Allan Gurganus e le sue storie perfette, nell’America profonda

Gurganus

L’autore di oggi non è fra i più conosciuti, anche se vale la pena di scoprirlo, ed è per questo che ne parliamo: Sandro Veronesi, in un tweet dello scorso novembre, si è dichiarato disponibile a restituire il prezzo del suo ultimo libro, qualora non fosse piaciuto:


noi ci uniamo a lui, con la certezza che ciò non avverrà, perché il libro di oggi è un libro gradevolissimo, di grande intrattenimento e ottima scrittura, come andremo ad argomentare.

Allan Gurganus (1947) si inserisce a pieno titolo nella tradizione dei grandi narratori americani, all’interno di una generazione invero ricca di talenti; allievo di John Cheever (1912-82) alla Iowa University, è stato lui stesso docente di scrittura creativa presso la stessa università, un ateneo famoso per sfornare grandi talenti, come si argomenta in questa intervista del 2010 (in cui Allan ricorda anche Cheever, “incapace di smettere di bere e fumare” nonostante l’attacco di cuore). A Gurganus avevamo già fatto ricorso parlando di Harper Lee, citando le parole che egli pronunciò in merito al grande lascito della narratrice di Monroeville (Alabama) e del suo Il Buio Oltre la Siepe.

Il libro di oggi, uscito lo scorso novembre, è una raccolta di racconti (Il mio cuore è un serraglio, Playground, pagg.283, Euro 18) e ci sono due preliminari considerazioni che ci sentiamo di fare: la prima riguarda l’oggetto di queste storie, che è sempre, invariabilmente, l’America rurale, provinciale, forse un po’ arcaica, ruvida; non siamo nelle mille luci di New York, o nella frenetica e lussureggiante West Coast; siamo a Falls, cittadina immaginaria del North Carolina, e ci muoviamo fra la locale stazione di polizia, il centro commerciale, il rigattiere, fra i ricordi di epidemie e di uragani, fra bizzarre famiglie di contadini.

L’altro punto che ci pare importante segnalare riguarda il modo di scrivere di Gurganus: riteniamo che questo libro possa essere considerato un manuale di scrittura creativa, per l’appunto, per il modo che ha di raccontare, di affabulare storie, di inquadrarle, di costruirle con maestria e con diversi piani narrativi, in un affresco che si compone di tutto quello che serve per colpirci, per portarci lì, con il medico di campagna, il reporter del locale quotidiano, l’agente di polizia, l’anziano commerciante in pensione.

Vediamo allora qualche esempio di questa spettacolare esibizione di talento narrativo, perché quello che vogliamo fare con questa recensione è dire soprattutto che in questo libro troverete, in fondo, qualcosa di molto semplice: storie ben scritte.

In “Un Bravo Medico di Campagna” tutto parte da uno studente in giro per negozi, robivecchi, rigattieri, in cerca di vecchi giocattoli, sui quali sta facendo una tesi (ci ricorda alcune ambientazioni di Roald Dahl): nello spaccio “Theodosia Antichità” (che riporta nell’insegna un promettente “L’unica cosa ragionevole qui sono i prezzi”), il nostro si imbatte in un ritratto di un giovane signore:

“L’uomo nel quadro doveva avere all’incirca la mia età. Occhi scuri e pizzetto da sbarbatello, rigidamente in posa, cravattino nero e colletto inamidato”.

Ecco che la macchina narrativa si mette in moto: la proprietaria del negozio, una donna spigolosa quasi piegata in due, ci riporta indietro al 1849, quando un marinaio portò in Iowa un’epidemia di colera, e arrivò quest’uomo del ritratto, il medico condotto, Frederick Marcus Petrie; l’epidemia impazza:

“…il marinaio era già in punto di morte e sua sorella e sua madre lo hanno raggiunto poco dopo, e poi la stessa sorte è toccata a due fattorie vicine, più a valle rispetto a loro…”.

Scoprirete la storia di questo giovane medico alle prese con la malattia, e con l’essere portato prima in palmo di mano e poi gettato nella polvere dalla ottusa comunità locale, un grande classico.

Poiché il vero narratore alterna vari registri narrativi, nel racconto “Il Becchino Confessa” ecco un pirotecnico, divertentissimo quanto scandaloso ed irriverente rapporto del poliziotto Wade Watson Cutcheon, che viene trasmesso all’impiegata Betty in tono colloquiale con Wade chiede di correggerlo, edulcorarlo, renderlo in burocratese:

“Tu, tesoro, per favore, dai una limatina alle parti più grossolane, dagli un’aria ufficiale”.

E così, con questo espediente narrativo, invece del freddo rapporto dello sbirro, ecco un rocambolesco, vivido, scoppiettante resoconto di come la pattuglia di Wade e Rocky abbia sorpreso un ex-addetto alle pompe funebri del posto, Whitehead, in atteggiamenti inequivocabili, indicibili, ma chiarissimi con il cadavere di una ragazza disabile. E qui la maestria sta nel raccontarci l’abbruttimento, l’obbrobrio con il canone narrativo della farsa, della commedia: magistrale.

Ecco un brano:

“Mi pare sia andata che Rocky ha fatto il giro e ha aperto il portellone del carro funebre. E giù che ti rotola Whitehead, bianco come la cera che metti sulla tua marmellata di fichi. Continuava ad armeggiare con la fibbia e la cerniera, dotato di molta più virilità di quanto ti aspetteresti da uno, almeno a vederlo, così flaccido. Magari se si abbottonava la giacca nera sulla zona problematica non ci avremmo nemmeno fatto caso. O magari mi sbaglio. Che fosse completamente nudo – il cadavere, intendo – direi che è stato subito uno dei principali indizi”.

Ma cambiamo ancora scenario: in “E’ in Ufficio” Gurganus ci fa conoscere un anziano signore, Dick Markham Sr., e la storia che di lui ci fornisce il figlio, ormai adulto; questo padre che ha passato, dopo essere stato in guerra, torna a casa incupito e la madre spiega ai figli perchè:

“E’ colpa di quello che ha visto. Vostro padre stava accendendo la sigaretta a Paul, il suo migliore amico, quando un cecchino nazista a mezzo chilometro di distanza gli ha disintegrato la testa. Quando è tornato a casa, vostro padre pensava solo al lavoro. Ligissimo. Contavano solo i fatti […] Per anni ho pensato che sarebbe tornato quello di prima. Ma dopo il giungo del 45 è stato lavoro e basta, lavoro zelante, noia costante”.

Dick va in pensione, non trova pace, rimpiange la sua vita di prima, torna al suo ufficio, ma sbaglia piano e cerca di entrare in un’altra azienda (ovviamente lo buttano fuori), finchè il figlio per salvarlo, e salvarsi, trova un escamotage che è tutta poesia (lo scoprirete). Ma Gurganus è anche un maestro nel non detto, oltre che nel raccontare; ecco la moglie di Dick:

“Mia madre, trascurata per anni da papà, aveva continuato a trovare quelle che lei chiamava <certe vie di fuga>”

…ma, di queste “vie di fuga”, sapremo ben poco, invero.

Troviamo tanto altro, in questi racconti: troviamo il bambino che un uragano ha fatto volare per centinaia di metri per poi depositarlo magicamente a terra, illeso, nel magistrale “Volo senz’ali”; o, in “Matto per il Natale”, ecco Vernon, il proprietario del negozio di animali del locale centro commerciale, che fa partorire nel suo negozio una giovane fuggitiva, una cosa che gli fa dire che

“Le persone sono proprio meravigliose!”

Sono storie, quelle di Allan Gurganus, niente di più, e sono scritte in maniera magistrale, una perfetta macchina narrativa; ma attenzione, mi raccomando, a non pensare che siano storie semplici, o scontate, o banali: ci troverete tanta vita. Quella che tutti cerchiamo nei racconti, in fondo.

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Pubblicato da Leonardo Dorini

Manager, consulente, blogger. Mi occupo di finanza ed impresa, amo lo sport. Ma sono qui per l'altra mia grande passione: la letteratura.

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