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Una vita lunga e felice

Capita talvolta che a metà ottobre, dopo qualche timida avvisaglia di freddo e di nebbia, con le giornate che si accorciano vistosamente ed i viali alberati coperti da un manto soffice di foglie gialle e marroni, il sole risplenda caldo ed invitante in un cielo azzurro appena mosso da qualche nuvola candida e cremosa, come a dire “ehi, non è ancora finita, guardate un po’ qua”: perché per andare avanti occorre coltivare l’illusione che non sia ancora finita, fino all’ultimo.

L’uomo anziano camminava spedito sul tappeto di foglie che scricchiolavano appena sotto le suole delle sue pantofole di feltro marrone. Di tanto in tanto, rivolgeva il viso verso quel cielo così sfacciatamente blu – Milano in ottobre, e sembrava di essere in riviera – e socchiudeva gli occhi, lasciandosi carezzare la pelle un poco increspata attorno agli occhi e alla bocca da quel tepore inatteso e corroborante. Si sentiva bene, il signor Giulio: si sentiva contento, come uno che è tornato a casa dopo una lunga assenza.

“Buongiorno, signor Giulio! E’ già stato in palestra?”
“…sissignora. Cyclette, pesi e tapis roulant”.

(Arrotò bene la erre e schiacciò la “n” tra naso e gola, aveva vissuto un anno a Parigi mica per niente, “tapì rulàn”)

“…e adesso passeggia, ma che bravo il nostro signor Giulio! Proprio bravo!”

(Cinguettò e batté leggermente le mani, e il corto velo bianco svolazzò gioioso perché si era levato un venticello impertinente)

“…già. Le spiacerebbe evitare di trattarmi come un deficiente, Suor Germana? Ci vediamo presto”,

e le fece ciao ciao con la mano, pensando che avrebbe dovuto lasciarsi ricrescere i baffi, mentre la religiosa lo guardava stranita, meditando che evidentemente al signor Giulio non era stato somministrato il placebo, ed altrettanto evidentemente la cura funzionava.

Non era successo all’improvviso, no, era stato piuttosto un lento e progressivo abbandono. Dapprincipio la signora Carla non aveva voluto dare peso a certe piccole dimenticanze, o al fatto che di tanto in tanto  il marito si imbambolasse nel bel mezzo di un discorso, come se stesse cercando una parola che gli sfuggiva: in fondo a settanta e passa anni poteva anche succedere.
Docente di letteratura anglo-americana all’Università Statale di Milano, il signor Giulio – il Professor Giulio Aulenzi – era in pensione già da qualche anno e si dilettava nella scrittura di racconti noir che non tentava nemmeno di pubblicare, limitandosi a stamparne alcune raccolte da regalare ad una cerchia ristretta di amici e conoscenti. Erano storie dall’impianto narrativo impeccabile e dal retrogusto amaro ricche di macabri colpi di scena, e la signora Carla si era sempre stupita di quello stile scarno e diretto, a tratti sottilmente crudele, in netta dissonanza con il temperamento mite e con l’eloquio pacatamente ricercato di suo marito, riflettendo con imbarazzato senso di colpa che anche dopo tanti anni di matrimonio si può scoprire qualcosa dell’altro che era sfuggito.
I vuoti di memoria si erano fatti via via più frequenti ed importanti e non aveva più potuto fingere di non essere allarmata per ciò che stava succedendo. Aveva allora cercato con tutto il tatto di cui era capace di convincere l’uomo a farsi vedere da un neurologo: ma prima che riuscisse nel suo intento giunse quella sera d’inverno, la sera nella quale il Professor Giulio Aulenzi se ne andò.

Via Malpighi, Porta Venezia, breve strada residenziale che da piazzale Oberdan sbuca su via Melzo: palazzotti antichi e ben tenuti dalle cui mura trasuda storia meneghina e benessere borghese, qualche rara bottega, un locale dove propongono panini creativamente imbottiti che costano come una fetta di filetto di chianina.
Era una serata buia, rattristata da un’acquetta fitta che cadeva fin dalla tarda mattinata da un cielo uniformemente grigio, e il signor Giulio era chiuso da parecchie ore nel suo studio, assorto nella stesura del finale della sua ultima storia. Dalla finestra dinanzi alla quale aveva collocato la scrivania a rullo in rovere, un pezzo del primo ‘900 inglese acquistato dall’amico antiquario Nava, godeva di una splendida vista della facciata in stile liberty di Casa Galimberti, che sta al numero 3 di via Malpighi. Nella foschia brumosa malamente dissipata dalla luce dei lampioni, le ringhiere in ferro battuto a motivi floreali dei leggiadri balconi e le morbide ed esuberanti figure femminili dipinte a fuoco su piastrelle in ceramica si potevano a malapena distinguere.


Quando all’ora di cena la signora Carla aprì con discrezione l’uscio ed insinuò la testa nella penombra dello studio vide le ampie spalle del marito immobili, la testa alta, come se stesse fissando qualcosa dalla finestra. Sullo schermo del computer passavano una serie di foto in sequenza, segno che era in stand by. Provò a chiamarlo, ma non ebbe risposta, e allora si avvicinò, con il cuore così pesante da rallentare i suoi passi sul vecchio parquet scricchiolante.
Nell’alone luminoso della lampada da tavolo il volto dell’uomo era immoto, gli occhi azzurri fermi in un’espressione stolidamente attonita. Egli si volse lentamente, guardandosi attorno, e dopo qualche istante mormorò:

“…dove mi trovo? Lei chi è? Sa come mi chiamo?”

Comprese così che il Professor Giulio Aulenzi era scomparso, svanito, sperduto in un altro tempo e in un altro spazio, e di lui era rimasto solamente un vuoto involucro.

Tre anni prima, allorché il Professore aveva concluso la  carriera universitaria,  si era preso l’anno sabbatico che non aveva mai potuto permettersi prima e insieme alla moglie aveva piantato le tende a Parigi, città nella quale si era da tempo trasferito il suo fraterno amico Giampaolo.
Amici d’infanzia, erano anche stati compagni di scuola fino all’università: brillante ed irrequieto tanto quanto lui era timido e riflessivo, dopo la laurea aveva scelto la ricerca e non si era mai sposato, nonostante la lunga serie di fidanzate. Aveva lasciato Milano a metà degli anni ’90, quando aveva avuto l’opportunità di entrare come ricercatore alla Sorbona.
Il matrimonio di Giulio non aveva mai allentato il suo legame con l’amico, che era stato un assiduo frequentatore della casa in via Malpighi, ed il periodo parigino aveva consentito di riprendere le antiche abitudini nell’inusuale ed entusiasmante cornice di un luogo diverso ed ammaliante, confermando un complice affiatamento che la lontananza non aveva indebolito.
Giulio e Carla erano tornati da poco a Milano quando la sorella di Giampaolo li aveva avvisati della sua morte: un infarto, a sessantanove anni. La notizia aveva sconvolto e prostrato tanto Giulio che la moglie, che negli anni aveva stabilito un rapporto di cameratesco affetto con l’amico Giampaolo.
O almeno, così aveva sempre ritenuto Giulio.
Qualche settimana dopo le esequie dell’amico, che era stato tumulato nella tomba di famiglia al Cimitero Monumentale, la signora Carla ebbe un malore e trascorse qualche giorno in ospedale. Fu in quei giorni, aggirandosi nella casa vuota e silenziosa, che Giulio trovò le lettere.

Nulla gli pareva più familiare ed accogliente in quelle stanze, orfane tanto dei piccoli confortanti rumori rivelatori della presenza della moglie quanto degli aromi di qualche cibo gustoso che quotidianamente provenivano dalla cucina, e si ritrovò a compiere meccanicamente certi gesti che le aveva visto ripetere per anni – dare aria alle camere, rassettare il letto, preparare il caffè – con un senso di malinconico smarrimento che lo condusse alla riflessione che senza di lei non sarebbe sopravvissuto, perché di certo si sarebbe lasciato morire di tristezza, come fanno certi cani fedeli sulla tomba del padrone.
Amava i suoi indaffarati silenzi, quando gli si muoveva attorno in punta di piedi per non disturbare quello che definiva con benevola irriverenza “lo sforzo creativo”, e la disincantata leggerezza con la quale riusciva a discorrere di ogni cosa; amava la sbrigativa civetteria con la quale si aggiustava un poco i capelli ogni volta che passava davanti ad uno specchio, e si rese conto che in tanti anni di convivenza non l’aveva mai vista sciatta o in disordine, nemmeno con l’avanzare degli anni che avevano appannato senza scalfire la sua delicata bellezza.
Non aveva voluto la compagnia della figlia Mara che si era sposata e viveva a Vancouver, tanto Carla sarebbe stata presto dimessa, e in verità aveva preferito la solitudine per cullare indisturbato il pensiero della mancanza di lei, la donna che aveva amato per quasi cinquant’anni senza che mai vacillasse la certezza del suo sentimento.
Stava cercando la biancheria di ricambio da portare all’ospedale, e apriva i suoi cassetti con impacciata delicatezza, quando era stato colpito da una grossa scatola di latta colorata con la scritta “Biscotti al Plasmon” cacciata in fondo ad un armadio: da quanti anni non ne vedeva una, se non sulle bancarelle di vecchie carabattole e antichità sui Navigli!
L’aveva aperta d’istinto, e su quelle anonime buste bianche – tanti piccoli pacchetti legati con l’elastico – aveva subito riconosciuto la grafia di Giampaolo: l’indirizzo era quello di una casella postale, evidentemente intestata a Carla e della quale ignorava l’esistenza.
Le missive erano divise per anno a partire dal 1978: l’anno in cui Aldo Moro fu ucciso dalle Brigate Rosse, l’anno in cui Camilla Cederna pubblicò “La carriera di un Presidente”, impietoso e scandaloso ritratto di Leone il quale si dimise e gli succedette Pertini, l’anno in cui Mara iniziò ad andare a scuola. E l’anno in cui tra sua moglie ed il suo amico di sempre iniziò una storia d’amore, un amore allegro e giocoso ma senza speranza, che si interruppe solo con la morte di quest’ultimo, sebbene dopo il suo trasloco a Parigi il loro rapporto fosse divenuto unicamente epistolare, stemperandosi via via in un’affettuosa amicizia.

Benché avesse letto solo qualche lettera, quando riordinò quella corrispondenza e la rimise perfettamente in ordine, come se volesse tornare al momento in cui nel suo mondo ogni cosa era ancora al suo posto, la mattina era divenuta mezzogiorno ed il pomeriggio scivolava lentamente verso l’imbrunire.  La luce che entrava dalle finestre era ormai obliqua e morbidamente opaca ed il rumore del traffico sulla strada giungeva incessante ma attutito dai doppi vetri.
Carla. Giampaolo. La donna che amava senza riserve e senza titubanza alcuna, la madre di sua figlia, e l’amico che era sempre stato il fratello che non aveva avuto.
Si ritrovò a pensare ad un filmato che gli era capitato di vedere in televisione, dove un vecchio edificio in pieno centro cittadino era stato abbattuto con una tecnica particolare di impiego di un deflagrante, ed il palazzo era imploso precipitando dentro se stesso in una nube di polvere grigiastra, e pensò che gli stava accadendo la stessa cosa.
Rifletté che da quel lontano 1978 la sua vita aveva preso a sgretolarsi sotto i suoi occhi ciechi.  Covò la delusione ed il risentimento di quel doppio tradimento, contenne la rabbia e l’amarezza e le riversò nelle storie che scriveva chiuso nel suo studio. Scelse di tacere, di non sollecitare confessione alcuna, ma si logorò, finendo a poco a poco con l’allontanarsi non solo dal dispiacere ma anche da se stesso.
Si ritrovò a camminare per la città senza sapere come fosse arrivato in una strada che peraltro non riconosceva, fino a quella sera d’inverno dell’anno successivo, nella quale ebbe la netta percezione che la sua anima defluisse e andasse a perdersi nel buio che lo circondava. Allora ebbe paura, ma non riuscì a tornare indietro.

Amnesia post traumatica, era stata la diagnosi, probabilmente la scomparsa dell’amico e poi il ricovero della moglie, uniti allo spaesamento dell’abbandono dell’insegnamento: certo una reazione un po’ tardiva,

“ma la mente umana fa strani scherzi, signora mia, occorre innanzitutto lasciar passare del tempo, lasciare che elabori”,

disse l’autorevole specialista. Trascorsero sei mesi durante i quali Giulio cessò persino di essere curioso circa la sua identità, scivolando passivamente in un oblio sempre più silenzioso, fino alla catatonia. Poi vi fu l’opportunità di inserirlo in un programma di sperimentazione di un nuovo farmaco, e venne ricoverato nella prestigiosa clinica milanese nella quale era in corso il test su un campione di pazienti affetti da disturbi psicotici e da altre patologie neurologiche degenerative.

Nelle lunghe giornate accanto all’uomo che assomigliava a suo marito ma che la guardava senza vederla o le si rivolgeva con cortese distacco dandole del “lei”, la signora Carla si rese conto di quanto profondo ed indissolubile fosse l’affetto che provava per lui. E una sera, nella penombra quieta della stanza in quella lussuosa clinica nella quale poteva fermarsi quanto voleva decise di raccontargli finalmente la verità, rimpiangendo di non averlo fatto quando avrebbe potuto ascoltarla.

Si era legata a Giulio in giovane età, era un sentimento saldo e quieto, gratificante e rassicurante. Avevano costruito una famiglia, era arrivata una figlia desiderata ed amatissima. Poi nella sua vita si era pian piano insinuato Giampaolo, l’amico bello e spiritoso, sanguigno ed irruente. Era l’emozione forte che le era mancata e che nemmeno sapeva di desiderare, ma non lo avrebbe mai scelto come compagno. Erano stati insieme una sola volta ed era stato deludente ed imbarazzante perché l’ardore della passione si era infranto sul solido scoglio dell’affetto che legava entrambi a Giulio: ne avevano persino riso, ed avevano concluso che perdere Giulio sarebbe stato insopportabile, ed avrebbe infine avvelenato qualsiasi possibile sentimento tra di loro. Così avevano rinunciato senza grossi patimenti ed avevano mantenuto un’amicizia profonda, consolatoria e appena un po’ intrigante, niente altro che un gioco che solleticava la vanità.

“Non ho mai pensato, nemmeno per un attimo, di invecchiare accanto ad un uomo che non fossi tu. Almeno, sarai stato felice in tutti questi anni?”

Il signor Giulio seguitava a fissare un punto racchiuso in un altrove distante, dal quale lei era esclusa.

Aveva incominciato ad avere dei flash, a rivedere dei fotogrammi di un film, realizzando a poco a poco che si trattava della sua vita. Allora aveva continuato ad assumere diligentemente le pastiglie colorate che gli porgevano e a simulare quella sorta di catatonia, per rimanere concentrato sul lavoro di ricostruzione della sua storia. Così era riaffiorato anche il dolore, quel dolore che non aveva saputo gestire, ma era come ridimensionato da una nuova certezza: sua moglie ed il suo amico lo avevano amato al punto da rinunciare ad una relazione che chissà, in fondo avrebbe persino potuto funzionare. E si era sentito pronto a ritornare.
Quel pomeriggio, quando la signora Carla era entrata nella stanza si era subito accorta della luce che brillava negli occhi del marito e gli si era avvicinata con un poco di titubanza, il cuore che batteva come al loro primo appuntamento.
Lui si era alzato e le si era posto di fronte, le aveva preso le mani e aveva detto, con voce ferma:

“Sono tornato, Carla”,

e l’aveva abbracciata mormorandole all’orecchio

“…e sì, con te sono sempre stato felice”.

Qualche giorno dopo venne dimesso dalla clinica:

“Bene, Professor Aulenzi, è ora che lei vada a casa, anche perché la sperimentazione è terminata”,

disse l’autorevole specialista.
Fu la signora Carla a dar voce al timore che agitava entrambi:

“…ma cosa potrebbe succedere ora, cessando l’assunzione del farmaco?”

L’autorevole specialista si grattò leggermente la lustra pelata ed infine rispose:

“…ah, a suo marito è stato somministrato il placebo. Come le dicevo, la mente umana fa strani scherzi, signora mia. Lei comunque lo tenga d’occhio, mi raccomando”.

Per i coniugi Aulenzi la vita riprese a scorrere serena e fu così per molti anni. Il Professor Giulio continuò a scrivere i suoi racconti noir osservando dalla finestra dello studio la bella facciata di Casa Malpighi, e l’amaro cinismo delle sue storie apparve mitigato da una sorta di compassionevole comprensione per le umane debolezze, mentre la signora Carla lo teneva d’occhio con affettuosa discrezione.
Si spense alla bella età di 95 anni, appena una settimana dopo la morte della moglie: si lasciò morire, perché aveva sempre saputo che non avrebbe voluto sopravviverle, e in fondo aveva avuto una vita lunga e felice.

 

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Pubblicato da Sonia Fantozzi

Spirito irrequieto alla costante ricerca dei perché e dei percome. Ha lasciato Milano,ma in cima a una collina ha scoperto che sarà milanese per sempre.

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