A cavallo tra Keynes e la patrimoniale

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La riforma della politica fiscale è di nuovo sull’agenda della dirigenza cinese. Il suo assetto – sia nella tassazione che nella spesa pubblica – è stato stabilito nell’ormai lontano 1994, quando i record erano ancora all’orizzonte e l’ingresso nel Wto un’improbabile chimera. Non a caso, è proprio Lou Ji Wei, capo negoziatore per l’ingresso di Pechino nel 2001, poi a capo del China Investment Corporation e ora Ministro delle Finanze, a impegnarsi in prima persona per una riforma ormai ineludibile. Il viatico politico è stato dato al Terzo Plenum del PCC, lo scorso Dicembre. L’ambizione è duplice: riformare la fiscal policy e riequilibrare l’economia. Come spesso in Cina, ogni passo è strumentale al successivo, di maggiore importanza. C’è urgenza di intervenire perché il paese è più grande, potente, ricco, ma contemporaneamente più difficile da gestire.

Vent’anni fa la prima riforma strutturale nella storia della Cina, aveva cercato una mediazione tra l’esuberanza imprenditoriale e territoriale e le necessità di mantenere la stabilità sociale. La priorità dell’industria aveva imposto una bassa pressione sulle aziende, soprattutto perché si voleva attrarre capitale straniero necessario al decollo. Una serie di carichi fiscali non erano raccolti con escamotage non sempre legali. Le imposizioni da Pechino si sovrapponevano a quelle locali – certamente meno stringenti – e creavano una situazione non definita e fuorviante. Un recente rapporto della U.S.- China Economic and Security Review Commission del Congresso di Washington descrive l’assetto come un “sistema balcanizzato”. Allo stesso tempo, la grande maggioranza della popolazione non paga imposte sul reddito perché rientra nella quota esente. In generale la Cina ha uno dei rapporti più bassi al mondo tra Pil e tassazione; inoltre solo l’8% della famiglie cinesi è soggetta a imposte sul reddito. Era anche in questo caso evidente il tentativo di promuovere gli investimenti e al contempo di salvaguardare le fasce più basse della popolazione.

La crescita annuale della ricchezza ha reso questa operazione possibile. Dall’altro lato, i consumi d’importazione sono stati penalizzati con alti dazi, mentre la nascente economia dei servizi non ha avuto lo stesso trattamento benevolo dell’industria. In questo quadro normativo si sono poi innestate le opacità del sistema: il favore riservato alle imprese industriali, la difficoltà nel raccogliere le imposte, la corruzione, l’insofferenza dei governi locali verso Pechino.

Ora è necessario porre rimedio a forti disequilibri. La Cina può farlo perché ha un deficit pubblico del 2,9% – quindi assolutamente tollerabile – mentre è ignoto il valore del debito pubblico, soprattutto per la difficoltà di conteggiare quello locale. La prima riforma sul tavolo è la sostituzione della business tax – che colpiva soprattutto i servizi – con l’Iva da applicare a tutti i settori. Dovrebbe produrre un trattamento uguale e diffuso, che tiene conto dei cambiamenti del paese. Consegna alla storia la priorità e il privilegio della manifattura (che ora è affiancata da banche, ferrovie, informatica) e cerca di porre sotto la luce i coni d’ombra che le imprese statali hanno proiettato. Pagare meno imposte ha consentito loro di accumulare enormi riserve che hanno privilegiato canali personali e non l’interesse generale. Saranno inoltre aumentati i carichi per le imprese inquinanti e quelle che continuano a usare carbone. Le violazioni ambientali sono ormai divenute non più sopportabili, come anche l’aria irrespirabile di questi giorni a Pechino conferma. Nuove tasse, probabilmente pesanti, accompagneranno infine le proprietà immobiliari, la ricchezza personale e gli acquisti di lusso. Il tentativo sotteso è di intervenire in via amministrativa per ridurre la crescente e pericolosa disuguaglianza sociale. Sul versante della spesa, il governo con prudenza continuerà la sua espansione, in linea con la crescita di un paese non più soltanto in via di sviluppo. È dunque proprio il tentativo keynesiano di coniugare il sostegno alla spesa pubblica con una “patrimoniale” livellatrice a caratterizzare le probabili future mosse cinesi. Vuol dire che l’altra coppia di soluzioni – il liberismo selvaggio nell’industria e il controllo severo della politica – pur se efficace è sicuramente da riesaminare.

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Alberto Forchielli

Presidente dell’Osservatorio Asia, AD di Mandarin Capital Management S.A., membro dell’Advisory Committee del China Europe International Business School in Shangai, corrispondente per il Sole24Ore – Radiocor

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