Conversazione con una sconosciuta

Correva l’anno 2000 allorché il Pontefice, Papa Giovanni Paolo II, enunciò il contenuto del terzo segreto di Fatima durante il Giubileo, dopo che le prime due parti del testo profetico avevano rivelato, rispettivamente, la visione di un inferno del tutto simile a quello dantesco e l’accadimento di una guerra mondiale.

Egli credette di riconoscersi nel Vescovo vestito di bianco destinato al martirio menzionato nel terzo segreto, ma la natura sibillina dell’ultimo messaggio negli anni successivi condusse alcuni insigni teologi a formulare interpretazioni differenti.  Pur essendo propenso a molti atti di fede, taluni alquanto discutibili, l’animo umano non recede dalla cocciuta velleità di decifrare arcani evidentemente destinati a rimanere tali.

L’ultimo giorno.

La lunga serie di ultimi giorni di scuola, l’ultimo giorno tra gli scatoloni nella vecchia casa di ringhiera al Vigentino, abbandonata per traslocare in viale Ungheria al quartiere Taliedo, verso l’aeroporto Forlanini. L’appartamento in uno dei nuovi edifici popolari era più grande e confortevole, ma quel luogo appariva così remoto da Milano. Tutti gli ultimi giorni nei vari uffici nei quali aveva lavorato per periodi mediamente brevi dopo il diploma in Ragioneria, prima di approdare alla filiale della Popolare di Milano in Corso di Porta Vittoria.

Ogni ultimo giorno recava l’eccitazione di un nuovo inizio ma appena al di sotto della superficie germinava, sempre e comunque, una vaga sensazione di malcontento già intriso di malinconia. Era un sottile dispiacere per le cose non fatte o non dette, non osservate con la dovuta attenzione, non comprese sino in fondo: la consapevolezza di una reiterata quanto imperdonabile distrazione.

 Era l’inizio di luglio e da qualche giorno una sfibrante bolla di calore avviluppava in un soffocante abbraccio il capoluogo lombardo e l’intera pianura padana. Nemmeno il calare della sera portava qualche sollievo; addirittura sembrava che la città, incarognita da quel prolungato bollore, attendesse il buio per esalare un fiato fetido e ancor più rovente. Dai vetri spalancati sul buio, frammentato da luci e da conversazioni di gente egualmente vegliante, il caldo si insinuava nelle case con una consistenza appiccicosa.  Dopo una notte inevitabilmente insonne e popolata da una miriade di pensieri che si erano affastellati disordinatamente, il ragionier Aristide Marchetti si era assopito all’alba. Poco dopo il trillo petulante della sveglia lo aveva sottratto a quel breve riposo e lo specchio posto sopra al lavabo nella stanza da bagno  gli aveva rimandato l’immagine triste di una faccia più spiegazzata del lenzuolo sul quale si era girato e rigirato senza sosta.  Osservando l’abito in lino color sabbia e la camicia azzurra a sottili righe bianche, accuratamente preparati come d’abitudine la sera prima, era stato colto da un moto repentino di ribellione.

E se andassi in ufficio in bermuda, polo e scarpe di tela? Tanto, è l’ultimo giorno. Dopo trentacinque anni.

Non lo aveva fatto, naturalmente: non era tipo da gesti di ribellione, non lo era mai stato nemmeno in gioventù, neppure in quegli anni in cui la rivolta giovanile era un’ondata poderosa che tutto avrebbe dovuto stravolgere. Nutriva poi troppo rispetto per un luogo di lavoro che traspirava una propria radicata solennità: la Banca, l’antro scavato nel cuore della città ove si conservava e maneggiava il denaro, il risparmio, la ricchezza, un ambiente che imponeva un certo rigore, anche nell’abbigliamento.

Al termine della giornata i colleghi avevano allestito un piccolo rinfresco nel corso del quale il Direttore gli aveva consegnato, con la commossa solennità che si usa esibire in tali circostanze, la prestigiosa Mont Blanc in lacca color amaranto, manco un pensionato ex impiegato di banca dovesse andare in giro per Milano a firmare autografi.

“Allora Marchetti, mi raccomando: non sparisca, si faccia vedere qualche volta magari per pranzo, tanto il tempo non le mancherà, no?”

Il tempo. Per molti anni non ci aveva fatto caso: non era sposato né aveva figli, non conosceva l’affanno di doversi destreggiare tra molteplici impegni. Era accaduto invece recentemente, con l’approssimarsi dell’ultimo giorno di permanenza al lavoro: al pari del Coccodrillo di Peter Pan gli  pareva di avere ingoiato una sveglia della quale era costretto a udire il ticchettio, lo spietato scandire di un evo che stava giungendo alla fine.

 Uscì dalla banca un poco frastornato dallo spumante, dalle strette di mano e dai sorrisi, ma ancor più dall’insolito ingombro della sporta dove aveva riposto gli effetti personali con i quali aveva condiviso la scrivania per buona parte della sua vita professionale.  Aveva cambiato ufficio e scrivania più di una volta ma quegli oggetti lo avevano seguito fedelmente e li aveva sempre trattati con l’amorevole deferenza che gli antichi solevano riservare ai loro numi tutelari.  Ora il vecchio calamaio in bachelite nera con la penna dal pennino arrugginito, il tagliacarte dal manico in madreperla, il sottomano in pelle con il tampone di carta assorbente, una piccola rosa in peltro appartenuta a sua madre e la grande agenda Quo Vadis racchiusa nell’elegante custodia in pelle, sulle cui pagine non avrebbe più annotato alcun impegno, giacevano alla rinfusa nella borsa assieme alla custodia rigida con la Mont Blanc, accomunati dall’invisibile polvere dell’oblio che si deposita rapidamente sulle cose (e talvolta sulle persone) quando esse hanno esaurito la loro funzione.

Camminando lentamente verso la fermata del tram numero 27 nel calore ancora feroce delle cinque e mezza del  pomeriggio, il ragionier Aristide Marchetti considerò che forse avrebbe trasferito il conto in una filale più vicina a casa: sebbene ciò rispondesse a considerazioni del tutto comprensibili, la verità era che si sarebbe sentito in imbarazzo a varcare di nuovo quella soglia nelle vesti di pensionato. Dopo quarantatré anni di contributi su quarantasei di lavoro effettivo era ora di ritirarsi, tuttavia non poteva negare l’evidenza di un malcelato disagio che si era fatto strada a mano a mano che assimilava la sua nuova condizione.

Seguitò a svegliarsi alle sei e mezza come aveva fatto per tanti anni. Per la verità, fino a quando nell’appartamento in viale Ungheria vivevano dapprima i genitori e poi solo la mamma, trovando la colazione pronta aveva potuto indugiare nel letto qualche decina di minuti in più. Scomparsa la mamma, per qualche tempo si era sforzato di mantenere un’abitudine che in famiglia rappresentava una sorta di rito propiziatorio per una buona giornata: ma da solo, con il calendario di Frate Indovino appeso alla parete a fare da silente dirimpettaio, non aveva più molto senso; così aveva iniziato a far colazione al bar, tanto aveva compreso da tempo che non vi era alcun rito capace di ingraziarsi la sorte e le giornate andavano come dovevano andare, sempre e comunque.

Il problema era tirar sera. Bighellonando per le strade del quartiere con il proposito di tirarla in lungo con le piccole spese quotidiane, fu colpito dalla scialba tranquillità di un rione amorfo, non proprio inospitale ma tuttavia carente di qualsiasi attrattiva come di qualunque luogo di aggregazione, a parte qualche bar e la parrocchia: peculiarità sicuramente non recente, eppure gli era sfuggita o se ne era scordato, trascorrendo in centro tutte le giornate e dedicando i fine settimana al riposo o a qualche gita fuori Milano.

Si mise allora a scorrere la rubrica che stava da sempre sotto l’apparecchio del telefono in bachelite nera e scoprì ben presto che gran parte degli amici storici, con i quali ormai da anni intratteneva blandi rapporti per l’appunto telefonici, erano impegnati a tempo pieno a fare i nonni, oppure pesantemente acciaccati.

Prima di sprofondare del tutto in un malinconico tedio, decise di acquistare un paio di scarpe comode e di tornare a prendere il tram ogni mattina, magari non alle sette e mezza. Mappa alla mano, suddivise il centro della città in settori e compilò un programma di visite nei luoghi più interessanti: alcuni gli erano noti, ma dimenticati o osservati con scarso interesse poiché non vi si era mai recato intenzionalmente, limitandosi semmai a transitarvi, mentre altri gli erano pressoché sconosciuti. Scorrendo le pagine di una guida, scoprì che la città nella quale era nato e vissuto per sessantacinque anni poteva riservargli ancora delle gradevoli sorprese.  Seguendo dunque un’innegabile inclinazione alla metodicità, iniziò di lunedì.

Un pirotecnico temporale notturno aveva regalato una mattinata fresca, rischiarata da un cielo limpidamente azzurro. Salendo sul solito tram notò che mancava la consueta ressa delle prime ore del mattino: la gente che viaggiava a quell’ora era più rilassata e decisamente meno insonnolita, oltre che mediamente più anziana. Scese al capolinea in Piazza Fontana e si sovvenne del fugace impeto di ribellione che lo aveva assalito l’ultimo giorno di lavoro, quando avrebbe voluto mollare l’abito classico per un paio di bermuda, polo e scarpe di tela. Ora era vestito all’incirca così (vergognandosi di esibire gli scarni polpacci, aveva ripiegato su delle comode braghe di leggero cotone) ma non era più un gesto di protesta: malgrado ciò, ecco di nuovo quella voglia di fare spallucce e dire “al diavolo” a qualcosa, qualunque cosa.

Al diavolo l’Arengario, il Palazzo della Ragione e Palazzo Reale: sono lì da secoli, li troverò anche domani o dopo. È una giornata troppo bella per chiudersi da qualche parte. Ecco cosa farò: una bella camminata fino al Duomo, poi prenderò la Galleria per Piazza della Scala, proseguirò su via Manzoni ed entrerò ai Giardini Pubblici, che non vedo da tanti di quegli anni che nemmeno me li ricordo.

Si incamminò dunque con passo gagliardo verso via Dell’Arcivescovado, intimamente fiero di questa nuova capacità di scombinare i piani da lui stesso accuratamente predisposti.

In via Manzoni dovette tuttavia ammettere che quel magnifico senso di leggerezza stava svanendo, al pari della scia fragrante di certe eleganti signore incrociate per strada. Varcando l’ingresso dei Giardini in Piazza Cavour considerò che senza uno scopo o almeno un interesse specifico, le sue giornate da pensionato solitario si sarebbero ridotte a una serie di gesti quotidiani pressoché uguali (ed egualmente insignificanti, poiché non avrebbero apportato nulla di nuovo alla sua vita), volti a tirar sera, cercando di scacciare il pensiero che, tanto per usare una metafora tramviaria, ormai poche fermate lo separavano dal capolinea.  Allora si sentì d’improvviso fiacco; in effetti aveva percorso un lungo tratto a piedi e, mancando poco a mezzogiorno, incominciava anche a far caldo. Adocchiò una panchina libera all’ombra, proprio in faccia alla fontana davanti a Palazzo Dugnani (me lo ricordavo più bello, senza l’allegro vociare delle ragazze del liceo linguistico è una delle tante aristocratiche dimore milanesi abbandonate alla decadenza; chissà se decideranno finalmente di rimetterlo in sesto) e prese per quella direzione. Sollevando lo sguardo dai propri piedi stanchi e un poco doloranti si avvide della donna che dal lato opposto puntava la medesima panca.

Poco disponibile in quel momento a qualsiasi gesto di cavalleria allungò il passo (se arrivo per primo, di certo andrà a sedersi da un’altra parte), accorgendosi che la sua antagonista pareva animata dallo stesso pensiero: di corporatura esile, una testa vaporosa di capelli molto chiari, in jeans e maglietta a righe bianche e rosse, procedeva con un incedere fiero e determinato che lo affascinò e lo scocciò quasi nella stessa misura.

Raggiunsero la meta contemporaneamente, si sogguardarono con aria di sfida e  sedettero alle due estremità bofonchiando un freddo

“…ngiorno”.

Anche sbirciando di sottecchi, il ragionier Aristide Marchetti si accorse che da vicino la sconosciuta era assai meno giovane di quanto gli fosse apparsa vedendola da lontano. Era difficile attribuirle un’età, forse per la figura snella e per l’abbigliamento giovanile ma soprattutto per l’elasticità del passo e per l’energia espressa da quella camminata altera e temeraria al tempo stesso. Da vicino la baldanzosa chioma bionda presentava molti fili bianchi la cui presenza si dissimulava nella percezione di una tonalità molto chiara; il volto dai lineamenti fini con il naso leggermente all’insù, esibiva qualche ruga ai lati della bocca dalle labbra piene e degli occhi di un vivido azzurro. Si era subito concentrata nella lettura di un tascabile: era “La camera azzurra” di Georges Simenon, un autore che anch’egli amava ma che conosceva solamente attraverso le vicende del Commissario Maigret.  Si ricordò allora che insieme alla guida turistica quella mattina aveva afferrato un libretto appartenuto a sua madre e sinora mai letto: “Il gatto”, guarda caso un Simenon. Gli parve un ottimo appiglio per iniziare una conversazione: perché per motivi imperscrutabili non sopportava il silenzio che lo separava dalla sconosciuta seduta accanto a lui, rendendola inaccessibile.  Fu senz’altro un approccio maldestro e la donna lo gratificò di una divertita commiserazione, gli angoli della bella bocca sollevati nel preludio di un sorriso: ma il ghiaccio era rotto e mezz’ora dopo la sconosciuta, la quale ora aveva un nome e un cognome, Rosanna Pagani, sedeva un poco più vicina, tanto che poteva percepirne il fresco effluvio di fiori.

Passò l’ora di pranzo e nessuno dei due parve curarsene: dalle letture passarono ai ricordi di una Milano che andava scomparendo e il ragionier Marchetti si rese conto che dovevano essere più o meno coetanei, nonostante l’aspetto decisamente giovanile della donna, enfatizzato dalla vivacità dei gesti e dell’eloquio.

“Le capita spesso di passare di qua?”

(sono un cretino: ma si può dire una scemenza simile?)

Di nuovo un sorriso trattenuto e lo sguardo divertito, un bagliore birichino che accese l’azzurro delle iridi:

“Non proprio, ma potrei ripassare dopodomani.”

“Bene, allora ci sarò anch’io. Magari potremmo pranzare da qualche parte, se le va.”

“E perché no?”

Il Ragionier Marchetti si sentiva confuso ed eccitato. Poteva vantare un discreto numero di morose, delle quali aveva deciso di fare a meno all’incirca cinque anni prima, quando era rimasto solo. Strano, a ben pensarci, eppure la solitudine gli era parsa un porto tranquillo, una zona franca che preferiva non dividere con nessuno. Ora però quella donna lo incuriosiva per l’atteggiamento di pacato distacco, dietro il quale intuiva un dispiacere irrisolto, sebbene lo mettesse in imbarazzo e quasi lo intimidisse con il piglio immune da tentennamenti.

Presero l’abitudine di incontrarsi quasi ogni giorno; egli la coinvolse nel suo piano di visite turistiche (lei mancava dalla città da diversi anni e vi aveva appena fatto ritorno), lasciandole tuttavia l’estro di scegliere una meta di giorno in giorno. Avvenne che discorrendo affiorasse la loro personale storia, ma mentre il ragionier Marchetti con il passare dei giorni cedette volentieri all’impulso di essere sempre più chiaro e sincero, Rosanna si limitò a disvelare appena qualche dettaglio, mantenendo una prudente reticenza. Dovette quindi porle una domanda diretta per sapere se avesse un compagno, e decise di accontentarsi della risposta:

“È stato molti anni fa, ormai: un amore giovanile, è durato quel che doveva durare”.

Giunse il mese di agosto, la città svuotata sonnecchiava nell’afa.  Era un sabato sera ed erano andati al cinema; passeggiavano in Galleria e Rosanna lo prese a braccetto.

“Domani parto, Aristide. Vado a Bordighera”.

L’uomo deglutì un paio di volte a vuoto.

“Sì, la casa di tua nonna. Vai in vacanza?”

“No, mi ci trasferisco. Era un antico progetto, ho pensato che sia giunto il momento di realizzarlo”.

Lui rimase muto, le gambe molli, la mente in subbuglio, mentre lei lo guardava con un sorriso mesto, come per una delusione tutto sommato attesa. Aggiunse, con un tono improvvisamente incattivito:

“In fin dei conti, questa città mi ha già stufata”.

Il ragionier Marchetti era un vecchio scapolo incallito e si era persuaso che a quel punto della sua vita la frequentazione senza l’impegno di una relazione con una donna, della quale apprezzava la compagnia e che pure gli piaceva molto, fosse esattamente ciò che voleva. Con molta presunzione aveva perso di vista l’eventualità che lei avesse tutt’altro programma.

Ci mise appena un paio di giorni a realizzare che la solitudine non era più un privilegio né un’oasi di pace, ma uno spazio vuoto di noia assoluta. Preparò la valigia e prenotò un treno per Bordighera: rimaneva un cretino, ma almeno stavolta si era fatto dare l’indirizzo.

Viaggiando verso Bordighera Rosanna Pagani aveva avuto modo di ripensare a molte cose. Le proprie scelte si pagano sempre e il costo qualche volta non è così chiaro fin dall’inizio. Ripensò alle parole ripetute così spesso da Gianluca, primo e ultimo amore della sua vita: “Qualunque cosa accada, tu attieniti al piano”.

Ci incontrammo nell’agosto del 1970 a Bordighera, località di villeggiatura un tempo amata dagli inglesi i quali lasciarono tracce architettoniche e culturali del loro passaggio, come d’altronde seppero fare in ogni luogo del mondo che, per un motivo o per l’altro, attirò le loro attenzioni. In quegli anni era frequentata da molte famiglie della Milano più ricca, gente che possedeva la seconda casa su quel tratto di costa ligure e la terza a Madesimo o a Ponte di Legno.

Io e Gianluca non appartenevamo a quel mondo: la mia nonna materna era nata nella parte alta del paese, molto prima che esso divenisse una meta turistica cara ai milanesi abbienti; lui la sera faceva il cameriere in un ristorante per potersi permettere di stare al mare nel mese in cui l’officina meccanica nella quale lavorava rimaneva chiusa. In mezzo a certi malmostosi figli di papà dai Ray Ban a goccia con le aste a riccio, ci riconoscemmo d’istinto. Avevamo ormai trent’anni e nessuna relazione stabile, venivamo entrambi dal Giambellino, da famiglie similmente dissestate e non solo finanziariamente; frequentavamo gli stessi locali decisamente alternativi sul Naviglio Grande e l’Idroscalo d’estate: eppure a Milano non ci eravamo mai incrociati. Lo interpretammo come un segno del destino, al pari della singolare coincidenza di essere nati nello stesso giorno dell’identico mese del medesimo anno.  Vi erano tuttavia altre cose che ci accomunavano: l’amara cognizione di essere nati dalla parte sbagliata, la ferma intenzione di rivalersi con ogni mezzo, la smania di farlo in fretta.

Gianluca aveva imparato la destrezza nello scasso dallo zio paterno, un “ligera” della vecchia guardia che per le prodezze giovanili vantava un soggiorno al Beccaria e successivamente aveva avuto modo di apprezzare l’ospitalità di San Vittore.   Prendemmo di mira le gioiellerie in periferia: lavoravamo di notte e io facevo il palo con l’auto di Gianluca. Lo zio fece sempre da tramite con i ricettatori e tutto filò incredibilmente liscio per qualche anno: tenevamo a bada l’avidità ed eravamo prudenti, e fummo sicuramente molto fortunati. Nel frattempo lavoravamo entrambi, mal pagati e scontenti, ma con quel rischioso passatempo contavamo di stabilirci presto a Bordighera per aprire un bar o un ristorante. Nell’inverno del 1975 lo zio propose  il colpo che ci avrebbe sistemati: si trattava di recarsi in Sudafrica per ritirare una partita di diamanti grezzi di contrabbando. Un gigante silenzioso ci prelevò all’aeroporto di  Kimberley nella luce abbagliante di un mattino di febbraio e ci condusse fuori città, sulla pista che conduceva all’enorme miniera a cielo aperto. Avevamo appena ritirato il sacchetto con le pietre quando alcuni uomini armati sbucarono dagli ispidi cespugli sulle basse colline lanciando granate e sparando colpi di fucile. Gianluca fu colpito in pieno petto da una granata che lo spezzò letteralmente in due, il gigante mi caricò di peso sulla jeep e mi condusse in albergo, dove trascorsi cinque giorni da incubo chiusa in camera, prima di rientrare in Italia. L’ultimo colpo, doveva essere l’ultimo colpo.

“Comunque vadano le cose, tu attieniti al piano”: ma ormai niente aveva più importanza.  Incassato l’ultimo lauto compenso, lasciai Milano e mi stabilii a Berlino Ovest portando con me i contanti accumulati con le nostre attività criminose, prudenzialmente conservati nell’appartamento che condividevamo in via Odazio: un discreto gruzzolo che accantonai in un altro nascondiglio casalingo. Fui cameriera, commessa, centralinista. Dal balcone di casa potevo scorgere il Muro che divideva in due la città, gli abitanti, i sentimenti. Vi era un prima e un dopo, come nella mia vita.

“Comunque vadano le cose, tu attieniti al piano”. Molti anni dopo la caduta del Muro mi tornò alla mente il mantra di Gianluca: il piano ultimo era Bordighera, una vita tranquilla nell’antica dimora della nonna, unica vestigia di una stirpe un tempo ricca, forse addirittura nobile, mortificata e spogliata dal bisnonno, nullafacente e accanito giocatore campato assai più a lungo di quanto meritasse, con tutto il tempo per sperperare ogni bene, tranne quella casa.

Non saprei dire cosa mi abbia indotta a passare prima da Milano senza nessuna intenzione di rimanervi, tanto che affittai per un mese un angusto alloggio in un residence a Città Studi.  Ora potrei ipotizzare nuovamente un disegno del destino che ha posto sulla mia via – proprio quando non ci speravo più – un uomo dall’aspetto elegantemente antiquato, fintamente burbero e dal sorriso sempre un poco sghembo, capace di intenerirmi con la sua goffa gentilezza. Era sempre così ansioso di proteggermi da chissà che, e in fondo mi ha convinta di avere davvero bisogno di conforto e compagnia, di complicità e di affetto. Un po’ lento nel cogliere i messaggi, che peccato.

 Uscito dalla stazione ferroviaria di Bordighera, il ragionier Aristide Marchetti aveva respirato a pieni polmoni l’aria calda del mezzogiorno. Gli pareva un’aria più leggera di quella di Milano, percepiva persino il sentore salmastro del mare. Sentiva l’effetto corroborante dello iodio nei polmoni e nel sangue che fluiva tumultuoso, come i suoi pensieri durante quattro ore di viaggio in treno, mentre la sua vita scorreva rapida nella testa come un vecchio film già visto, mai compreso del tutto e con un finale poco chiaro. No, non poco chiaro: ancora da scrivere.

Il taxi prese la strada che si inerpicava tortuosa verso la collina. Dopo qualche chilometro, dietro una curva si fermò dinanzi a una cancellata in ferro forgiato a motivi floreali che un tempo doveva essere stata bianca. Un sentiero inghiaiato, fiancheggiato da fichi, palme, opunzie e rose conduceva a una grande casa bianca a due piani, dominata da una torretta ingentilita dal bovindo e con alte finestre centinate. Era un luogo di aristocratica bellezza che languiva in uno stato di evidente abbandono: il ragionier Marchetti, uomo pragmatico e poco incline ai sentimentalismi, ebbe la fugace quanto nitida sensazione che quella dimora stesse chiedendo aiuto esattamente come la sua ultima erede.  Pigiò il campanello privo di etichetta e attese, contemplando la superficie scintillante del mare sotto lo strapiombo.

Rosanna si affacciò alla terrazza del primo piano e lo guardò schermandosi gli occhi con la mano a visiera. Scomparve, si udì uno scatto metallico all’aprirsi del cancelletto pedonale e ricomparve pochi istanti dopo. Il ragionier Aristide Marchetti rimase imbambolato ammirandola mentre gli veniva incontro con il passo baldanzoso e lieve, un sorriso sempre più ampio a illuminarle il volto e tutta la persona, come un’aura felice. La abbracciò senza pensarci, e lei si accomodò in quella stretta.

Pranzarono su una terrazza laterale che pareva appesa sopra il mare.

“Ti fermi per un po’?”

“Tutto il tempo che vorrai”.

“Bene, perché qui ci sono molte cose che hanno bisogno di una sistemata”.

“Sai, pensavo…potrei vendere l’appartamento di Milano. Poi ho anche qualche risparmio…perché questo posto meriterebbe di essere riportato agli antichi splendori, ma ci vorranno parecchi milioni”.

“Lo so bene. Ma vedi, anch’io ho qualche soldo da parte”.

“Senti, ma cosa risponderesti se…”

“Sì”.

Non occorre dirsi proprio tutto, per capirsi: anzi, qualche volta è esattamente il contrario.

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Sonia Fantozzi

Spirito irrequieto alla costante ricerca dei perché e dei percome. Ha lasciato Milano,ma in cima a una collina ha scoperto che sarà milanese per sempre.

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