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Beijing, we have a problem

L’International Energy Agency ha fornito una buona notizia, tanto gradita quanto inattesa. Nel 2104 le emissioni di ossido di carbonio non sono aumentate. I dati finali si avranno a Giugno, ma la novità è dirompente. Per la prima volta da 40 anni la diminuzione è stata registrata in assenza di una crisi economica, perché il Pil mondiale lo scorso anno è aumentato del 3%. Soltanto altre 3 volte le emissioni sono diminuite, sempre in occasione di recessioni (lo shock petrolifero all’inizio degli anni ’80; nel 1992 dopo il crollo dell’Unione Sovietica; nel 2009 con la crisi finanziaria). L’anticipazione dell’IEA è stata contestata per i suoi toni eccessivamente ottimisti. Ha scatenato un dibattito tra esperti e politici che sostengono variamente l’uso di rilevazioni alternative, di parametri più stringenti, di considerazioni sull’impatto di lungo periodo delle scelte di politica economica. Un primo esempio della disparità di analisi riflette il rapporto tra crescita economica e inquinamento. Nei paesi industrializzati non esiste una relazione diretta tra i fenomeni. Al contrario di quanto avviene nei paesi emergenti. Nei primi infatti l’ascensione del Pil è data dai servizi o dalle produzioni di maggiore valore aggiunto; nei secondi dalla diffusa produzione industriale.

Le diversità si spiegano con l’immenso trasferimento di capacità produttive verso l’ex terzo mondo del pianeta. Per questo motivo la riduzione delle emissioni della Cina nel 2014 è stato uno dei motivi principali dei risultati diffusi dalla IEA. In paese è il più grande estrattore al mondo di carbone, la fonte principale di Co2 nell’atmosfera. I suoi consumi sono 4 volte superiori a quelli degli Stati Uniti e più di 5 rispetto a India, Australia, Indonesia e Sudafrica. Per la prima volta in questo secolo la produzione di fossile è diminuita (del 2,1%) con inevitabili ripercussioni sull’inquinamento, sia in termini globali che per la Cina dove contribuisce a più del 60% dell’inquinamento atmosferico. Le drammatiche immagini di Pechino e delle altre metropoli, dove il cielo è grigio e l’aria irrespirabile, provengono in buona parte dal carbone. La riduzione è frutto di energie alternative rinnovabili – per le quali la Cina ha registrato notevoli progressi – e dalle piogge abbondanti che hanno incrementato l’energia idroelettrica. Si tratta comunque di miglioramenti insufficienti, perché la metà del carbone è usata per produrre energia. La flessione dunque si spiega con la riduzione della crescita del Pil cinese, sceso a inediti livelli da decenni: 7,5% nel 2014, con proiezioni ancora più basse per l’anno corrente. Potrebbe essere un segnale di stabilità per l’economia cinese, dopo avanzamenti dirompenti e talvolta ingestibili.

Tuttavia un’altra statistica – anch’essa del China Coal Cap Research Team – rileva scenari più preoccupanti. Nel 2012, il 78% dell’energia cinese proveniva dal carbone. Come è possibile che una riduzione della sua produzione abbia potuto generare un Pil ancora così alto? La diminuzione della crescita non sembra incoerente con quella del carbone? Il Pil dunque nel 2014 non è cresciuta a tassi più bassi? Le domande sono ragionevoli, i dubbi legittimi. Stephen Roach, guru dei China watchers, parla di technical blip, un segnale acustico di una discrepanza. Non è la prima volta che succede. Molte volte l’Ufficio statistico cinese ha rivisto dopo anni i valori della crescita, tenuti artificialmente alti per propaganda o per la carriera dei funzionari. Ricercatori più scaltri mettevano in dubbio le cifre, perché le rapportavano all’elettricità consumata. Ora a storia si ripete, con l’aggravante della crisi internazionale e con il raffinamento dell’analisi economica. Per questo la Cina deve considerare con la massima priorità non soltanto il livello dell’aria e la correttezza delle statistiche, ma anche e soprattutto il suo prestigio internazionale.

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Pubblicato da Alberto Forchielli

Presidente dell’Osservatorio Asia, AD di Mandarin Capital Management S.A., membro dell’Advisory Committee del China Europe International Business School in Shangai, corrispondente per il Sole24Ore – Radiocor

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