Coincidenze significative

“Il cubo di Rubik è la dimostrazione che pensare di risolvere i problemi in modo casuale, senza l’applicazione della logica e del metodo, è pura follia. Però la vita non funziona proprio così, perché succede che situazioni complicate o stagnanti  si risolvano grazie ad una sequenza di eventi fortuiti. Il che potrebbe semplicemente dimostrare che in realtà non esistono accadimenti casuali poiché  tutto riconduce ad un disegno superiore: comunque, scegliete voi la versione che più vi aggrada”.

Era quasi la fine di aprile ma la primavera a Milano è spesso indecisa e capricciosa, e quella mattina il cielo sbiadito riusciva ad intristire anche le graziose villette in stile liberty di via Buonarroti, con i loro minuscoli e curatissimi giardini fioriti di primule e di violette, di narcisi e di giacinti.

La parrucchiera di via Monte Rosa, dalla quale Camilla andava abitualmente, era a Roma per il matrimonio del fratello e per la messa in piega settimanale aveva allora deciso di concedersi il prestigioso Salone Morandini. Chiuse il portoncino di casa ed uscì con l’ombrello sotto il braccio, perché oltretutto erano i giorni della Fiera Campionaria ed il tempo a Milano in quei giorni era tradizionalmente ed intenzionalmente dispettoso e dunque avrebbe potuto piovere. Camminò lungo via Buonarroti e passò davanti alla Clinica Columbus,  bellissima e maestosa villa liberty progettata ai primi del ‘900 dal Sommaruga per conto della famiglia Faccanoni e convertita in Casa di cura nel ’49, dopo vari passaggi di proprietà, dall’Ordine delle Suore Missionarie del Sacro Cuore. Gli architetti che curarono il rinnovo (tra i quali Giò Ponti) ne vollero fare una struttura accogliente, più simile ad un albergo che ad un ospedale e Camilla, ammirando i decori delle facciate, i balconcini ed il parco aveva spesso pensato che se proprio doveva ammalarsi, avrebbe voluto essere ricoverata alla Columbus.

Aveva preso appuntamento, ma era sabato mattina, il salone era affollato e le fu chiesto di pazientare per un quarto d’ora circa. Per ingannare l’attesa, decise di farsi fare anche una manicure: si accomodò sulla poltroncina ed affidò le mani alla ragazza sorridente in camice rosa che gliele immerse subito nell’acqua tiepida e saponosa.

Per una sorta di snobismo inconsapevole eppure radicato, le donne non diventano amiche dei parrucchieri e delle parrucchiere, così come gli uomini non diventano amici dei baristi, eppure entrambi sono inclini ad utilizzare gli uni e gli altri alla stregua di depositari asettici delle loro più intime confidenze. La poltroncina alla sua sinistra era occupata da una giovane donna che doveva essere una cliente abituale e a Camilla capitò di ascoltare ciò che stava raccontando alla ragazza che si stava occupando delle sue unghie. Non che lo volesse, per carità, ma erano sedute talmente vicine, e lei era rilassata e con la mente relativamente sgombra di pensieri.

“…guarda, finalmente si è convinto. Del resto, che senso ha continuare a stare con una donna con la quale non c’è più niente da dire? Sono sposati da quasi trent’anni e lui va per i cinquantadue, ormai condividono solo la noia…è che non sa come affrontare il discorso con lei, ma io gli ho dato un ultimatum”.

“…e quindi?”

“…e quindi oggi si inventerà qualcosa e dirà alla moglie che deve partire per un viaggio di lavoro, lui è sempre in giro per lavoro, domani mattina presto lo aspetterò con la mia macchina nella via dietro casa sua. Quando saremo via le invierà una lettera che prepareremo insieme e poi quando torneremo a Milano chiederà il divorzio. Tra l’altro, la casa dove abitano è sua, è lei che se ne dovrà andare perché il figlio ormai abita per conto suo”.

Camilla girò la testa con discrezione per guardare la donna, che ora stava scegliendo uno smalto rosso corallo: non doveva avere più di trentacinque anni, era bella di una bellezza vistosa, un po’ volgare, troppo truccata, troppo scollata, con una gonna molto corta che le scopriva le gambe non proprio snelle velate di nero, e persino dal suo timbro vocale e dal suo modo di esprimersi affiorava qualcosa di dozzinale.

Una sciampista la fece accomodate al lavatesta e mentre le massaggiava il cuoio capelluto e il profumo pungente di un costoso shampoo alle erbe le riempiva le narici continuò a pensare alle parole che aveva appena sentito, immaginandosi il resto della storia. Una storia come tante, in fondo: trent’anni di matrimonio, un figlio ormai grande, un rapporto che si nutre di abitudini condivise ma anche di affetto e di rispetto. Certo che dopo tanto tempo la passione è sfumata e non ci sono più molte cose da scoprire della persona che ti vive accanto ogni giorno, è normale. Del resto, nessuno potrebbe reggere per molti anni un’autentica passione, che ti brucia, ti assorbe e  ti divora e non ti concede distrazioni di nessun genere, fino a scaraventarti in una dimensione malata ed avulsa dalla realtà ed infine a consumarti.

La sua storia non era molto dissimile: lei e Renzo si erano sposati ventinove anni prima, nel ’50: avevano entrambi 22 anni, erano tempi difficili ma entusiasmanti, perché si aveva la percezione di correre speditamente verso il futuro e verso il progresso. Erano andati ad abitare nella villetta di proprietà della famiglia di lui, pigiati in due stanzette all’ultimo piano – era stato un sacrificio necessario – ma l’anno successivo i suoceri si erano ritirati a Santa Margherita Ligure, dove avevano una casa, e loro avevano preso possesso del villino. Lì era nato e cresciuto Mario, che l’anno prima, compiuti venticinque anni, era andato a vivere a Berna con la morosa. Non volevano sposarsi, alla fine degli anni ‘70 fra i giovani usava così.

Il problema è che spesso gli uomini a cinquant’anni prendono coscienza del fatto che stanno invecchiando e non sempre lo accettano: così, si prendono le sbandate per donne che hanno quindici anni di meno, come se queste potessero restituire loro la giovinezza perduta. Illusi. E illuse anche loro, che presto si ritrovano tra le mani un uomo ancora immaturo, ma già vecchio e noioso.

Arrivò a casa con una testa vaporosa e sbarazzina e le guance riscaldate dal sole che si era finalmente deciso a rischiarare quel sabato di Fiera Campionaria.

“…sono qui, ora preparo qualcosa per pranzo”,

disse togliendosi il soprabito e le scarpe. Entrò in camera da letto e si accorse che suo marito stava preparando la valigia:

“…mi ha telefonato il Marani, dobbiamo correre a Praga perché un cliente da parecchi milioni all’anno ha un problema di stampa con le roto-offset e pensa che potrebbe essere legato al grado di viscosità dei nostri inchiostri. La prova di stampa è fissata per lunedì alle 8, quindi ci tocca partire domani mattina alle 7. Stavolta andiamo con la macchina del Marani, quindi passerà a prendermi lui”.

Camilla ammutolì e fece un respiro profondo, lottando per mantenere il controllo dei pensieri che schizzavano nel suo cervello veloci come la pallina del flipper, con la stessa inutile e disordinata potenza.

“Quanto starai via?”,

disse volgendogli le spalle e cercando di controllare il tremito delle mani (con quelle unghie stupidamente laccate di rosa) e della voce.

“…mah, difficile dirlo: dipende da quanto ci metteremo per individuare e risolvere il problema. Minimo una settimana, penso, Mi dispiace, volevi andare in Fiera domani…”

Apparentemente, il resto della giornata trascorse come un sabato qualunque: lui sul divano, a riposarsi tra lettura e televisione, lei in continuo movimento, dividendosi tra giro nei negozi per la spesa settimanale e faccende domestiche, ma con la testa in subbuglio. Troppi fatti coincidevano perfettamente: l’età, i quasi trent’anni di matrimonio, il figlio maggiorenne fuori di casa, il lavoro che lo portava spesso a viaggiare, persino la casa che gli apparteneva perché l’aveva ereditata dai genitori ormai defunti! Inutile cercare di sfuggire: una sorte cattiva (o pietosa?) le aveva fatto scoprire la verità attraverso una serie di eventi casuali.

Se la sua parrucchiera non fosse partita per Roma, se lei non fosse andata da Morandini, se loro non fossero stati in ritardo, se lei non avesse deciso di farsi la manicure, se infine non si fosse seduta accanto a quella donna, il suo castello di carte sarebbe ancora integro, solido e rassicurante.

Mentre stirava, Camilla di tanto in tanto osservava Renzo, immerso nella lettura: aveva dovuto risolversi a leggere con gli occhiali, i suoi capelli si stavano facendo grigi sulle tempie e leggermente radi sulla  sommità del capo, i lunghi viaggi in macchina ed un lavoro impegnativo che lo aveva costretto ad abbandonare il tennis avevano spalmato sulla sua persona qualche chilo di troppo. Camilla pensò a quando erano ragazzi, belli solo perché erano giovani e pieni di ardore e di speranze, a quando si baciavano sotto il portone di casa con le orecchie che ronzavano per un desiderio prepotente e frettoloso, al giorno di giugno in cui si sposarono, al viaggio di nozze a Roma, a molti episodi, alcuni significativi ma molti banali che componevano il quadro della loro vita insieme.

In qualche modo arrivò sera e cenarono scambiando qualche commento sulle notizie del telegiornale e poi guardarono “Fantastico”, il varietà su Rai1, come tutti i sabati sera, seduti vicini eppure ad un tratto così lontani.

“E’ davvero normale questo silenzio, interrotto da discorsi sulle banalità quotidiane, questo ritrovarsi senza contentezza al termine di ogni giornata di lavoro, questo condividere gli spazi cercando di non darsi troppo disturbo?”,

si domandò Camilla. Rivide allora l’immagine della sconosciuta dal parrucchiere, la sua voce sgraziata le risuonò nelle orecchie e si chiese come avesse potuto innamorarsi di una così, un uomo il cui ideale di bellezza femminile era sempre stato incarnato dall’algida ed elegante Catherine Deneuve. E tirare in ballo il Marani per la scusa del viaggio, uno che assisteva da cinque anni la moglie ammalata di sclerosi e di sicuro era inconsapevole perché mai si sarebbe prestato, che cattivo gusto. Ma poi, pensava veramente di lasciarla per lettera? Camilla sentì una rabbia sorda montarle dal profondo e si vide mentre fracassava la testa di Renzo, che pisolava scompostamente accanto a lei, con la preziosa lampada da tavolo con lo stelo in ottone pieno. Inorridì e scacciò velocemente quel pensiero ma decise che avrebbe fatto qualcosa per costringerlo ad uscire allo scoperto. Almeno quello. Rifletté a lungo e al termine del varietà, quando spense il televisore e svegliò Renzo porgendogli la solita tisana, aveva messo a punto il suo piano. Il sonnifero che gli aveva sciolto nella bevanda bollente lo avrebbe fatto dormire per diverse ore come un sasso, non avrebbe nemmeno sentito la sveglia: l’indomani mattina, la signorina avrebbe dovuto suonare il citofono, o tornarsene a casa con le pive nel sacco.

Trascorse buona parte della notte a ricostruire la loro  storia: i lunghi anni di sacrifici quando Mario era piccolo, Renzo che all’epoca faceva il rappresentante e stava via tutta la settimana e lei doveva arrangiarsi con la casa, il bimbo e l’ufficio, perché uno stipendio solo non bastava. Quando Renzo fu assunto come tecnico di stampa da una multinazionale americana che produceva inchiostri le loro condizioni economiche migliorarono notevolmente, ma lei continuò ad essere sola perché fu destinato alla squadra che seguiva i clienti dell’Est europeo. A quel punto Camilla avrebbe anche potuto dimettersi, ma Mario era ormai adolescente e lei si era affezionata al suo lavoro: anche se era faticoso, a casa si sarebbe davvero sentita troppo sola. Non era mai riuscita ad amare quelle stanze, arredate con mobili scuri, alti ed incombenti, piene di tappeti e di croste antiche dalle alte cornici dorate e ricciolute. Quando i genitori si erano trasferiti a Santa Margherita, Renzo non aveva voluto cambiare nulla e lei si era adeguata, continuando a prendersi cura di oggetti e di suppellettili che le erano rimasti estranei. Ripensò alle vacanze estive, che dalla morte dei genitori di Renzo, avvenuta quindici anni prima (avevano avuto quell’unico figlio che avevano quasi quarant’anni tutti e due) avevano sempre trascorso nella casa al mare, perché

“…è inutile andare in giro a spender soldi quando abbiamo una casa a Santa Margherita, no?”

E lei invece, che non amava affatto il mare perché non sapeva nuotare, si scottava al sole e la sabbia le dava fastidio, in spiaggia si annoiava profondamente e lo iodio la faceva star male, la deprimeva e le toglieva il fiato, sarebbe andata volentieri in montagna o all’estero, ora che se lo potevano permettere.

In fondo quella donna così ordinaria aveva ragione: del profondo amore che li aveva legati era rimasta solo la noia, e per quel che la riguardava il rimpianto delle molte cose alle quali aveva rinunciato senza nemmeno provare a lottare per averle. Smise allora di compiangersi nel buio della notte, nel silenzio interrotto dal lieve russare di suo marito, che l’indomani non si sarebbe svegliato per tempo, e provò a figurarsi la sua nuova vita: guadagnava discretamente e aveva dei risparmi personali, avrebbe potuto affittare un appartamento vicino ai suoi genitori – piccolo e luminoso e arredato come piaceva a lei – e tornare a Porta Genova, dove era cresciuta. Aveva il suo lavoro, sarebbe andata a trovare suo figlio a Berna, avrebbe visitato le capitali europee con quei viaggi organizzati e in estate sarebbe andata in montagna, e in albergo avrebbe senz’altro trovato qualcuno a cui aggregarsi per andare a fare delle escursioni. Ce l’avrebbe fatta, e per la prima volta dopo tanti anni si sentì piena di energia e di eccitazione. Si addormento che era quasi l’alba.

Si svegliò di soprassalto e con il cuore in gola, mentre il suono stridente del citofono lacerava la penombra ovattata  di quella domenica mattina. Si ricordò di colpo tutto e balzò dal letto afferrando il ricevitore posto vicino alla porta della camera da letto, mentre Renzo lottava per uscire dalle nebbie della benzodiazepina.

“Scusi, Camilla, sono il Marani, dovevamo partire per Praga alle sette e sono già le sette e venticinque, Renzo è pronto?”

Corse alla finestra e vide l’uomo fermo davanti al cancelletto, il Maggiolino color carta da zucchero parcheggiato alle sue spalle.

Lo invitò ad entrare e preparò il caffè mentre suo marito si infilava in bagno, scusandosi mille volte per il ritardo,

“…non mi era mai successo di non sentire la sveglia, dovevo essere proprio stanco…”

e alle otto rimase sola, con l’animo confuso da mille pensieri che svolazzavano leggeri come le infiorescenze impalpabili e pelose del grande pioppo dietro casa. Restò a lungo a guardare fuori dalla finestra la strada tranquilla e silenziosa di una domenica mattina di aprile un poco opaca, sotto quel cielo lattiginoso, poche macchine, qualche passante con il cane al guinzaglio. La Fiera Campionaria chiudeva quella sera, il consueto servizio televisivo sarebbe stato l’atto finale.

Si riscosse con un sospiro: domani avrebbe incominciato a cercare il nuovo appartamento.

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Sonia Fantozzi

Spirito irrequieto alla costante ricerca dei perché e dei percome. Ha lasciato Milano,ma in cima a una collina ha scoperto che sarà milanese per sempre.

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