Donne folli alla ricerca del proprio destino, a Parigi nel 1885

Il ballo delle pazze

(Ringrazio Simona Heidempergher ed il suo straordinario circolo di lettura per la segnalazione)

Verso la fine de La Sonata a Kreutzer, un romanzo breve del 1889 di Lev Tolstoj (1828-1910), si legge questo brano:

“Così vanno le cose da noi, esattamente come anche in Europa. Tutti gli ospedali sono pieni di donne isteriche che trasgrediscono alle leggi naturali. Le ossesse e le pazienti di Charcot sono donne inferme, ma di seminferme è pieno il mondo”.

Una nota a piè di pagina dell’edizione che abbiamo letto (San Paolo-Famiglia Cristiana, 1999) aiuta il lettore spiegando che Jean-Martin Charcot (1825-93) era un “celebre neuropatologo” che operava a Parigi all’ospedale della Salpetrière ed ebbe come allievo anche Sigmund Freud; ma noi delle #LettureInclinate non avremmo avuto bisogno di questa nota, essendo freschi di lettura del romanzo che commentiamo oggi, ambientato proprio alla Salpetrière, un ostello per sbandati ed emarginati poi trasformato in ospedale: si tratta de Il Ballo delle Pazze” (Edizioni E/O, 2021, pagg. 182, Euro 16,50) di Victoria Mas (1987).

Prima di passare a questo romanzo, però, due parole sul racconto di Tolstoj, che è una lunga requisitoria contro il malcostume, la corruzione ed il decadimento che, secondo il grande narratore, stava caratterizzando la società – consentiamoci questo termine – occidentale; il racconto è sostanzialmente di un monologo del protagonista, Pozdnysev, che in treno si confida con un altro passeggero, rivelando la storia che lo ha portato ad uccidere la moglie (non anticipiamo gran che, poiché questa informazione ci viene data quasi subito); La Sonata a Kreutzer è un viaggio nelle incomprensioni del matrimonio, nelle insidie della carne, nella falsità delle convenzioni, nella fragilità e nella debolezza in cui, spesso, la donna era relegata in quella società, e, per converso, nelle nefandezze cui ricorrevano molti uomini all’interno di rapporti complicati e tormentati.

Ma per tornare invece al romanzo della giovane autrice francese, che con Il Ballo delle Pazze debutta nella narrativa, è proprio la donna, senza alcun dubbio, al centro del racconto: la sua condizione, ma anche la sua forza e la sua intelligenza.

Vediamo un attimo di collocare meglio la storia: siamo a Parigi nel 1885 e le descrizioni della città ci ricordano quelle di Irene Nemirovskij nella prima parte di Suite Francese:

“A Parigi è l’alba. Per le strade la popolazione mattutina calpesta già il selciato. Lungo la Senna e sul canale Saint-Martin decine di lavandaie vanno verso i battelli attrezzati a lavatoi portando sulle spalle sacchi pieni di biancheria di borghesi. Gli straccivendoli, dopo aver passato la notte a cercare merce da rivendere, trascinano le pesanti carrette cariche dei sacchi della raccolta notturna”.

E ancora:

“Place Pigalle. Un addetto comunale, munito della sua pertica, accende un lampione a gas. Ha smesso di piovere. I marciapiedi sono bagnati, dai tubi delle grondaie scende ancora acqua. Alle finestre si scuotono le persiane per far cadere le gocce, negozi e caffè rovesciano l’acqua accumulata nei tendalini spingendo la tela dal basso con un manico di scopa”.

All’ospedale della Salpetrière conosciamo una delle protagoniste, Geneviève, la responsabile delle infermiere che governano la struttura; Mas descrive l’ospedale con realismo, quasi con distacco, con un racconto asettico, talvolta crudo (ci ha ricordato l’Ishiguro di “Non Lasciarmi”) quando descrive “la alienate”: donne malate, ma non sempre, che talvolta venivano semplicemente strappate dalle proprie famiglie solo perché stravaganti, o un po’ balzane  o fantasiose, o solo perché aperte a considerare l’esistenza di qualcosa di soprannaturale, di mistico, o forse anche solo di sentimentalmente attraente.

L’altra scena che si apre all’inizio del romanzo ci porta nella famiglia del notaio Clery, padre padrone, che ospita in casa l’anziana madre, con un figlio maschio, Théophile, ed una figlia femmina, Eugénie, che è l’altra protagonista del romanzo; è ormai una donna, eccola:

“…fiduciosa, fiera, pallida e bruna, con la fronte intelligente, l’occhio attento e l’iride sinistra segnata da una macchiolina scura, una ragazza che osserva e registra tutto, ansiosa di non sentirsi limitata nel sapere, né nelle aspirazioni…”.

Eugénie, in questa ricerca, si avvicina a tesi spiritiste, “sente” la presenza del nonno defunto, lo confessa alla nonna che, con un voltafaccia sconvolgente, provoca la decisione immediata del notaio Clery: queste debolezze, questa fantasie assurde, non si possono tollerare! La giovane viene accompagnata, in una scena davvero straziante, alla Salpetrière, dove naturalmente incontrerà l’infermiera Geneviève, segnata dal lutto per l’amata sorella, e le cambierà l’esistenza.

La trama si sviluppa rapida, con una scrittura incalzante, che potremmo definire cinematografica: Victoria Mas è molto brava a fornirci questo affresco della Parigi dell’epoca; il ballo cui allude il titolo del romanzo è quello che annualmente la clinica organizza nel suo “nuovo corso” sotto la direzione di Charcot, “esponendo” le malate all’incontro con la comunità, in un precario equilibrio fra il tentativo di integrare queste persone e l’esporle al pubblico ludibrio, di stigmatizzare la loro malattia e forse anche i risultati con loro ottenuti: il ballo del 1885 sarà l’occasione di una svolta per le protagoniste, che ritrovano se stesse in una sorta di liberazione, anche interiore.

Il romanzo scorre su un plot abbastanza scontato (e non è necessariamente una critica), ma riteniamo che l’attenzione dell’autrice non fosse tanto sulla trama, peraltro resa in maniera brillante, quanto su altri temi di interesse, che ci riportano all’analisi sociale che anche Tolstoj aveva fatto, 130 anni fa.

Una società maschilista e patriarcale, una totale incomprensione di cosa fosse la malattia psichica, una tendenza ad accomunare alla pazzia ed all’alienazione situazioni molto diverse (come l’originalità, la libertà di costumi, l’ambizione), la superstizione, il conformismo, l’oscurantismo, il paternalismo maschilista dilagante, la tragica cattiveria delle convenzioni sociali, insieme ad una modernissima considerazione dell’esposizione del dolore, e del medico superstar, Charcot (“tutta Parigi conosce il suo nome”), che oggi spesso torna di moda come fenomeno social o televisivo; ci paiono questi i temi che emergono dalla lettura di questo romanzo, che scorre via rapido, con una scrittura attenta, dialoghi ben scritti e una notevole capacità di coinvolgere il lettore alternando vari piani narrativi.

Nella sua ricerca, Mas ha voluto analizzare e stigmatizzare una “società patriarcale e manichea”, come ha dichiarato in un’intervista del 2019, e descrivere la società al tempo di questa storia, dicendoci che, in fondo, il suo non è un “romanzo femminista”, ma un “romanzo umano”, sul desiderio di tutti, uomini e donne, di “potersi scegliere il posto dove stare, il proprio credo ed il proprio destino”: non ci pare un obiettivo da poco, affatto, e questo romanzo ci porta, da un angolo di visuale originale, a apprezzare tutte le sfumature di questo difficile obiettivo, che ognuno di noi dovrebbe avere.

 

P.S.: segnalo un primo documentario sulla storia della Salpetrière, mentre in quest’altro si fa riferimento ad una particolare ospite della struttura, Jane Avril, poi ritratta da Toulouse-Lautrec come grande ballerina del Moulin Rouge; anche ne Il Ballo delle Pazze troviamo l’apparizione di Jane Avril, che Geneviève va a trovare a Pigalle.

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Pubblicato da Leonardo Dorini

Manager, consulente, blogger. Mi occupo di finanza ed impresa, amo lo sport. Ma sono qui per l'altra mia grande passione: la letteratura.

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