L’Asia non è più quella di una volta

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Per comprendere l’Asia era sufficiente cliccare sul sito della BBC. Fino a pochissimi anni fa – e certamente fino all’inizio della crisi – il continente sembrava colpito da bipolarismo. Le notizie del sub-continente indiano attingevano dalla politica e dalla sicurezza; quelle dell’Estremo Oriente soprattutto dall’economia e dalla società. I titoli erano eloquenti e unidirezionali: tensioni nel Kashmir, l’atomica contesa tra India e Pakistan, attentati, guerriglia in Nepal, guerra civile in Sri Lanka, resistenza talebana in Afghanistan, addirittura un colpo di stato nelle Maldive. Potevano cambiare luoghi e personaggi, ma il tenore delle notizie era invariato. Al contrario, l’Asia Orientale rifletteva crescita, stabilità, diffusione del benessere. Sia il nord-est industrializzato (Cina, Giappone, Corea) che i 10 paesi dell’Asean disegnavano la storia senza ricorrere alla cronaca. Leggendo, gli economisti ritrovavano il buon umore: 16 linee della metropolitana a Pechino, alto numero di miliardari a Singapore, potenza dei chaebol coreani, decollo del Vietnam, prosperità della Malaysia, sconfitta della povertà in Indonesia. Si costruiscono scuole, dighe, case, aeroporti. Il Pil si impenna e anche quando ristagna, come in Giappone, non scalfisce la prosperità e la democrazia. L’Asia Orientale cresce al suo interno e trascina la ripresa mondiale; acquista forza e autonomia.

Ora la situazione tra le 2 Asie si è livellata, purtroppo con la prevalenza delle tensioni. Sono queste ad aumentare nel Pacifico, non l’economia a crescere nell’Oceano Indiano. Lo stesso click della BBC è eloquente: attacchi alle fabbriche cinesi a Hochimincity, navi da guerra intorno agli arcipelaghi, no-fly zone imposta dalla Cina sulle isole contese al Giappone, la marina Usa ritorna nelle basi Filippine dopo esserne stata cacciata, Seul si schiera contro Tokyo, la Tailandia si affida ai militari, continua lo stillicidio degli attentati nel Xinjiang, la provincia turcofona e mussulmana della Cina occidentale. Era una suggestione letteraria della Via della Seta, ora è costellato da idrocarburi. In un indecifrabile conseguenzialità, la crescita flette e aumenta la tensione, senza chiarire la causa e l’effetto. Contemporaneamente cambiano anche le società: la Cina è il più grande mercato del lusso, l’Indonesia un campione di democrazia, i social network modellano l’opinione pubblica, esplodono i consumi di vino e formaggio. Forse anche in Oriente non esistono più le mezze stagioni, probabilmente il fascino esotico ha lasciato spazio alle ciminiere, certamente l’Asia non è più quella di una volta. Qual è il motivo dei venti di guerra? Perché soltanto ora la Cina rivendica isolotti amministrati dal Giappone? E’ ipotizzabile che il Vietnam dimentichi la sua guerra e si allei con Washington contro Pechino? Che interesse ha la Cina a inimicarsi il sud-est asiatico? Solo la Cambogia cede a Pechino, non dimenticando l’alleanza ai tempi di Pol Pot e la storica rivalità con il più potente nemico vietnamita. C’è poi la recrudescenza delle tensioni con le minoranze mussulmane nei paesi buddisti come Tailandia e Myanmar.

I cambiamenti sono dovuti all’incrocio di molti fattori, in sintonia con l’insegnamento di Obama che The world is a complicated matter. È tuttavia possibile rintracciarne 2 tra i più importanti: la crisi dello “sviluppismo” e la fine della pax americana. Dalla fine della seconda guerra mondiale il Pacifico è stato sostanzialmente un immenso lago statunitense. Il Giappone è diventato presto un alleato, prezioso avamposto militare nelle Guerra Fredda e in quella atroce della Corea. Stessa sorte è toccata ai governi di Seul, Taipei, Jakarta, Bangkok. L’ambizione era semplice e dispendiosa: contenere l’espansionismo della Cina e dell’Unione Sovietica, bastioni del comunismo mondiale. Mentre l’Europa si ricostruiva e si pacificava, in Asia si continuava a sparare in guerre e guerriglie, dall’indipendenza del Vietnam ai conflitti nella giungla filippina, dalla divisione coreana alla massiccia repressione in Indonesia (Un anno vissuto pericolosamente). Nel climax della tensione le portaerei solcavano i mari e gli arsenali si riempivano. Improvvisamente, nell’89, il crollo sovietico, l’apertura della Cina, l’omologazione del Vietnam hanno dato forza alla pacificazione. Il tramonto della diversità ideologica, la fine del pericolo politico hanno convogliato l’attenzione dei governi verso un’unica direzione: l’impegno economico per rafforzarsi, per sconfiggere il sottosviluppo, per riscattarsi socialmente. Diviso da rancori, ma cementato dal pensiero unico, il continente ha inanellato una serie di successi. Ha iniziato il Giappone, hanno proseguito Tigri e Tigrotti asiatici, si è aggiunta la Cina con il suo ingombro mal sopportato. Si trattava di tutte varianti del capitalismo, pur nell’eccentricità delle singole situazioni.

La sfera politica ha concesso una delega revocabile all’economia. Le ha assegnato il compito di creare ricchezza, di assicurare consenso attraverso la prosperità, di gestire situazioni nuove e complesse. I burocrati, i quadri di partito sono inadeguati a gestire le aziende, a lanciarle nella competizione internazionale. Sia nella Cina autoritaria che nei paesi paternalisti, la politica ha garantito la stabilità, la protezione della proprietà, gli investimenti delle multinazionali. L’Asia Orientale è stata il miglior protagonista della globalizzazione. Lo rilevano i progressi del Pil, l’accesso ai consumi, l’alfabetizzazione, la qualità della vita, i record infranti. Il successo è stato epocale, ma le sue basi sono ancora fragili. I governi infatti hanno messo il bavaglio al passato, non lo hanno affrontato. Un interminabile dopoguerra non ha cicatrizzato risentimenti e rancori. La democrazia giapponese, pur generosa nel concedere aiuti ai vicini, non ha fatto abbastanza, secondo le vittime cinesi e coreane, nel chiedere scusa alle sofferenze inflitte. Le dispute di frontiera risorgono, mentre le spese militari crescono ovunque. Le tensioni etniche e religiose deflagrano e alimentano il nazionalismo. I successi non hanno creato solidarietà, hanno al contrario dato la forza per riaccendere animosità mai sopite. L’Europa ha fatto molto per la pace; Willy Brandt si è inginocchiato a Varsavia e a Gerusalemme. Nulla di analogo è avvenuto in Asia. I tre grandi del nord-est non hanno luoghi di incontro politico. Nonostante la protezione di Pechino a Pyonyang, Seul non esita a schierarsi contro Tokyo nella contesa delle isole tra Cina e Giappone. Evidentemente il ricordo della brutale occupazione giapponese di 100 anni fa è più forte del sostegno dato dalla Cina alla Corea del Nord nella guerra civile. Nel sud-est asiatico l’Asean è un Associazione soprattutto commerciale, senza vincoli cogenti e lontana dal modello dell’Unione Europea.

Non sorprende dunque che proprio ora esplodano tensioni finora sopite. Ora i paesi hanno i muscoli per incutere paura e riverenza. È inevitabile che la disputa più importante sia tra Cina e Stati Uniti. Pechino rivendica le isole del Mar Cinese Meridionale, raggruppate nella curva teorica che le racchiude, la nine-dash line. Tutti i paesi rivieraschi la contestano. L’ironica eccezione di Taiwan conferma che il nazionalismo sia il motivo più incisivo delle tensioni. Nonostante la rivalità tra Taipei e Pechino sia la madre di tutte i conflitti, le 2 sponde dello stretto non esitano a rivendicare l’appartenenza delle isole contese alla Grande Madre Cina. La genesi nazionalista valica gli interessi economici, la disponibilità di gas sui fondali, il controllo delle vie del petrolio. In questo quadro complesso e preoccupante, i paesi del sud-est asiatico affrontano un dilemma pericoloso: temono l’espansionismo della Cina, ma ne hanno bisogno economicamente. Si rivolgono agli Stati Uniti per la loro sicurezza, senza irritare il Regno di Mezzo. È un gioco più grande di loro, fatidico approdo a cui si giunge se la pace viene rimandata e la politica abdica a favore della crescita del Pil.

Articolo proposto anche su Pagina99 Weekend
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Romeo Orlandi

Presidente del Comitato Scientifico di Osservatorio Asia. Professore di Economia della Cina e dell'Asia. Esperto di globalizzazione. Autore, editorialista, relatore a convegni.
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One thought on “L’Asia non è più quella di una volta

  1. Massimiliano il said:

    Bel post che prende sicuramente in considerazione le maggiori tematiche aperte sull’argomento “Asia Orientale”. Vorrei suggerire un libro a riguardo tali tematiche, frutto di esperienze dirette nei Paesi menzionati qui, soprattutto per quanto riguarda la Cina: Bolle d’Asia, Alessandro Del Grand. Credo lo si trovi nei migliori digital store.

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