Canguri con gli occhi a mandorla

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L’accordo di libero scambio tra Cina e Australia non è agli antipodi delle nostre preoccupazioni come sembra. Trascurato dall’attenzione italiana, ha ricevuto un esame prevalentemente economico tra gli analisti internazionali. Il free trade agreement siglato dal presidente cinese Xi Jin Ping e il premier conservatore Tony Abbott ha un valore che valica le classiche operazioni commerciali. Esse, come sempre in questi casi, sono destinate ad aumentare.

Non ci saranno più barriere tariffarie per le merci cinesi verso l’Australia e quasi nessuna per il flusso inverso. A Canberra, ne beneficeranno gli esportatori di minerali – carbone e alluminio – e di prodotti agricoli – cereali, carne e derivati del latte. A Pechino saranno felici i produttori di manufatti che negli ultimi anni, con una combinazione imbattibile di costi bassi e qualità crescente, hanno inondato l’Australia. Il nuovo accordo non potrà dunque che migliorare uno scambio commerciale già florido. Dal 2009 la Cina è infatti il primo partner commerciale dell’ex colonia britannica. I due paesi sono appunto agli antipodi per sistemi sociali e demografia, ma complementari per risorse e necessità.

Sembra dunque confermarsi la novità epocale che da 20 anni dà forma alla svolta di Canberra: “La politica estera sarà sempre più causata dalla geografia piuttosto che dalla storia”. In realtà, il paese non ha mai messo in discussione le alleanze strategiche con le democrazie occidentali, in primis con gli Stati Uniti e in Asia con il Giappone. L’emersione della Cina tuttavia ha imposto una riconsiderazione degli interessi nazionali. Non si può negligere la seconda potenza economica mondiale per sole motivazioni ideologiche. Ne è conseguito un approccio pragmatico e negoziale che è però sottoposto a rischi più grandi. In questa cornice, sono due gli aspetti peculiari del FTA per l’Australia. Il primo attiene alla politica interna perché ironicamente è stato condotto a termine da un governo sulla carta più ostile alla Cina dei laburisti. Dopo 9 anni di negoziato infruttifero, l’accelerazione è stata impressa dopo che il Labour ha perso le elezioni. Sono state dunque superate le dispute sui diritti umani in Cina e ha prevalso una logica orientata al business, dove l’identità nazionale è stata posta in secondo piano rispetto alle enormi potenzialità che possono dischiudersi.

Esse tuttavia – è questo il secondo aspetto – possono rivelarsi pericolose per il futuro stesso dell’Australia. L’accordo prevede infatti ampie facilitazioni per gli investimenti cinesi. Tutti quelli di origine statale continueranno a dovere essere approvati dal FIRB, Foreign Investment Review Board. Per quelli privati la soglia di completa liberalizzazione è stata più che quadruplicata. Ora i capitali privati di Pechino potranno acquistare asset australiani senza nessuno scrutinio della FIRB fino a 1,078 miliardi di ASD (750 milioni di Euro) rispetto agli 0,25 della precedente normativa. È possibile che un paese vasto e ricco, ma di soli 23 milioni di abitanti sia venduto a piccoli lotti ad acquirenti nettamente più potenti e numerosi. Non a caso tra un mese – è il primo annuncio dopo l’accordo – una delegazione del China Entrepreneur Club si recherà in Australia. Trentacinque tycoon cinesi valuteranno loro investimenti in settori una volta strategici e dunque proibiti. Le aziende del Club possono contare su un’enorme disponibilità, perché il loro valore equivale al 4% del PIL cinese. Ora hanno anche una legislazione favorevole che consente loro libertà prima inimmaginabili.

Articolo pubblicato su QN-Quotidiano Nazionale
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Alberto Forchielli

Presidente dell’Osservatorio Asia, AD di Mandarin Capital Management S.A., membro dell’Advisory Committee del China Europe International Business School in Shangai, corrispondente per il Sole24Ore – Radiocor

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