Calciare la lattina. Fino a tagliarsi l’alluce

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La fantasmagorica idea di Andrea Enria, capo della European Banking Authority, è veramente piaciuta ai lettori che hanno già potuto apprezzare il giusto e caustico commento che Alieno ne ha fatto su queste pagine.
L’argomento bad bank mi è caro e vorrei aggiungermi ai contributori.

La struttura della operazione mi pare simile ad una cessione pro solvendo.
Mi spiego: le cessioni di soffrenze a terzi soggetti avviene nella praticamente totalità dei casi nella forma di pro soluto, cioè i rischi sono in capo all’acquirente.
Questo criterio è fatto apposta per garantire che l’uscita degli NPL dal bilancio sia definitiva, pur addossandosene la banca una perdita anche notevole. Il prezzo di cessione infatti è solitamente anche meno della metà del valore a bilancio (per quanto parzialmente già svalutato), giustificato dal maggior rischio che l’acquirente si assume.
La cessione pro solvendo invece trattiene il rischio ultimo ancora in capo al venditore.Come questo possa configurarsi come un beneficio mi è dubbio.
E da questa considerazione ne partono altre due.
La prima riguarda la governance della bad bank e la seconda le responsabilità in capo alla banca.

La questione è la seguente: se la banca cede pro solvendo, e la gestione e il recupero del credito fosse in capo alla bad bank (ma chiamiamola pure con il suo nome: European Stability Mechanism) allora io banca voglio poter avere voce nel board della badbank, o quanto meno avere influenza sui processi operativi che riguardano gestione e recupero del mio (quasi ex) credito deteriorato.
Se così non avvenisse, allora la banca potrebbe obiettare (probabilmente giustificatamente) che il servizio di recupero crediti sia stato inefficiente e che il ritardo di tre anni accumulato abbia peggiorato le possibilità di recupero, e contribuito a peggiorare la LGD (Loss given default, la misura del rischio di mancato recupero che incide notevolmente sugli RWA e quindi sui calcoli del Patrimonio di Vigilanza).
Corollario di questa problematica diventerebbe allora l’influenza che potrebbe assumere un organismo intergovernativo, quale ESM è, nel dibattito sulla sterilizzabilità della LGD, che invece è e deve rimanere competenza esclusiva della BCE, minandone così l’indipendenza.

Caso alternativo, ma non troppo, è quello in cui il fondo svolga meramente il compito di intermediario nella ricerca di un acquirente ultimo dei bad loans (a quale prezzo ci resta ignoto), mentre la gestione rimarrebbe in capo alla banca conferitaria ). Questa soluzione potrebbe essere preferita, anche perché la banca che conferisce ha conoscenze e strutture e ‘prossimità (anche geografica) al cliente’ e quindi notevoli economie nella gestione, economie che mancherebbero ad una struttura con sede fuori dal paese di residenza del debitore insolvente.

In questo caso il problema diventa il moral hazard e il disincentivo alla gestione prioritaria del credito ceduto.

Ho avuto lunga consuetudine con il recupero crediti, so che bisogna avere mille attenzioni, specie di carattere legale-burocratico, e spesso anche accortezza nelle relazioni umane. Spessissimo le situazioni da gestire sono al limite della umana pietà, con carico di pene per chi deve svolgere un compito di recupero.
Quindi, l’impiegato sarebbe incentivato a dare priorità alla gestione dei NPL ancora in pancia alla banca, che ancora pesano sul suo bilancio, e così quelli ceduti a ESM verrebbero man mano accantonati e sempre messi “sotto il mucchio”. Infatti, troppo poco se ne parla, ma altrettanto fondamentale è il problema italiano del ritmo di ingresso dei crediti da bonis a problematici e deteriorati: per uno che riesci a chiudere, altri due nuovi ti atterrano sulla scrivania.
Risultato? Fra tre anni ti ritrovi un credito abbandonato e gestito male, nessun acquirente e ESM che ti restituisce il pacchetto.

L’ultima perplessità riguarda l’impatto che questa cessione può avere sui criteri di calcolo del Patrimonio di Vigilanza.
Quest’ultimo è determinato sia rispetto al ‘rischio di credito’, pesati dai famigerati RWA applicati ai prestiti concessi, sia rispetto al ‘rischio di mercato’, associato alle oscillazioni di prezzo dei titoli in bilancio.
Un esempio di rischio di mercato, recentemente balzato agli onori delle cronache, è quello dei ‘Level 3’, titoli illiquidi quali complicati derivati e bond strutturati per i quali i criteri di valutazione del fair value sono molto discrezionali.
La cessione pro solvendo non determina una vera uscita del rischio dal bilancio, ma si limita a spostarlo (eventualmente) al futuro. Prezzare un rischio del genere, del tutto incerto e dai contorni aleatori, è a mio parere molto difficile.
Cedere gli NPL significa smettere di pesarli con le RWA e iniziare a valutarli in altra maniera: ma quale?
Il vero pericolo è quello di abbandonare la trasparente (per quanto opinabile) applicazione degli RWA per impaludarsi nell’applicazione di criteri opachi e arbitrari.

Non proprio un affarone.

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Banchiere Cannibale

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