La platea del mondo

Tempo stimato di lettura: 2 minuti

Esistono delle analogie tra lo sviluppo industriale e la diffusione del cinema americano. Per la Cina il percorso sembra parallelo, seppure con differenza nei tempi. La fabbrica del mondo ha inondato tutti i paesi con i suoi prodotti; fino a quando ha compreso che poteva farli rimanere in Cina, per una popolazione troppo a lungo confinata ai consumi ridotti.

Ma l’industria non poteva piegare migliaia di anni di cultura e dunque i prodotti per la clientela cinese hanno assunto caratteristiche locali. L’ultimo stadio – un sigillo della ritrovata potenza cinese – è la creazione di prodotti proprio per la Cina. Nei paesi industrializzati si progettano merci per i consumatori cinesi, se ne assecondano i gusti e le preferenze. È il segno inequivocabile che il mercato interno si sta affiancando all’immensa fabbrica cinese.

L’industria del cinema, in via di principio non è diversa. La Cina anche in questo settore sconta un ritardo impressionante. È distante anni luce dalla potenza di Hollywood; soprattutto non è in grado di creare un soft power adeguato alla sua statura e alle sue ambizioni. Non hanno diffusione all’estero i film cinesi, culto di ristretti circoli intellettuali o di amanti delle arti marziali. Gli Stati Uniti hanno insegnato che il veicolo del cinema è essenziale per sostenere gli ideali e i valori di ogni paese. Però la Cina non ha dimostrato ancora abilità e sensibilità nel produrre la narrazione che conquisti i cuori e le menti di un pubblico più vasto.

Quasi per compensazione, il mercato cinematografico interno è in crescita (circa 30% annualmente), fino a raggiungere il secondo posto al mondo dopo gli Stati Uniti. Gli incassi al botteghino del film americani – soprattutto quelli di azione – sono enormi, ma lasciano irrisolti due problemi insormontabili nel breve periodo. Il primo riguarda la distribuzione.

La trattativa con il WTO nel 2012 ha inchiodato per un quinquennio a 34 il numero dei film di importazione ogni anno. Si tratta di una grave limitazione, ma evidentemente la forza negoziale cinese si è imposta, oppure gli altri paesi hanno trascurato questo aspetto fondamentale. Ancora più importante è la censura imposta ai film stranieri. Le forbici della SAPPRFT, State Administration of Press, Publication, Radio, Film and Television, sono spietate e rispondono solo ai criteri del Pcc. I burocrati non hanno né esperienza né volontà di giudicare in base a criteri artistici. Le loro affermazioni sono costanti e schiette: bisogna diffondere un’immagine positiva della Cina, sottolinearne la forza pacifica, l’armonia della sua costruzione. Non bisogna istillare troppi dubbi o cercare di eccitare le coscienze critiche. Queste posizioni sono quotidianamente espresse dal governo, la stampa, gli operatori del settore.

Di conseguenza i produttori statunitensi scelgono di evitare ostacoli ai loro successi e si autocensurano. Sono timorosi di perdere pubblico in Cina e non possono permettersi mega produzioni senza il box office cinese. Tagliano le scene più controverse, si rifugiano nella spettacolarità dell’azione, evitano situazioni che potrebbero urtare suscettibilità politiche. Si rendono complici e vittime della Cina. È così difficile capire se si siano rassegnati alla potenza cinese o se abbiano dimenticato gli effetti sociali e qualitativi che il grande cinema di Hollywood ci aveva magistralmente insegnato.

Related Posts Plugin for WordPress, Blogger...

Alberto Forchielli

Presidente dell’Osservatorio Asia, AD di Mandarin Capital Management S.A., membro dell’Advisory Committee del China Europe International Business School in Shangai, corrispondente per il Sole24Ore – Radiocor

Latest posts by Alberto Forchielli (see all)

Precedente La grande partita nello scacchiere globale Successivo Forza lavoro US e pensioni: the exit strategy puzzle

Lascia un commento

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.