Cina esclusa dal club degli emergenti, ma non fatevi intenerire

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Un altro problema macroeconomico che affligge la Cina nel suo percorso da potenza economica mondiale è l’assenza del paese dall’ indice MSCI dei mercati emergenti. MSCI è una società statunitense che crea indici azionari seguiti dai principali fondi mondiali. Nel 1988 MSCI ha lanciato il primo indice globale dei mercati emergenti. Da allora, un’apertura progressiva di più paesi per gli investitori stranieri è stata accompagnata da importanti trasformazioni strutturali in molte parti del mondo. Con solo 10 paesi nel 1988 che rappresentavano meno del 1% della capitalizzazione mondiale, conta oggi 23 paesi che rappresentano il 13% della capitalizzazione mondiale.

Ad eccezione di Hong Kong, la Cina è tuttora esclusa dall’elenco dei paese emergenti considerato da MSCI. Nel corso dell’ultimo anno, le autorità cinesi hanno inviato una delegazione in Europa e negli Stati Uniti al fine di esercitare pressione per l’approvazione da parte di MSCI. Nonostante l’influenza esercitata su MSCI, nel giugno 2015 il provider di indici americano ha annunciato che non saranno incluse nell’indice dei mercati emergenti le azioni scambiate nei mercati azionari di Shanghai e Shenzhen a causa delle preoccupazioni per le restrizioni sul mercato cinese.

Secondo il punto di vista di MSCI, solo quando le autorità cinesi faranno di più per risolvere le problematiche incontrate dagli investitori esteri, le azioni cinesi entreranno a far parte dell’indice. Per gli investitori globali, la decisione comporta che i $10 trilioni di azioni di categoria A dei mercati cinesi rimarranno fuori dai loro portafogli, almeno per adesso. Tecnicamente, la prossima revisione da parte di MSCI dei suoi indici globali avverrà in un anno. Al fine di risolvere i problemi restanti, l’azienda ha comunicato che nel corso dell’anno prevede di formare un gruppo di lavoro con la China Securities Regulatory Commission (CSRC). Malgrado tutta l’attenzione che la questione ha attratto, l’impatto immediato dell’inclusione sarebbe stato limitato. Le azioni cinesi quotate ad Hong Kong rappresentano già un quarto dell’indice dei mercati emergenti fornito da MSCI. Secondo una tabella di marcia che ha stabilito, MSCI avrebbe iniziato includendo solo il 5% della capitalizzazione di borsa del mercato interno cinese all’interno del suo indice, a causa delle restrizioni agli investimenti oltre confine.

A lungo termine, se la Cina aprirà realmente le sue porte agli investimenti, l’impatto sarà molto grande: MSCI ha calcolato che il suo peso sull’indice potrebbe salire a circa il 44 %, rendendo la Cina il giocatore dominante. L’inclusione nell’indice potrebbe scatenare un ondata di acquisti delle azioni quotate su Shanghai e Shenzhen da parte dei fondi che si affidano all’indice MSCI come riferimento per i mercati emergenti. La quantità di denaro che confluirebbe in Cina sarebbe impressionante. E in più, l’inclusione sarebbe un timbro di approvazione da parte di uno dei più rilevanti provider di indici al mondo. Sebbene molti in Cina pensavano che la Cina avesse fatto abbastanza per giustificare l’inclusione da parte di MSCI, la società ha evidenziato tre punti in cui la borsa cinese non rispetta standard adeguati. Primo, gli istituti finanziari sono insoddisfatti di come le quote vengono assegnate: sono spesso troppo piccole rispetto al loro patrimonio e il processo di domanda è imprevedibile. Secondo, le restrizioni alla mobilità dei capitali sono grandi ostacoli, anche se la Cina sta facendo progressi in questo campo. Tra gli altri problemi, risulta che sia più facile portare soldi all’interno del paese piuttosto che tirarli fuori. Infine, gli investitori restano preoccupati per ambigue regole in materia di proprietà per gli investimenti effettuati tramite Hong Kong. La serie di riforme che ha avuto luogo negli ultimi anni era stata pensata per creare un mercato più professionale e più maturo, ma l’esclusione dall’indice dei mercati emergenti, implica che la Cina è ancora nel corso del processo di apertura del mercato azionario.

Sebbene MSCI non lo ha menzionato, la spropositata crescita del mercato azionario cinese è un altro fattore che ha preoccupato gli investitori stranieri, e naturalmente, le recenti turbolenze che hanno colpito la borsa, seguite da un deciso intervento attuato dalle autorità pubbliche, costerà alla Cina l’esclusione dall’indice almeno nel breve termine. La volatilità recentemente sofferta dalle borse cinesi potrebbe avere un impatto sulla fiducia degli investitori esteri per i prossimi anni, e per la Cina, potrà essere più difficile in futuro attrarre capitali esteri. La decisone presa da MSCI di tenere la Cina a margine è un chiaro segno che il paese ancora non è riuscito a conquistare un voto di fiducia come attraente destinazione del capitale globale. Nel complesso, la Cina ha compiuto alcuni importanti passi avanti verso alleggerimento del controllo sui capitali negli ultimi anni. Non appena la mobilità dei capitali aumenterà ancora, saranno inoltre liberalizzati i flussi in uscita. Le autorità stanno preparando un piano che consentirà agli individui residenti in Cina di comprare direttamente attività finanziare estere per la prima volta. Il governo favorirà anche gli investimenti diretti all’estero, in particolare nella produzione di commodities. Inoltre, nel medio/lungo termine Pechino intende incrementare gli investimenti privati verso il resto del mondo. I vantaggi di aprire le frontiere ai capitali sono accompagnati dai rischi, soprattutto per la Cina, data la sua recente crescita. Tuttavia, la il governatore della banca centrale Zhou Xiaochuan ha chiarito la sua visione secondo cui la libera circolazione dei capitali oltre i confini, è compatibile con il mantenimento di un controllo significativo sui capitali.

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Alberto Forchielli

Presidente dell’Osservatorio Asia, AD di Mandarin Capital Management S.A., membro dell’Advisory Committee del China Europe International Business School in Shangai, corrispondente per il Sole24Ore – Radiocor

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