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Una chance non solo ai talenti

talenti

di Stefano Carpigiani (CEO di T-island)

La necessità di poter trovare lavoro, svolgere un’attività, essere produttivi è una delle necessità basilari del vivere quotidiano. Cosa fare però quando il lavoro non si trova anche a condizione di abbassare le proprie aspettative? Unica soluzione resta emigrare, spostarsi per trovare luoghi dove le proprie capacità e competenze possano non solo essere apprezzate ma anche valorizzate. Questa ricerca però è, sin dall’inizio, una gara a ostacoli. Non esistono infatti in Italia agenzie che si occupino esclusivamente di offrire la possibilità a giovani e meno giovani di ricollocarsi all’estero in modo efficiente ed efficace. Molte delle agenzie di lavoro in Italia e in Europa hanno alcune piccole sezioni dedicate al lavoro all’estero ma, principalmente, rimandano alla propria sussidiaria locale che si occupa, generalmente, di trovare lavoro per i residenti.
Quanto sembra però mancare sul mercato sono gli specialisti del matching tra domanda, internazionale, di lavoro e l’offerta, italiana, di talenti e manodopera. In altre parole, non esiste alcuna possibilità strutturata di iniziare un percorso che possa portare con semplicità coloro che sono disposti ad andare a lavorare all’estero a concretizzare questa necessità. L’emigrazione per motivi di lavoro, nella propria complessità, merita infatti almeno un distinguo che coinvolge i motivi dell’emigrazione e le modalità della stessa. A fianco, infatti, di coloro che vogliono andare via dall’Italia per poter realizzare quanto è nelle proprie ambizioni vi sono anche coloro che sono disposti ad andare a lavorare dove il lavoro c’è pur di poter lavorare e contribuire al proprio sostentamento.

Spesso questa distinzione in termini di cause della nuova emigrazione è anche una distinzione nelle modalità e nella potenzialità di poter trovare collocazione all’estero. I primi spesso hanno la possibilità di poter concorrere per lavori direttamente nello stato desiderato senza bisogno di supporto o aiuto, mentre i secondi avrebbero bisogno di essere seguiti sia in termini di formazione linguistica che in termini di supporto alla ricollocazione in una società civile e in un ambiente spesso molto simile ma allo stesso tempo molto diverso da quello d’origine.
Mentre coloro che vogliono andare all’estero spesso sono nella condizione di poter lottare per avere o per svolgere l’attività che desiderano chi invece è disponibile ad andarvi non può far altro che accontentarsi di quanto trova e spesso seguire amici, conoscenti o parenti che prima di lui hanno fatto una scelta simile. La tecnologia oggi però può e deve modificare questi aspetti della quotidianità.
Oggi è possibile identificare il giusto lavoro per la maggior parte di coloro che sono disposti ad andare all’estero ed è possibile creare percorsi formativi e di integrazione di grande impatto. La capacità di poter fornire servizi personalizzati risulta un servizio non sono economico ma, a tutti gli effetti, anche un servizio alla persona. Se il mondo va avanti, se le comunicazioni sono globalizzate – al pari dello stesso pensiero – allora anche il lavoro e le infrastrutture che lo regolano devono avere una valenza globale. Tuttavia la globalità – per sua estesa etimologia – comprende tutti.

Una nuova agenzia che si proponga di aiutare i giovani italiani a cercare lavoro all’estero deve necessariamente essere orizzontale, deve tagliare l’universo della disoccupazione. Non bisogna commettere l’errore di pensare al collocamento dei “talenti“. A quest’ultima espressione si dà un carattere di eccezionalità: giovani dotati che nel loro Paese non riescono ad affermarsi. La mente corre immediatamente agli ingegneri indiani, ai violinisti armeni, ai cuochi cinesi. In realtà i talenti hanno meno bisogno di aiuto. Le loro qualità li mettono al riparo da concorrenza. Devono soltanto cambiare paese per trovare opportunità. Al livello più alto possibile, le menti italiane ingentilirono le corti d’Europa nel Rinascimento. I loro talenti – appunto – erano inarrivabili, ma la disgregazione politica del nostro paese non consentiva loro di dispiegarli.
Oggi la situazione non è molto diversa: scienziati, architetti, artisti ed economisti trovano impieghi nella City, a Wall Street, nelle capitali asiatiche che anelano a un’urbanistica migliore. Il vero problema si pone per la moltitudine di professioni meno famose ma comunque nobili e importanti. Cosa fare per gli elettricisti italiani che conoscono bene la loro materia, con i geometri che sono usciti da prestigiose scuole professionali, con i camerieri più bravi al mondo? Come aiutarli se non conoscono bene l’inglese, se non sanno districarsi tra la burocrazia e il labirinto dei siti? Bisogna dare loro un supporto, ispirato da una mano pubblica e attutato con un’efficienza snella, economica, redditizia. Il Governo – anche attraverso le sue estensioni territoriali – dovrebbe promuovere la costituzione di agenzie, senza pretendere di dirigerle, perché altrimenti appesantirebbe l’iniziativa. Società private, ben controllate, dovrebbero aiutare materialmente a trovare lavoro, sistemazione, residenza all’estero. Tutto va fatto con professionalità, sfruttando le immense riserve della Rete, la conoscenza dei mercati, organizzando corsi di lingua e di marketing. Prevarrebbero la sicurezza e la competenza, evitando pericolose scivolate verso l’illegalità, lo sfruttamento, il caporalato. I giovani potrebbero emigrare con maggiore fiducia, lasciando il paese e la famiglia con una relativa tranquillità.
Sicuramente scatterebbe un’obiezione: così si trasforma l’identità dell’Italia, soprattutto si deteriora la sua immagine internazionale: da paese di eccellenza a serbatoio di manodopera, dal fascino del Made in Italy al lavoro lontano dall’Italia. Ritornerebbe il marchio negativo delle rimesse degli emigrati. La risposta giusta e possibile a questa obiezione risiede nella drammaticità delle cifre. Il tasso di disoccupazione, soprattutto tra i giovani, principalmente al Sud, non concede speranze. È meglio mettere da parte la retorica nazionale, i ricordi di un passato travolto dalla crisi e aiutare concretamente chi proprio dalla crisi è stato colpito e non riesce a trovare un lavoro dignitoso.

(articolo pubblicato anche su ilSole24ore)
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Pubblicato da Alberto Forchielli

Presidente dell’Osservatorio Asia, AD di Mandarin Capital Management S.A., membro dell’Advisory Committee del China Europe International Business School in Shangai, corrispondente per il Sole24Ore – Radiocor

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