COP26. Ridurre le emissioni preservando l’economia

cop26 climate change

I leader mondiali sono riuniti a Glasgow per la conferenza sul cambiamento climatico delle Nazioni Unite, COP26.

La prima conferenza ONU sul clima si è tenuta nel 1995 e questa è la 26esima “Conference of the Parties”, da cui il nome COP26. Molti credono che sia la più importante, un’ultima possibilità di salvare il mondo dal disastro.

Circa 30.000 delegati da 200 paesi sono scesi a Glasgow per la conferenza, che durerà fino a metà novembre.

COP26 ha qualche possibilità di successo?

L’assenza della Cina, che si propone come superpotenza globale emergente, la dice lunga. La Cina è il più grande emettitore di anidride carbonica del mondo, la sua partecipazione è cruciale per qualsiasi accordo. E per avere successo, la conferenza sul clima deve arrivare a far siglare accordi tecnici dettagliati.

C’è un timore diffuso che gli obiettivi precedentemente concordati, come l’obiettivo di mantenere il riscaldamento al di sotto di 1,5°C, stiano già scivolando via.

Il discorso più appassionato è venuto da uno dei delegati più rispettati e più anziani alla conferenza. Il 95enne emittente e naturalista Sir David Attenborough:

L’accordo di Parigi del 2015 prevedeva di limitare il riscaldamento globale a ben al di sotto (almeno 2° C) dei livelli dell’epoca pre-industriale, con i migliori sforzi per 1,5° C; questa flessibilità è stata fondamentale per vederlo firmare da tutti, ma ha permesso a tutti di prendere quello che volevano da questo accordo.

Sei anni dopo, il mondo si è già riscaldato di circa 1,1 gradi dall’epoca preindustriale, e cercare di rendere fattibile l’obiettivo richiede ai paesi di raggiungere emissioni nette zero entro la metà del secolo e di tagliare le emissioni di CO2 di circa il 40% solo in questo decennio.

Un’altra spinta è arrivata dal G20, che si è riunito a Roma pochi giorni prima dell’inizio della COP. E il clima è stato un punto focale del G20, e le dichiarazioni dei leader dei Paesi del G20 sono state incoraggianti.

L’assenza della Cina

Xi Jinping, è vero, non si è presentato (non ha nemmeno mandato un video, come avrebbe fatto un attore che non aveva voglia di partecipare ad una cerimonia), ma all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite a settembre e ha detto che la Cina avrebbe smesso di finanziare le centrali a carbone all’estero, il che include tutte le centrali a carbone nella Belt and Road, e tutto il carbone che la Cina ha finanziato nei paesi in via di sviluppo.

E questo è stato, oggettivamente, un passo molto importante da parte della Cina, anche se non hanno cambiato i loro obiettivi climatici: neutralità del carbonio entro il 2060. E di raggiungere il picco del carbone in questo decennio, quindi non del tutto negativo, anche se certamente potrebbe essere meglio.

Dall’altra parte, nel gestire la crisi energetica, Pechino poche settimane fa ha deciso di riaprire le miniere di carbone sul proprio territorio, mostrando una irritante ambiguità. In compenso la lezione del Regno Unito è illuminante: ha eliminato il carbone dalla propria linea energetica, ma con qualche mese poco ventoso, il fabbisogno ha spinto la domanda di gas, facendone salire il prezzo alle stelle.

La transizione ecologica

La faccenda è complicata, le infrastrutture energetiche per le rinnovabili, che ci permetterebbero di decarbonizzare, richiedono enormi quantità di metalli (come l’alluminio) la cui produzione è una delle attività più inquinanti che esista.

Accelerando la transizione all’energia a basso contenuto di carbonio, si rischia di non rispettare gli obiettivi intermedi, le tappe, ma arrivati in fondo allora non ci si deve preoccupare di crisi di approvvigionamento di risorse come gas e carbone. Perché se stai usando l’eolico, il solare, le batterie, l’idroelettrico e il nucleare, nessuna di queste fonti di energia richiede forniture costanti di combustibile come fanno le centrali a gas o a carbone.

La lezione dell’€

Si sta forse iniziando a delineare uno scenario: l’introduzione dell’euro è, in un certo senso, una forma di transizione verso gli Stati Uniti d’Europa. La lezione appresa dall’euro è che quando queste transizioni avvengono troppo lentamente, il costo politico delle stesse diventa molto alto. A metà del guado, molti vengono assaliti dai dubbi, si domandano se non sia il caso di tornare indietro. Mancano consapevolezza e tangibilità dei risultati.

Sulla scorta di questa lezione, più che preoccuparsi di rischi di crisi di approvvigionamento, a transizione ecologica conclusa, le istituzioni convergeranno verso la necessità di realizzarla il più velocemente possibile, favorendo la capex sia del pubblico che del privato. (il che contribuisce a frenare le Banche Centrali dall’assumere atteggiamenti restrittivi).

Il Parlamento UE, intanto, ha pubblicato una pagina riassuntiva di tutte le iniziative in corso per la riduzione delle emissioni di gas serra, consultabile qui.

Un teatro con due palcoscenici

Un palcoscenico del COP è quello pubblico: leader, un po’ di spettacolo e grandi annunci di accordi che vengono fatti tra le aziende. Su questo fronte rientra l’accordo sulla riduzione delle emissioni globali di metano, che contribuisce a ridurre il riscaldamento a breve termine.

Inoltre, aziende e paesi si sono impegnati per nuovi grandi investimenti in progetti contro la deforestazione e sulla elettrificazione delle auto.

Il secondo palco del COP è quello interno: la negoziazione tra i rappresentanti dei governi in un processo simile a quello delle Nazioni Unite. I negoziati riguardano i dettagli spinosi, come ad esempio se stai segnalando le tue emissioni come paese, in che modalità, chi verifica che i rapporti sulle emissioni siano accurati… Quanto sarebbe più efficiente un mercato globale delle quote di emissione di CO2 (come diceva già l’accordo di Parigi)?

Gli USA di Biden

E poi, in tutto questo, c’è il ruolo degli USA, in cui convivono opinioni molto contrastanti: la presidenza Trump ha allontanato gli Stati Uniti dagli impegni presi, ha a lungo negato l’esistenza del cambiamento climatico, ed è chiaramente la manifestazione del pensiero di una quota rilevante del Paese. Una cosa che Biden non può del tutto trascurare. Anche se gli Stati Uniti stanno cercando di mettere il cappello sulla questione clima.

A questo COP, hanno portato 12 o 13 membri del gabinetto, una delegazione enorme, insieme a Biden, ma quando poi guadi alla politica interna vedi che  la legge sulle infrastrutture (che permetteranno loro di raggiungere i loro obiettivi climatici) non è stata approvata.

I privati

L’ex banchiere centrale Mark Carney ha aggregato società del settore finanziario per indirizzare oltre 130 mila miliardi $ di investimenti al raggiungimento degli obiettivi ‘net zero’ per il 2050 (un obiettivo che UK ha assunto, tra le poche grandi economie, come legalmente vincolante).

L’azzeramento dei piani di acquisto titoli da parte delle Banche Centrali (proprio ieri la Federal Reserve ha annunciato l’avvio del tapering), però, proietta uno sviluppo diverso: le crescenti esigenze pubbliche dreneranno capitale dai mercati finanziari (che in questi anni si sono gonfiati a colpi di iniezioni monetarie) verso l’economia reale. Sono finiti gli anni in cui di questo se ne occupavano le Banche Centrali creando liquidità nuova.

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Questo comporta che presto familiarizzeremo con il verbo “divest“: strategie d’investimento non più centrate sul dove destinare le risorse, ma su quali siano le attività a cui toglierle, disinvestendo.
Il Glasgow Financial Alliance for Net Zero fondato da Carney, è già avanti su questa traiettoria: devierà ogni investimento originariamente destinato a aziende delle energie fossili.

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Pubblicato da L'Alieno Gentile

Precedentemente conosciuto con il nickname Bimbo Alieno, L'Alieno Gentile è un operatore finanziario dal 1998; ha collaborato con diverse banche italiane ed estere. Contributor OCSE nel 2012, oggi è Global Strategist per l'asset management di una banca italiana.

2 Risposte a “COP26. Ridurre le emissioni preservando l’economia”

  1. Gentile Alieno, mi scuso per l’off topic clamoroso ma non so dove scrivere a proposito. Ho ascoltato l’ultimo podcast sulle criptomonete ma ancora non riesco a dare risposte ad alcuni miei dubbi
    Nello specifico non capisco in cosa possano consistere le criptovalute delle banche centrali. La moneta digitale già esiste, ci scambiamo di continuo soldi dematerializzati, le stablecoin già esistono (sulla sicurezza del sottostante so che molti esprimono dubbi), la base digitale delle criptovalute è la blockchain che é distribuita e non legata ad un controllo centrale.
    Tutto ciò detto: cosa sarebbe allora una criptovaluta a emissione e controllo centralizzato? Detta così sembra un ossimoro. Oppure il tutto si riduce a una stablecoin di cui il sottostante è sicuro? O che altro?
    Grazie e saluti 

    1. sì, “crypto” viene spesso inteso automaticamente per decentralizzato, ma in realtà lo si deve alla crittografia che lo rende funzionante.
      Una Digital Currency emessa dalla banca Centrale è solo la forma digitale del denaro che conosciamo già, ma ha l’utilizzo che ricorda quello di una cryptomoneta, che rappresenta quindi il suo “competitor”.
      Penso che le CBDC abbiano alcuni vantaggi di design: il corso legale, ma anche la maggior usabilità. Già oggi la maggior parte delle persone attive su bitcoin et similia, non lo usa come mezzo di pagamento ma come asset speculativo e non esprime alcun favore all’elemento fondante di bitcoin (cioé il suo essere decentralizzato), infatti si fa largo uso di piattaforme (o di ETP). E quando i coin li hai su una piattaforma non li possiedi davvero, non hai un tuo account su blockchain, hai un saldo a credito esattamente come accade con le banche, ma con molte meno tutele (le piattaforme non sono vigilate e regolate come le banche). Questo mi fa pensare che le persone desiderano avere uno strumento pratico, non sono realmente interessate al potenziale disruptive di una moneta senza banca centrale. Resta da vedere cosa succederà quando le CBDC saranno realtà, e cosa il regolatore vorrà fare per dissuadere l’utenza da tutte le altre monete digitali (che nel frattempo sono entrate nei portafogli anche dei fondi pensione, attraverso gli ETF): io mi aspetto che venga offerta una “finestra di conversione” con l’avviso che poi le vecchie “crypto” verranno ghettizzate da norme severe.
      Chi vivrà, vedrà…

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