Alla finestra

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Infine, il momento che paventava in certe giornate fiacche o nell’oscurità agitata da ombre distorte di talune notti insonni era giunto.

Il famoso scrittore sedeva ormai da giorni dinanzi allo schermo del computer, lo sguardo fisso su una virtuale pagina bianca, la mente che fluttuava ondivaga in un vuoto assoluto nel quale non vi era la minima traccia di qualsivoglia ispirazione. Dopo avere a lungo annaspato in preda a una agitazione convulsa in un nulla liquido nel quale tutto pareva essersi dissolto, stava  scivolando in un’ottusa neghittosità, con una sensazione del tutto simile a quella che provava in quel sogno ricorrente nel quale si vedeva correre sott’acqua, i movimenti rallentati e i pensieri intorpiditi in un’attonita rassegnazione.

Come d’abitudine, dopo la consegna all’editore dell’ultimo romanzo si era preso una pausa. Era un necessario allontanamento dalla scrittura per distaccarsi da un raccontare che, benché frutto della fantasia – o forse proprio per quel motivo –  lo coinvolgeva al punto da trascinare il suo quotidiano in una sorta di dimensione aliena e parallela.

Per quanto uno scrittore possa essere dotato di una fervida immaginazione, le esperienze personali e la sua intima natura finiscono sempre per riversarsi in qualche modo nella narrazione, come un flusso di coscienza continuo che ogni autore suppone di controllare e modulare a piacimento e alla bisogna. Tuttavia, la stesura dell’ultima opera a un certo punto gli aveva letteralmente preso la mano, come dissociandosi dalla sua volontà, e lo aveva costretto a guardarsi dentro e rovistare nelle scarne rovine del suo penoso passato sentimentale, dissimulando ciò che era un’autentica confessione dietro la fragile barriera di un’esposizione in terza persona. Quando se ne era accorto aveva deciso di lasciarsi andare: pensava di essere pronto, riteneva anzi che fosse ormai una necessità. Era invece rimasto intrappolato in una vischiosa e letale poltiglia di rimpianti e di rimorsi che gli aveva lasciato addosso una schiacciante spossatezza fisica e un’apatica mestizia.

Si era quindi negato alla consueta fatica degli incontri per la presentazione del libro adducendo un non meglio definito malessere fisico e aveva abbandonato la sua creatura al volere della sorte e del capriccio di pubblico e critica, confidando in una solida fama che ingenerava comunque interesse ad ogni nuovo titolo. Il famoso scrittore aveva salutato tutti (pochi, in realtà, essendo egli un uomo riservato al punto da divenire solitario), aveva lasciato Milano e il suo confortevole appartamento in uno degli eleganti edifici sorti sullo slargo al fondo del budello di Vicolo Calusca e in una giornata di fine settembre che ancora profumava d’estate era partito per un lungo viaggio in giro per l’Europa.

Aveva bevuto Pernod in certi piccoli Café ignorati dai turisti a Montmartre e ingollato Pastis respirando i miasmi del Vieux Port a Marsiglia, tracannato corrosivi Licor 43 a Barcellona e sorbito morbidi sherry a Jerez de la Frontera, transitando per una serie infinita di schiumose birre bionde, rosse e doppio malto a Berlino e ad Amsterdam. Camminando per chilometri e chilometri si era sovente imbattuto in angoli di suggestiva bellezza e in certe serate un poco annebbiate dal fumo e dall’alcool gli era capitato di fare qualche incontro interessante.

A poco a poco aveva percepito che quella abulia intrisa di tristezza gli scivolava di dosso come la pelle vecchia di un serpente, lasciando appena una traccia della consueta, quieta malinconia che era dopotutto un aspetto saliente del suo temperamento: allora, come un vascello uscito miracolosamente indenne dal furore distruttivo di una tempesta, aveva fatto ritorno al porto sicuro e familiare del Naviglio Grande.

Ci era nato, a Porta Ticinese, anticamente detta Porta Cinés, quando “Cina” stava ad indicare la “mala”, o Porta Cicca, forse da “ciccà” ovvero masticare, alludendo all’inelegante abitudine tipica di tanti farabutti di rigirarsi in bocca il tabacco: zona malfrequentata e giustamente malfamata per via dei loschi traffici incentivati dalla vicinanza con la Darsena, nell’Ottocento il decimo porto d’Italia per il ricevimento delle merci.

Si era allontanato dalla casa di ringhiera sul Corso di Porta Ticinese e dai genitori alla fine degli anni ’70, quando si era sposato e aveva lasciato quel rione operaio e autenticamente alternativo per un moderno appartamento in un anonimo casamento situato nell’orribile villaggio dormitorio alla periferia sud est della città, frutto di un ambizioso progetto del ’52 di Enrico Mattei che volle chiamarlo “Metanopoli”. Per raggiungere la Banca presso la quale era impiegato in Piazza San Babila doveva affrontare ogni giorno una trasferta lunga e noiosa, e per quanto si fosse sforzato non era mai riuscito ad associare il viaggio di rientro al concetto di ”rincasare”.

Qualche anno dopo, mentre la sua storia d’amore, esauriti gli slanci giovanili si annacquava progressivamente e si assestava nell’inesorabile tedio di una serie di pigre consuetudini, gli capitò di entrare in contatto per ragioni legate al suo ruolo in filiale con un editore al quale ebbe l’inspiegabile audacia di parlare dei suoi scritti. Più per cortesia che per reale interesse quello si offrì di visionare qualcosa, e qualche tempo dopo consegnò a un suo collaboratore un paio di corposi manoscritti invitandolo a dare un’occhiata senza perderci troppo tempo, e si dispose a non pensarci più.

Fu quindi alquanto stupito quando, trascorsi un paio di  mesi, quel collaboratore lo chiamò dicendogli

“…dottore, si ricorda gli scritti di quell’impiegato di banca? Occorre un po’ di rifinitura, ma  se questa non è roba buona,  giuro che io cambio mestiere”.

Il primo romanzo era stato pubblicato in concomitanza con il Salone del Libro di Torino e in breve tempo aveva scalato le classifiche di vendita.

Lasciato l’impiego in banca, aveva seguitato a scrivere con la nuova, esaltante sensazione di poter campare facendo qualcosa che gli procurava enorme soddisfazione e gli riusciva con incredibile facilità. Al ragguardevole ritmo di una pubblicazione all’anno, ognuna delle quali confermava e rinnovava il suo successo, era divenuto uno scrittore famoso tradotto in tutto il mondo, e da alcuni dei suoi testi erano state tratte delle sceneggiature per il cinema e la televisione.

La sua vita era profondamente cambiata e se era costretto, benché cercasse di sottrarsi il più possibile, a partecipare agli eventi promozionali e a rilasciare interviste, la sua già scarsa capacità di intrattenere e coltivare dei rapporti personali  si era ulteriormente ridotta, perché per scrivere e per dedicarsi alle ricerche correlate di volta in volta al soggetto che stava sviluppando aveva bisogno di isolarsi, senza distrazioni di sorta.

Assecondando una natura introversa che aveva alimentato la sua fama guarnendola di un alone di mistero, si era progressivamente distolto dalla sua vita, finché aggirandosi annoiato per la grande sala di una casa sconosciuta, nel corso di una festa di Capodanno alla quale si era aggregato di malavoglia, non aveva colto lo sguardo carezzevole di Carlo, l’amico di sempre e vicino di casa sulla ringhiera di Porta Ticinese, posarsi sulle spalle nude di sua moglie, la quale gli aveva rivolto di rimando un sorriso che le aveva acceso gli occhi di una luce insopportabilmente rivelatrice.

Il famoso scrittore, tanto abile nel descrivere e dipanare le infinite sfaccettature e persino le complicate devianze dell’animo umano, non aveva saputo trovare una sola parola per cercare di capire né per tentare di riavvicinarsi a sua moglie, e se ne era semplicemente andato.

Era tornato a Porta Ticinese, che in quel decennio aveva profondamente mutato il suo tessuto: scomparse le grandi fabbriche dal panorama milanese, gli anni ’80 avevano spazzato via i circoli politici e di controcultura giovanile insediati al Ticinese dal ’68 e si erano appropriati di un rione che aveva le caratteristiche fisiche per interpretare alla perfezione la nuova spumeggiante idea di città.

Primo Moroni, rivoluzionario, libraio, ballerino, e soprattutto esperto di storia dei Navigli, aveva stabilito la storica libreria Calusca nell’omonimo Vicolo nel ’71: essa era stata punto di riferimento di tutti i sinistrorsi non organizzati dell’epoca, fino allo sgombero forzoso avvenuto nel 2009. Egli ebbe modo di scrivere che Milano “ha più volte mangiato se stessa”, con ciò alludendo alla spinta dinamica e alla capacità di sperimentare, trasformandosi di volta in volta. Non vi è dubbio però che in questo continuo e salutare mutamento  l’intima essenza della città abbia perduto per strada ogni volta qualcosa di prezioso.

Il famoso scrittore aveva affittato un appartamento in via Ludovico il Moro che aveva poi abbandonato, perché l’esposizione al chiasso serale di un luogo divenuto nel tempo sempre più alla moda lo disturbava, e aveva infine acquistato un piccolo alloggio nell’appartato Vicolo Calusca, l’antico Vicolo Dei Nani al quale si accede ancora oggi dal numero 106 di Corso di Porta Ticinese. L’ingresso immette su uno stretto budello, in passato uno dei luoghi più malfamati della zona e forse dell’intera città, che sbuca e si chiude su uno slargo dove ora si aprono le corti di alcune belle case dai muri tinteggiati di rosa.

Non aveva mai più rivisto sua moglie dopo la firma delle carte per la separazione, né aveva più avuto contatti con Carlo. Negli anni successivi, gli era accaduto di frequentare altre donne, ma la curiosità nei loro confronti si esauriva sempre troppo in fretta perché potesse nascere un sentimento vero e aveva infine accantonato in modo più o meno consapevole l’aspettativa di un rapporto stabile.

Poiché scrivere è un’arte ma è pure un mestiere che richiede impegno e organizzazione, ogni mattina dopo aver fatto colazione e aver dato una scorsa alle notizie del giorno, il famoso scrittore si accomodava alla scrivania davanti all’ampia finestra che affacciava sul cortile. Un pranzo frugale intorno alla una e di nuovo al lavoro, fino all’ora di cena. Se una storia lo intrigava in modo particolare proseguiva anche dopo cena, fino a quando non ne aveva abbastanza.

Sedeva ormai da giorni dinanzi allo schermo del computer, lo sguardo fisso su una pagina bianca.

Dapprima aveva atteso con fiduciosa pazienza che giungesse quello sfarfallio interiore intorno al quale, come attratti da una misteriosa forza centripeta, andavano aggregandosi alcuni particolari che pian piano si componevano nell’idea di una storia. Allora si sarebbe concentrato  afferrando quei dettagli, dando loro coerenza e ordine, fino a quando non avrebbe intravisto l’architettura della costruzione narrativa: a quel punto se ne sarebbe impadronito, collocandola nel tempo e in un luogo, dilatandola e plasmandola.

Ma il suo sguardo vagava annoiato sulle cime degli alberi spogli e sulla casa di fronte, e tutto appariva fermo e muto. Era uscito, aveva camminato per strada guardandosi attorno e trascorrendo diverse serate in giro per certi locali, alla ricerca di un suggerimento, di una qualsiasi evocazione: nulla, appena qualche idea talmente debole da non poterci scrivere più di un paio di cartelle.

L’ennesima giornata trascorreva infruttuosa, in fondo al vicolo arrivava l’eco attutita della frenesia cittadina caratteristica del periodo a ridosso del Natale e la luce oltre la finestra si faceva sempre più opaca, fino a quando non era sopraggiunto il buio, movimentato dal pulsare intermittente delle lucette bianche e blu che ornavano i rami nudi del tiglio che stava nella grande aiuola in mezzo al cortile (il tiglio di Natale, l’idea lo faceva sorridere e lo irritava in egual misura, senza una ragione particolare).

Non si era alzato ad accendere la luce, non aveva cenato, non aveva risposto al telefono che squillava. Era rimasto fermo nell’oscurità della stanza beffardamente rischiarata da quella maledetta, orribile pagina bianca, il fiato spezzato dal mostro che si celava silenzioso in qualche recesso della sua mente sin da quando aveva pubblicato il suo primo fortunato romanzo, e che ora acquisiva forma, consistenza e persino odore, acre e marcescente:  il timore della caducità del suo dono.

“E se non avessi più nulla da raccontare?”

Si era lucidamente reso conto che non si trattava semplicemente di dover ripiegare su di un altro modo per campare. Aveva guadagnato abbastanza in quegli anni e poteva sempre tornare a fare l’impiegato di banca o qualcosa di simile, dopotutto: ma non avere più storie da vivere, non poter più accedere a quella dimensione alternativa nella quale aveva relegato la sua sfera emotiva più intima e vera era una prospettiva paralizzante. Aveva preso a boccheggiare come un pesce caduto accidentalmente fuori dalla confortevole prigionia della sua boccia di vetro, flettendo ritmicamente le dita delle mani fredde e irrigidite nella loro inutilità, quando aveva visto illuminarsi all’improvviso una porta finestra nella casa di fronte.

Suo malgrado, si era incantato a scrutare il grande rettangolo che al di là del tiglio di Natale risplendeva, acceso da una luce morbida filtrata da una leggera tenda oltre la quale trasparivano i contorni di una figura in movimento. Quando i lembi della tenda erano stati scostati all’improvvido da un unico gesto secco di invisibili mani, si era istintivamente tirato indietro, poggiando il dorso sullo schienale imbottito della poltroncina. Nella geometria della luce ora vivida poteva distinguere nettamente una figura femminile che si stagliava sullo sfondo di una parete scura, ma forse era un armadio perché doveva essere una camera da notte, gli pareva di intravvedere una parte di letto. La luce bianca emanata da un grosso lampadario a palla si diffondeva alle spalle della donna, che sotto un’impalpabile e corta veste chiara doveva essere nuda.

Completamente assorto da quella visione, il famoso scrittore si era sporto in avanti scostando lo schermo del computer. La donna stava immobile, la succinta veste rivelava fianchi tondi e cosce carnose, aveva lunghi capelli scuri e braccia tornite che teneva conserte, quasi a sorreggere un seno che poteva intuire pesante e voluminoso, e dopo un poco aveva avuto la certezza che lo stesse a sua volta guardando. In quei momenti nei quali il tempo gli era sembrato sospeso, a furia di fissare lo sguardo sulla donna gli era parso di poterne distinguere il volto dai lineamenti intensi, quasi sofferenti, ed era stato profondamente turbato da un inspiegabile senso di familiarità.

Aveva pensato che forse poteva averla incrociata per strada, dato che abitava nella casa di fronte. Quando la donna aveva richiuso le tende e il rettangolo della finestra era ripiombato nell’oscurità, si era coricato cadendo subito in un sonno leggero e popolato da sogni ingarbugliati.

Il giorno successivo non aveva nemmeno acceso il computer, si era recato a casa dei genitori e aveva trascorso la giornata in loro compagnia. Ascoltando distrattamente le chiacchiere e gli interminabili, annosi battibecchi, aveva realizzato quanto fosse divenuto esclusivo il loro ambiente dai confini sempre più ristretti: come tante persone anziane sopravvissute a molti amici, smarriti i punti di riferimento che li avevano accompagnati per buona parte della vita faticavano a comprendere usi e costumi nei quali non si riconoscevano e si rifugiavano nei ricordi, sostenendosi a vicenda. Questa considerazione lo aveva intenerito, per la percepibile solidarietà che li univa, e rattristato per l’inesorabile scadere del loro tempo.

Rincasando, aveva gettato un’occhiata alla finestra di fronte, trovandola immota e buia. Aveva cenato di malavoglia, non aveva nemmeno più pensato all’abulia che lo affliggeva, adagiandosi in un’inerte rassegnazione, svuotato di qualsiasi velleità o speranza. E tuttavia, dopo cena non aveva resistito all’impulso di porsi di nuovo alla finestra e si era seduto nel buio, in attesa.

Dopo un poco, la luce si era accesa e l’apertura brusca della tenda aveva rivelato una stanza affollata di ombre indistinte, mentre la donna guardava nella sua direzione, avvolta nella medesima veste evanescente che pareva accarezzare la sua florida figura. E allora si era di colpo riscosso, perché aveva riconosciuto in quell’immagine la protagonista del suo primo romanzo, una triste e matura prostituta, e mentre la finestra di fronte sembrava sempre più vicina le ombre attorno alla donna andavano via via definendosi e mettendole a fuoco vi poteva riconoscere i personaggi scaturiti dalla sua fantasia, i quali ora gli stavano parlando – poteva sentirli distintamente, nella sua testa, come se fossero lì con lui – ed era dolce e ottenebrante come doveva essere stato il canto delle sirene per Ulisse.

Aveva guardato con i loro occhi, amato con i loro cuori, tremato con i loro sensi  e ucciso con le loro mani, aveva vissuto infinite storie attraverso di loro.

Era scattato in piedi, il famoso scrittore, sospinto dall’urgenza di ricongiungersi con quella dimensione che aveva saputo creare e che gli apparteneva, lì vi erano tutte quelle vite che erano la sua vita. Bastava aprire la finestra e avrebbe potuto raggiungerla in un balzo, e quando comprese ciò che stava davvero facendo era troppo tardi, ma infine si disse, contemplando per l’ultima volta le lucette bianche e blu del tiglio di Natale

“…in fondo, senza le mie storie non sono più nulla”.

“La verità non esiste e la vita come la immaginiamo di solito è una rete arbitraria e artificiale di illusioni  da cui ci lasciamo circondare. Sappiamo che esse sono il semplice risultato di accidenti o punti di vista, ma non abbiamo nulla da guadagnare ad abbatterle” (da “Lettere dall’altrove. H.P. Lovecraft)

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Sonia Fantozzi

Spirito irrequieto alla costante ricerca dei perché e dei percome. Ha lasciato Milano,ma in cima a una collina ha scoperto che sarà milanese per sempre.

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