena, ebbe ad un certo punto una visione nitida e spaventosamente realistica di una sera di febbraio del 1994, in quello stesso posto, ma allora pieno di luci, di gente e di musica: quella dei Nirvana, nel loro ultimo, orribile concerto a Milano, con Kurt Cobain che portava sul palco la sua evidente, corrosiva disperazione, mentre si aggrappava alla chitarra ed era sempre fuori tempo, definitivamente fuori tempo. Due mesi dopo si sarebbe sparato, ma forse era già morto quella sera.

C’è morte e c’è vita, in questo luogo emblema dell’umana inadeguatezza, e io non so ancora cosa scegliere.

Nelle sere successive, prese a recarsi all’ex Palasharp con del cibo per quegli animali, e le venne in mente che forse in certi siti abbandonati della città vi erano altre colonie, e se esisteva qualcun altro immune da quei maledetti algoritmi che in fondo avevano realizzato i sogni di pace, tranquillità e sicurezza di molti, avrebbe potuto riconoscerlo con assoluta certezza solo con l’aiuto degli animali fuggitivi.

Tra i tanti luoghi negletti della città decise di incominciare da uno dei più malmessi. In via Fetonte, di fronte allo Stadio di San Siro, le scuderie che il banchiere ebreo De Montel fece edificare nel triennio 1915-1918, mentre la follia umana seminava morte e distruzione in mezzo mondo, erano ormai il fantasma della sontuosa struttura in stile liberty il cui declino era iniziato da quando il banchiere dovette fuggire, all’indomani della promulgazione delle leggi razziali, vendendo le scuderie. Nessuno di coloro che succedettero ne ebbe cura, nemmeno il Comune, che se ne aggiudicò la proprietà a metà degli anni ’80.

Maristella osservò con tristezza lo stato pietoso del complesso, sopraffatto da una vegetazione prepotente ed irriguardosa. Tetti sfondati, l’orologio sulla torretta all’ingresso fissato in un mezzogiorno o una mezzanotte di un tempo scomparso, nei box che avevano alloggiato cavalli di alto lignaggio i resti miserabili dei reietti transitati nel loro incessante vagabondare, spettri tra gli spettri del passato.

Si aggirava da qualche minuto in quella fetida desolazione, quando udì un ringhio basso e gutturale e nella fitta penombra della notte incombente intravide una sagoma scura che si muoveva lentamente nella sua direzione. Dominò l’istinto di fuggire e poco dopo udì un suono rassicurante ed inconfondibile: le fusa di un gatto.

“Socrate!”

Si chinò a carezzarlo, e vide allora molti altri gatti e qualche cane uscire da vari anfratti: aveva trovato un’altra colonia.

L’oscurità era densa, perché in quel mondo nuovo i giorni erano senza sole e le notti senza luna, eppure riuscì a distinguere l’ombra di una persona che si muoveva cautamente fra quelle rovine. L’animo era in tumulto, dibattuto tra tutto ciò che nessun algoritmo aveva potuto sopire: diffidenza e timore ma anche sollievo e speranza. Notò che gli animali non avvicinavano lo sconosciuto ma nemmeno lo aggredivano, decise quindi di segnalare la sua presenza.

“Ehi, chi c’é?”

L’uomo era alto e massiccio, bruno e di età difficilmente definibile. Manifestò subito un tratto gentile e tranquillizzante, e dopo che ebbero scambiato qualche parola Maristella provò la curiosa sensazione di averlo già incontrato.

“Non siamo soli, no: tutti i suicidi che all’alba di quel giorno palindromo stavano trapassando si sono ritrovati in una zona d’ombra intermedia che li ha resi immuni al condizionamento e li ha trattenuti in vita”.

Ascoltando queste parole, la donna si animò di una concitazione febbrile, sostenendo la necessità di organizzare una resistenza e di trovare il modo di restituire alla gente l’umanità cancellata, per ribellarsi agli invasori. L’uomo ascoltò e dopo un lungo silenzio obiettò:

“…sei così sicura di voler tornare indietro? Alle disuguaglianze, alle guerre, alle meschinità, all’avidità? Per l’illusione della compassione e dell’amore? E’ davvero questo che vuoi?”

Aveva pronunciato queste parole con un tono basso e vibrante, fissando lo sguardo scuro in quello di Maristella, che esitò un attimo di troppo prima di decidere. Le apparve allora il vuoto oscuro che si celava dietro quelle sembianze umane e vide il mostro che si nutriva di umanità senza assimilarne una goccia.

La mattina successiva Maristella uscì di casa come al solito, prese la metropolitana da Lampugnano a San Babila e si recò in ufficio. Durante la pausa pranzo accettò l’invito del collega del secondo piano e fecero due passi in Galleria, chiacchierando del più e del meno: era un uomo gradevole che come lei amava la lettura ed il cinema, e pensò che avrebbe potuto frequentarlo, era così sola da tanto tempo.

In Piazza del Duomo c’era molta gente, come sempre, e dalla guglia maggiore la sfera bianca irradiava un tenue bagliore nel cielo grigio. Da un angolo del cortile del Palazzo Reale un cagnaccio scuro ed ossuto si avventò su un’anziana donna che passava per strada, e scappò pochi istanti dopo con brandelli di quella vecchia carne tra i denti. La sconosciuta abbandonò quel mondo perfetto dopo una lenta agonia sul marciapiede, mentre la gente proseguiva indifferente il suo cammino.

 

Related Posts Plugin for WordPress, Blogger...

Sonia Fantozzi

Spirito irrequieto alla costante ricerca dei perché e dei percome. Ha lasciato Milano,ma in cima a una collina ha scoperto che sarà milanese per sempre.

Latest posts by Sonia Fantozzi (see all)

Precedente Ci prendono per PIR? Successivo Passato, presente e futuro di una terra senza pace

Lascia un commento

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.