Carlo Verdone, la memoria ed il flusso dei ricordi

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Oggi qui a #LettureInclinate ospitiamo un personaggio noto a tutti, che tutti amiamo per averci intrattenuto nel corso di anni e diverse generazioni con i suoi personaggi, i suoi film, le sue apparizioni televisive fin dalla fine degli anni Settanta: si tratta di Carlo Verdone, nato a Roma nel 1950, sceneggiatore, regista, attore e…anche scrittore.

E’ uscito infatti il suo ultimo libro, La Carezza della Memoria (Bompiani, pagg. 222, Euro 17,00), una raccolta di racconti famigliari, memorie, episodi di vita. Antonio d’Orrico, su La Lettura del Corriere della Sera del 30 maggio, ha salutato con grandi lodi il libro di Verdone, dicendo che questo, quando lo farà, sarà il suo miglior film. Può darsi, ma a noi intanto è piaciuto molto il libro (che, si sa, è sempre meglio del film).

La scena iniziale è ambientata sul balcone di casa Verdone, nel marzo 2020, in pieno lockdown: è notte, Carlo non dorme e si affaccia su una Roma deserta, poco illuminata, silenziosa, “quasi senz’anima”, annota l’autore: questo struggimento, la convinzione di vivere un evento che ci avrebbe portato tutti in una situazione insolita, lo porta a pensare a quello scatolone pieno di appunti e fotografie che giace in un armadio dal 2013. Lo apre, allora, quello scatolone, ed ecco il fluire dei ricordi, in una serie di istantanee (ognuna apre un racconto) che innescano il flusso della memoria: tante storie, episodi di vita, che formano questo memoir scritto in maniera piana, colloquiale, sentita, dove ritroviamo l’uomo che ormai pensiamo di conoscere così bene, così ansioso, triste come tutti i comici, ma capace di parlare ai nostri sentimenti, come vedremo.

Il primo racconto è “Il treno”

ci parla di un Verdone sempre in viaggio, che si ritrova a curare un capotreno da un collasso; non c’era nessun medico a bordo e sappiamo tutti che il nostro lo è quasi, un medico (nota la sua passione per la medicina ed i medicinali, anche se rifiuta l’appellativo di ipocondriaco): interviene lui allora, e scopre che il capotreno aveva solo un attacco di panico dovuto a pene d’amore: ci parlerà, lo rimetterà in sesto (anche grazie ad una delle sue proverbiali pillole ansiolitiche), e il capotreno vorrà il suo numero per parlarci ancora, con questo improvvisato psicanalista.

Bellissimo il racconto “Tre mesi a Torino”

con Verdone che viene chiamato nella città sabauda da Bruno Voglino ed Enzo Trapani a girare Non Stop, un programma che rivoluzionò il modo di fare trattenimento e commedia in Tv, con i Gatti di Vicolo Miracoli, i Giancattivi, la Smorfia e lui, Carlo Verdone, che debutterà proprio in questo programma, girato alla RAI di Torino. Lui non ci vorrebbe andare, non vuole allontanarsi da Roma, ma poi si convince, va, e il suo è un racconto di malinconiche nottate al pessimo Hotel Florina, sopra un tram che passa proprio sotto la sua finestra, la sua bottiglia d’acqua sul comodino, i tentativi di entrare in sintonia con gli altri comici, di “vivere” la città. Ma in fondo, ci confessa Verdone, egli poi si innamorerà di Torino e ci dirà che è la città che preferisce, dopo Roma, insieme alla città avita, Siena.

Uno struggente romanzo in poche pagine è Maria F.

una storia d’amore, di amicizia e di vita vera

“con un piede in un film di Zurlini e uno in un film di Pasolini”

ha detto Verdone ospite da Fabio Fazio lo scorso febbraio; Carlo va con un suo amico in una casa di appuntamenti, l’amico è, diciamo, un appassionato e tiene una specie di graduatoria che annota sulla pagina della sezione annunci del Messaggero; l’altro va dalla donna più felliniana che ci sia, e Carlo aspetta lì, dove c’è Maria, una ragazza che prima gli chiede se è lì per lei, e poi, al suo diniego, gli offre un caffè. Nasce un legame, lei viene da una borgata, non conosce Roma, al di là del tragitto da Termini a via Panisperna, dove lavora. Si rivedranno, lui la scarrozza per la Roma dei primi anni Settanta con la Lambretta, si baciano sul balcone condominiale, lei ha una figlia e sanno che non ci sarà un futuro:

“Entrambi sapevamo di dover far durare il più possibile quell’emozione che ci aveva travolto, perché non potevamo avere un futuro. In quel tempo – lungo ma breve – mentimmo, inventandoci piccoli progetti impossibili. Una strategia per non accettare di perderci”.

“La bisca”

Qui Verdone ci racconta di questi saloni con i flipper che erano molto in voga nella Roma degli anni Settanta e ci fa tornare ad uno dei suoi pezzi forti, quello per cui è diventato giustamente famoso ed acclamato, la rappresentazione del coattume romano, con una serie di personaggi che non facciamo fatica a riconoscere:

“Era una Roma di narcisi esibizionisti, una Roma che non esiste più. Una città che ancora non conosceva la vera violenza, la cattiveria endemica, lo spaccio diffuso, ma esibiva grandi pezzi di teatro popolare. Dove la realtà superava di gran lunga qualsiasi fantasia”.

Fantastica nel racconto “Gli Anni del Furore Creativo”

la descrizione di un raduno di poesia a Torvaianica, e anche questo non risulterà nuovo a chi conosce i film di Verdone:

Sulla scena apparve uno squilibrato con la faccia spiritata di Charles Manson che mostrava i genitali alla folla. Poi il solenne annuncio: minestrone gratis per tutti. Tripudio generale. …. Uno dei poeti, allucinato, urlò: “anche il minestrone è poesia!”

Ci sono tante altre storie in questo libro e Carlo Verdone vi porterà nella sua famiglia, a Roma, a Siena, a Torino, a Gorizia, a conoscere i suoi figli, i suoi genitori e questo sarà anche un po’ un tuffo nei vostri, di ricordi: una bella lettura, ora lieve, ora profonda, sempre spiritosa quella di questo libro, che scorre via in un attimo e ci racconta noi stessi, come eravamo, e come siamo diventati.

 

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Pubblicato da Leonardo Dorini

Manager, consulente, blogger. Mi occupo di finanza ed impresa, amo lo sport. Ma sono qui per l'altra mia grande passione: la letteratura.

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