Coltivare meglio, non solo per l’economia

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UK Se per gli Stati Uniti il miglioramento dell’agricoltura è una scelta ormai ineludibile ma gestibile, per la Cina è invece una drammatica necessità. La differenza di produttività dei terreni nel G2 è infatti enorme, senza sostanziali avvicinamenti nel tempo. Pechino ha lasciato le sue immense distese in secondo piano rispetto alle attenzioni dedicate all’industria, agli uffici, alle infrastrutture. Le campagne sono state l’arsenale di manodopera per le fabbriche delle grandi città.

Una migrazione di dimensioni bibliche ha fornito le braccia per le sterminate concentrazioni industriali delle grandi città. Le campagne sono state spogliate di contadini giovani e oggi offrono un tenore di vita decisamente più basso rispetto alle metropoli. Il fenomeno è stato marcato da un dato inequivocabile: da alcuni anni, per la prima volta nella sua storia millenaria, la popolazione urbana ha superato quella contadina. Alle famiglie contadine è stata concessa una riforma politica tra le più importanti: la fine del collettivismo nelle campagne e dunque delle maoiste Comuni popolari. Le famiglie sono ora proprietarie dei terreni e soprattutto hanno la facoltà di vendere i prodotti a prezzi di mercato. Tuttavia le arretratezze non sono sconfitte. Le sintetizza un dato impressionante: nell’agricoltura lavora il 33,6% della forza lavoro che però contribuisce soltanto al 9.7% del Pil. Le cifre delineano un quadro da paese in via di sviluppo, lontano dalla Cina dei record. Certificano la scarsa meccanizzazione agricola, l’assenza di una distribuzione ragionata, la scarsa sintonia con l’industria di trasformazione. Ancora ora si getta via ¼ dei prodotti non consumati. In essenza, l’agricoltura è stata trascurata perché garantiva comunque la sopravvivenza e soprattutto perché maggiori profitti erano conseguibili in altri settori come l’industria, l’immobiliare, il commercio. Questa situazione non può perpetuarsi, soprattutto per un paese a tradizione contadina. Le esigenze della popolazione crescono, redditi più alti impongono un’alimentazione più sana e calorica, gli allevamenti hanno bisogno di terreni e irrigazione condotta su basi scientifiche. Contemporaneamente è forte la richiesta di cibo di qualità, ottenuto con coltivazioni biologiche e senza additivi chimici che spesso sono sconfinati nella cronaca nera in Cina.

Finora il governo ha adottato una strategia mista. Ha cercato di migliorare le rese e la distribuzione, imponendo anche una legislazione più severa per la sicurezza. L’importazione di qualità è cresciuta; le economie di piccoli paesi agricoli come la Nuova Zelanda e l’Uruguay dipendono dagli acquisti cinesi, così come l’Argentina ha potuto superare la crisi del 2002 con massicce vendite di grano e soia alla Cina. Una decisione internazionalmente più controversa è stato l’affitto decennale di terre in paesi stranieri (il land grabbing), lasciate alla conduzione cinese invece che all’abbandono. Tutte queste soluzioni sono efficaci ma insufficienti, possono lenire la gravità del problema ma non risolverlo. Pechino deve trovare il coraggio e le risorse di migliorare l’assetto di un settore al quale deve la sua civiltà. Sarebbe una scelta doverosa e impostata all’equilibrio. Mostrerebbe coerenza con la “nuova normalità” della Cina, la quale però ci ha insegnato che il suo sviluppo è stato basato non sull’equilibrio ma sull’eclatante sofferenza di alcuni strati della popolazione a favore di altri.

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Alberto Forchielli

Presidente dell’Osservatorio Asia, AD di Mandarin Capital Management S.A., membro dell’Advisory Committee del China Europe International Business School in Shangai, corrispondente per il Sole24Ore – Radiocor

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