Appuntamento al buio

Ma quant’è bella Milano in una domenica di febbraio poco prima delle otto di mattina, con un’idea di nebbia – poco più che una patina di foschia, in verità – ad ammorbidire il paesaggio smussando spigolosità, velando brutture, sfiorando le strade grigie con un alito di luccicante bruma carezzevole come un bacio a labbra chiuse, intimo ma senza esagerare.

A quest’ora della domenica posso cantare tra me e me che è “tutta mia la città, un deserto che conosco” e chi se ne frega se è vecchia, reclamo con fierezza il diritto di ricordare ammuffite melodie che ascoltavo da ragazzina, quando pensavo di avere dinanzi un tempo interminabile e ancora sognavo, e sognare era una salvifica via di fuga.

Non vi è molta gente in giro; a parte qualche salutista a oltranza o velleitario, come la sottoscritta, incontro per lo più individui da appena a molto attempati, qualcuno portato a spasso con affettuosa condiscendenza da un cane che persino un poco gli somiglia. Chissà se è successo col tempo o se si sono scelti appunto per un’affinità di tratti e di atteggiamento: ma in realtà il più delle volte è l’uomo che sceglie il cane e non viceversa. I più giovani a quest’ora della domenica dormono, probabilmente sono rincasati da poco.

Paf paf-paf paf la felpata cadenza regolare della mia corsa sui sentieri inghiaiati dei Giardini Pubblici  è un rumore dadaista in aperta dissonanza con il tum tum-tum tum fuori giri del mio cuore. E scusi, Indro Montanelli, ma per me che ci giocavo da bambina quando c’era anche lo Zoo questi olmi aceri platani sofore querce rosse panchine sentieri e statue tra Porta Venezia e Palestro saranno sempre i Giardini Pubblici, sebbene dall’anno scorso, ovvero dal 2002, siano intitolati alla sua memoria: con tutto il rispetto, le si poteva dedicare qualcosa di più piccolo, cerchi di capire, io mi sento irrazionalmente  defraudata del connotato “Pubblico“ di questi Giardini.

Penso che forse  morirò qui e ora, ma sarò una spoglia in perfetta forma,  quasi cinquant’anni ed egregiamente conservata. “Conservata”, come in una sorta di sottovuoto: il mio corpo è l’involucro protettivo che incomincia a presentare qualche trascurabile grinza, ma cuore e animo all’interno di questa elastica corazza si sono preservati pressoché intatti, intonsi, eppure così vecchi.

La luce lattiginosa del sole di febbraio tingeva il cielo di un azzurro slavato assai particolare (a proposito, occorrerebbe aggiornare la scala dei pantoni aggiungendo al blu di Prussia e al rosso pompeiano un azzurro Milano, e certo i milanesi rammenterebbero al volo la sfumatura esatta di quella tinta). Non era comunque giunto il momento di morire per Alice Pozzi, la quale verso le nove si trascinò fuori dai Giardini sui Bastioni di Porta Venezia, tentando di dissimulare con consumata disinvoltura la rigidezza dolorante degli arti inferiori. Si incamminò su via Della Moscova, svoltò in via San Fermo e si infilò nel portone dell’elegante condominio con le terrazze piantumate degli attici all’ultimo piano. Non occupava uno di quegli esclusivi alloggi, ma un appartamento al quarto piano dove avrebbe trascorso il resto di una lunga e solitaria giornata con la compagnia della musica e di un libro, nell’attesa del lunedì: la domenica non era che una pausa forzata, uno spazio vuoto che faceva sempre più fatica a riempire. Giunse infine la sera; osservando il tramonto insolitamente acceso di rosso e arancione che sembrava premere contro i vetri delle finestre del soggiorno in un gioioso assedio, ebbe la sgradevole intuizione di avere sprecato del tempo, e non solo in quella domenica. Si accorse allora che la pianta di ciclamini che aveva comprato il giorno del suo compleanno e che aveva poi trascurato di bagnare si era infine arresa, ripiegandosi su se stessa fino a morire.

Nell’acquisto dell’alloggio in via San Fermo Alice aveva investito (o sperperato, dipende dai punti di vista) parte dell’eredità paterna, e se fosse vero che i morti seguitano ad assistere da lassù o da laggiù alle vicende dei vivi suo padre di certo stava patendo. Uomo ricco di famiglia e proprietario di un redditizio mobilificio in Brianza, era dispotico e talvolta manesco sia con la moglie che con i figli. Avaro, immiserito in un’implacabile grettezza, di aspetto insignificante, assai più vecchio di sua madre e vecchio in senso assoluto, aveva costretto la famiglia nelle ristrettezze per un intero ventennio.  Nel ‘75, la sera della vigilia di Natale, era crepato solo come un cane randagio nel gelido ufficetto del mobilificio mentre calcolava l’incasso della settimana. Quando Alice e Claudio, suo fratelle gemello, facevano appena la prima elementare, la mamma aveva letto loro “Canto di Natale” e da allora parlando del padre avevano preso a chiamarlo Ebenezer Scrooge come il personaggio di Dickens. Egli tuttavia non si ravvide mai e la mamma, figlia di operai di Porta Genova bellissima e inconcludente, la quale lo aveva sposato per sistemarsi usando il mezzo più antico del mondo (infatti i gemelli nacquero quattro mesi dopo le nozze), dovette aspettare per l’appunto vent’anni per godere degli agi ai quali aspirava.

Era stato nei giorni immediatamente successivi al funerale che Alice aveva compreso appieno il lucido cinismo e la durezza di quella donna che per tutta la vita avrebbe conservato un aspetto dolcemente fragile, garantendosi la presenza costante di qualche cavalier servente pronto a soddisfare i suoi desideri in cambio di un sorriso. Era appunto quella l’unica cosa che essa elargiva con calcolata generosità e benché il defunto marito l’avesse ossessionata con la gelosia, l‘indifferenza sentimentale (persino nei confronti dei suoi stessi figli) regolò la sua intera esistenza.

“Se non nasci fortunato, la buona sorte te la devi cercare con i mezzi che hai a disposizione. Lo vedi cara, bastava avere pazienza. L’ho sempre saputo, fin dal primo giorno. D’altronde, tuo padre aveva trent’anni più di me, era nell’ordine naturale delle cose. Ora sono finalmente libera. E anche voi, del resto”.

Venduta l’attività nella quale il vecchio aveva obbligatoriamente coinvolto i figli appena dopo il diploma, una cascina con del terreno agricolo nei dintorni di Erba e il piccolo condominio in viale Monza, compreso l’appartamento nel quale abitavano, il sodalizio ventennale fra i tre eredi si era rapidamente disgregato. Fu come se ognuno di essi avesse fretta di liberarsi di qualunque cosa ma anche di chiunque appartenesse a un passato opprimente che intendeva lasciarsi alle spalle in tutta fretta: Claudio si era trasferito a Bologna iscrivendosi al DAMS ed era in seguito diventato un apprezzato disegnatore di fumetti, coltivando una dote e una passione che aveva sin da bambino, la madre si era stabilita in un bel palazzo in via Turati e viveva finalmente da signora e Alice aveva acquistato l’appartamento in via San Fermo.

Libera di vestirmi come mi pareva e di frequentare chi più mi aggradava, di proseguire gli studi se ne avessi avuto voglia o di cercarmi un impiego con la tranquillità di un solido gruzzolo a coprire le spalle, libera di andare in vacanza o di oziare tutta la domenica sul divano, libera di non temere più le male parole, le umiliazioni e gli schiaffi. Ecco, non avere più paura fu la vera liberazione, un’ebbrezza difficile da spiegare. Per tutto il resto subentrò presto una specie di indolenza, un quieto lasciarsi andare a una vita povera di affetti e di emozioni ma anche al riparo dalla sofferenza e totalmente indipendente. Non è questa, la vera libertà?

“Dottore, si ricordi che oggi è il compleanno della signora Amalia”.

Negli occhi color fiordaliso del Presidente del Consiglio d’Amministrazione della grande azienda chimica, la cui sede commerciale e amministrativa occupava due piani di un palazzo in Piazza della Repubblica, transitò un lampo di smarrito sgomento.

“…ho già provveduto a far recapitare a casa di sua madre le gardenie che ama tanto e le proporrei di scegliere tra qualche giacca in cachemire che mi sono fatta portare dal solito negozio in Via Della Spiga. Ah, ho anche prenotato al “Boeucc” per stasera alle ventuno; ho già avvisato sua moglie”.

L’uomo rilassò le spalle e la osservò per un attimo con ammirata gratitudine:

“Pozzi, senza di lei sarei un uomo perduto”

e vi era una nota scherzosa nella sua voce, sebbene fosse del tutto sincero.

Affascinante cinquantacinquenne dall’altisonante doppio cognome, appartenente a una blasonata stirpe milanese imparentata con un sacco di gente a vario titolo importante il dottor Pierpaolo, nel corso di quindici anni di collaborazione con la sua segretaria le aveva interamente affidato l‘organizzazione delle sue giornate, vacanze e incontri clandestini (non necessariamente di natura amorosa) compresi. Alice sapeva dunque tutto del suo nobile capo, pubblico e privato, lecito e illecito, e riusciva a far quadrare ogni cosa con efficienza e discrezione. Possedeva sensibilità, determinazione e capacità organizzative eccezionali e per ragioni che egli non conosceva né era interessato a conoscere, dal primo giorno in cui era stata trasferita dall’ufficio legale e le era stata affidata la gestione della segreteria presidenziale si era impegnata a prendersi cura di lui, sospendendo qualsiasi giudizio morale sul suo operato: soddisfaceva un’innata necessità comune a molte donne, evitando il rischio di qualsiasi investimento affettivo. A causa del loro evidente affiatamento alcuni colleghi avevano spettegolato su una possibile relazione, non comprendendo che il dottor Pierpaolo era un autentico snob che mai avrebbe allacciato una storia con una sua dipendente, benestante ma pur sempre di rango inferiore.

A causa della sua scarsissima propensione a familiarizzare e della sua ostinata riservatezza, Alice suscitava qualche curiosità e sulla sua vita sentimentale di tanto in tanto venivano alimentate le illazioni più strampalate. Graziosa ma assai lontana dall’innato potere di seduzione della madre, la figura snella e ben proporzionata alla quale il piglio autoritario e lo stile sobrio conferivano un’algida rigidezza, Alice in realtà aveva avuto due storie senz’altro importanti, tant’è che ognuna di esse era durata diversi anni senza tuttavia implicare il desiderio di una convivenza. Si era trattato di relazioni basate più su affinità culturali e di gusti che sull’attrazione; erano legami affettivi molto più simili all’amicizia che all’amore e con il trascorrere del tempo erano sbiaditi come un vecchio golfino infeltrito da troppi lavaggi, riducendosi a una serie di rassicuranti consuetudini: ad Alice sarebbe anche bastato ma i suoi compagni se ne erano stancati, l’uno dopo l’altro.

 Non si deve permettere mai a nessuno di diventare il baricentro del proprio spazio vitale, nemmeno per un istante”.

Forse sono più simile a mia madre di quanto credessi, ma allora perché di tanto in tanto mi prende una malinconia subdola e affiora il rimpianto per un’occasione perduta per non averla saputa riconoscere, o per aver scientemente operato affinché mai si presentasse?

Fu senz’altro per il troppo rimuginare su tali disturbanti riflessioni che il venerdì successivo cedette alle insistenze dell’ospite americano e accettò il suo invito per la serata. L’uomo, dirigente dell’azienda del Missouri che deteneva una modesta quota azionaria della società per la quale Alice lavorava, si era trattenuto nella sede milanese per tutta la settimana e sin dal primo giorno l’aveva tampinata con melliflua insistenza. Era di aspetto gradevole, fisico atletico ed elegante, faccia poco espressiva tradita dal mento leggermente sfuggente e nell’insieme molto bambolotto Ken, il fidanzato di Barbie. Gli aveva prenotato lei stessa un volo per Saint Louis che partiva sabato all’alba, dunque si trattava di un incontro senza seguito ed ebbe improvvisamente voglia di fare qualcosa che rompesse i suoi rigidi schemi.

Lavoro da quindici anni nel medesimo ufficio, da trenta in quest’azienda, non so nemmeno da quanto  faccio la spesa nel solito supermercato e tendo a parcheggiare l’auto sempre nello stesso posto sul piazzale; non cambio parrucchiere da un ventennio e mi vesto in due o tre negozi del centro, sempre gli stessi. Soprattutto, non ho mai preso in considerazione un invito da uno sconosciuto che neanche m’interessa tanto. Un appuntamento al buio, in pratica. Uno strappo alla regola, forse salutare.

La primavera era ancora lontana e del resto marzo è un mese crudelmente inaffidabile, eppure all’improvviso nei parchi e nei giardini le forsizie si erano colorate di giallo in un’esplosione di vitale ottimismo e sul finire di una giornata di sole la sera l’aria era tiepida e foriera di promesse tanto vaghe quanto ammalianti. Alice aveva dato appuntamento a Ted per le dieci e mezza al Bar Brera (una cena le era sembrata troppo impegnativa e aveva rifiutato con inappellabile risolutezza) e la serata era talmente mite che decise di recarsi a piedi all’appuntamento.

L’antico borgo di Brera aveva smarrito il connotato di stravagante enclave ancora così evidente negli anni ’60: ai geniali artisti squattrinati e ai lisergici capelloni irriverenti si erano sostituiti fotografi, pubblicitari, modelle, turisti e milanesi che alle chiassose discoteche alla moda preferivano l’illusione di un luogo scandalosamente irregolare, con un ritmo proprio totalmente asincrono rispetto al passo del resto della città. Milano, nel suo smanioso reinventarsi, aveva infine limato e patinato la ruvidezza alternativa di quei vicoli bui, eppure qualcosa rimaneva dell’antica atmosfera: era nell’aria, nelle pietre del selciato e in certi muri ammuffiti.

Giungendo in via Pontaccio, invece di dirigersi in via Brera prese il Vicolo Fiori Chiari, quasi stesse seguendo una misteriosa pista olfattiva. Fu invece l’eco di una vecchia canzone che la indusse a fermarsi dinanzi all’ingresso di un piccolo locale. Ristette per un poco sul marciapiede, la mente svuotata di qualsiasi pensiero, poi sospinse il portoncino d’ingresso.

Riuscire a entrare al Mirò il venerdì sera era un evento straordinario, d’altronde era ancora molto presto, l’affluenza sarebbe incominciata un poco più tardi. Si accedeva al locale scendendo una breve scalinata; lungo e stretto, con un palco sul fondo sul quale un gruppo suonava dal vivo esclusivamente musica degli anni ’60, grazie a una sapiente disposizione di specchi appariva assai più grande di quanto non fosse in realtà. Alice avanzò verso il palco, attirata dalla musica come uno dei bambini rapiti dal pifferaio di Hamlin, o almeno così si figurò in quel momento. Sedette a un tavolino libero, assorta nell’ascolto di quelle melodie che la riportavano alla sua adolescenza: un tempo che sapeva di avere vissuto ma del quale aveva così poco da ricordare, come se fosse solo una sequenza di giorni tutti egualmente nebbiosi.

Sorseggiando un intruglio analcoolico si accorse che erano ormai le undici passate e s’immaginò il povero Ted, il quale forse la stava ancora attendendo (invano,  chissà se lo aveva capito) al Bar Brera: un’imperdonabile scortesia che la fece sentire vergognosamente allegra e le scappò un mezzo sorriso. Aveva la sensazione di essersi sottratta a un appuntamento inutile e noioso, forse persino sgradevole. Fottiti, Ted. Decise che se ne sarebbe stata lì tutta la serata, al riparo di quelle note e di quel minuscolo tavolino.

Come ogni venerdì il Mirò si stava velocemente riempiendo. Qualcuno si fermò nel corridoio accanto al suo tavolo; percepì un aroma avvolgente e dolce di tabacco da pipa e sollevò lo sguardo. L’uomo era alto e magro, nel profilo del volto dalla mascella squadrata e dal naso lievemente aquilino, i capelli scuri e lisci che coprivano le orecchie e scendevano sul collo vi era qualcosa di signorilmente antiquato. Lo fissò a lungo, sperando che si voltasse in modo da poterlo vedere meglio e quando ciò avvenne sentì un leggero scombussolamento che le stirò le labbra in un accenno di sorriso. L’uomo ricambiò con un breve cenno del capo, alla stregua di un saluto.

“Sono sola, se vuole può sedersi”,

disse Alice, perché aveva voglia di sentire la sua voce ed egli parve afferrare il senso di quell’ammissione: sono sola.

“Venivo in questo posto tanti anni fa. Manco da Milano da parecchio, sono appena tornato e non credevo nemmeno che esistesse ancora”.

Un’ombra veloce passò nei suoi occhi grigi come certi cieli prima del temporale; Alice intuì che si trovava in quel luogo perché doveva chiudere qualche vecchia storia irrisolta e rifletté che forse non era stato il caso, ma un disegno del destino a condurla proprio al Mirò. Nel frastuono del locale, tra la musica e le chiacchiere degli avventori era difficile sostenere una conversazione e quando Corrado propose di uscire, Alice non esitò neppure per un attimo.

Doveva essere una serata fuori dagli schemi, dunque che lo sia.

Ted si era infine rassegnato a lasciare il Bar Brera da solo e si guardava attorno, incerto su quale direzione prendere. Quando la scorse sull’altro lato del marciapiede al braccio di un uomo alto e scuro di capelli pensò soltanto una cosa e la mormorò in italiano, rivolto all’ingrata notte milanese:

“Stronza”.

Poi gli venne in mente che i suoi capi non sarebbero stati affatto contenti. Lo avevano spedito in Italia affinché estorcesse alla segretaria del dottor Pierpaolo (in un modo o nell’altro) informazioni sull’incontro segretissimo del Presidente con il potente e discusso omologo di un colosso della chimica cinese: ma che ci poteva fare se quella aveva fatto la preziosa per tutta la settimana e poi lo aveva piantato come un cretino qualunque in quel bar? Non poteva certo aspettarla sotto casa e puntarle la pistola alla tempia. O forse sì. Ma via, lui non era un killer, che si fottessero pure i capi.

Corrado e Alice avevano camminato a lungo senza una meta, accomunati nell’intento di regolare i passi secondo un identico ritmo, come se stessero danzando sulle note di una musica segreta. Dandosi il braccio come due vecchi coniugi ognuno  poteva percepire il calore e l’odore dell’altro e immaginarne il respiro,  mentre il suono sommesso di una conversazione via via più confidenziale risuonava nelle vie silenziose. Era come se si conoscessero da tanto tempo e si fossero finalmente ritrovati dopo una lunga assenza.

L’aria era tiepida, a breve le piogge di primavera avrebbero lenito il terreno inaridito e brullo, riportando la vita.

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Sonia Fantozzi

Spirito irrequieto alla costante ricerca dei perché e dei percome. Ha lasciato Milano,ma in cima a una collina ha scoperto che sarà milanese per sempre.

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