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Quando la penna prevale sul grilletto

È stato colpito da una sindrome da sineddoche l’ultimo vertice Apec (Asia-Pacific Economic Cooperation forum) che ha attratto a Pechino ventuno capi di stato e di governo, compresi i rappresentanti di Hong Kong e Taiwan. La parte ha infatti prevalso sul tutto e l’accordo ambientale tra Cina e Stati Uniti ha oscurato la serie di incontri e di risultati che la 26esima edizione del summit ha recato.

La storica firma di Barack Obama e Xi Jinping ha suggellato un successo che ha coinvolto l’organizzazione, i leader del G2 e l’intera comunità del Pacifico. Pechino aveva pulito il cielo, reso respirabile l’aria, proibito le maschere di Halloween in metropolitana. Ha puntato sul ferreo controllo e sulla dedizione di 800mila volontari. I fatti, i riflettori internazionali, le valutazioni degli analisti l’hanno ricompensata. L’Apec non ha sciolto nessuno dei molteplici nodi strategici che stringono l’Oceano, ma ha indicato un metodo promettente per parlarne.

Sono troppi gli attriti emersi da un interminabile dopoguerra. La Pax Americana è attraversata da così tante tensioni che impedivano qualunque accomodamento. Il nazionalismo ha da tempo sposato i successi economici e spinge per la puntigliosità delle frizioni piuttosto che per il loro ammorbidimento.

L’accordo tra Obama e Xi è stato dunque acuto, lungimirante, forse nobile. Per la prima volta la Cina si impegna a ridurre le emissioni e firma insieme a un altro paese che potrà controllarne i progressi. C’è comunque dell’altro nei giorni dell’Apec. È stata approvata la costituzione di una Ftaap (Free Trade Area Asia Pacific), proposta da Pechino. Appare probabile che la nuova area di libero scambio possa inglobare la Trans-Pacific Partnership, un’iniziativa statunitense rivolta verso i suoi alleati e non comprendente Russia e Cina. È difficile immaginare un trattato commerciale che escluda il paese con maggiori scambi al mondo, peraltro ospite del summit.

Sono stati inoltre raggiunti accordi commerciali tra Cina e Stati Uniti per lo scambio di tecnologia avanzata. La prima ha ceduto sulla rigidità dei controlli, i secondi hanno abbassato i livelli di sicurezza per le esportazioni. Pechino attrarrà miglioramenti, Washington ricaverà pagamenti: è la stessa logica dell’accordo sulla riduzione di anidride carbonica entro il 2030. Nelle parole di Obama il G2 si estende orizzontalmente: «Quando Stati Uniti e Cina possono lavorare insieme e raggiungere dei risultati, l’intero mondo ne trae beneficio».

Non da ultimo, l’Apec sarà ricordato per la stretta di mano tra il giapponese Shinzo Abe e Xi Jinping. È stata fredda, a denti stretti e nel gelo delle due delegazioni. Era tuttavia quanto di meglio ci potesse aspettare dopo anni ormai di accuse, insussistenza dei rapporti, sorvoli di aerei sulle isole contese tra Cina e Giappone.

Due conclusioni emergono con forza tra le tante espresse dall’incontro multilaterale. La prima è l’affermazione della leadership di Xi. Al primo vertice da lui presieduto ha saputo pilotare la Cina verso il palcoscenico e il trampolino. Ha ottenuto risultati tangibili e ha evitato che le rivalità – ancora fortissime – prevalessero. Ha dato prova di essere saldamente al timone del suo partito e a questo ha dimostrato di saper difendere gli interessi del paese con efficacia. Non era né facile né scontato.

Il segretario del Pcc è un’espressione delle sue varie anime, una sintesi degli interessi chiamato a rappresentare. Per prassi è eletto da una mediazione. È dunque debole per nascita, obbligato a conquistarsi i galloni del comando nella temperie politica. Sia all’interno che all’estero i suoi oppositori non mancano, ma Xi sembra aver conquistato con i fatti lo scettro del comando.

L’intero vertice è stato infine – nei suoi numerosi incontri – attraversato da schiettezza e pragmatismo. Le affermazioni di principio – importante quella di Obama sui diritti umani – non hanno impedito gli accordi. Più che mediare sulle differenze e produrre un anemico comunicato finale, il vertice le ha esposte e contemporaneamente superate. Nessuno è così ingenuo da immaginare una soluzione immediata, ma sembra comune la volontà di procedere senza esacerbare le tensioni. La globalizzazione non è solo una gabbia o un miraggio, ma anche un metodo. È più promettente usare le dita per impugnare la penna che sigla gli accordi, piuttosto che metterle su qualsiasi grilletto.

Articolo pubblicato anche sul quotidiano Europa
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Pubblicato da Romeo Orlandi

Presidente del Comitato Scientifico di Osservatorio Asia. Professore di Economia della Cina e dell'Asia. Esperto di globalizzazione. Autore, editorialista, relatore a convegni.

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