La tregua dei megafoni

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La guerra degli altoparlanti si è conclusa al confine tra le due Coree. Tacciono i decibel, anche se è più importante che lo facciano le armi. Era infatti plausibile un’escalation della tensione in un’area tra le più controllate – se non la più pericolosa – del pianeta. Dopo 2 giornate di negoziati nella zona smilitarizzata, Pyongyang e Seul hanno raggiunto una tregua. Il Nord ha espresso il suo dispiacere (“regret” nell’anodina espressione inglese) per le ferite a 2 soldati nemici mutilati da una mina. Il Nord voleva scuse formali ma si è accontentato e ha offerto in cambio la fine dei messaggi vocali che gli altoparlanti posizionati sul suo territorio riuscivano a far penetrare per una dozzina di km nel territorio della Repubblica Popolare Democratica di Corea. La voce potente era tesa a diffondere un’immagine ridicola di Kim Jong-Un, il giovane dittatore di Pyongyang.


Voleva minare il morale delle truppe lì stazionate, nella linea di confine tra due nazioni tecnicamente ancora in guerra dopo l’armistizio – non la pace – firmato nel 1953.

La pratica è stata ripresa dopo 11 anni, ma a lungo era stata un’arma di propaganda tra i due lati, uno dei tanti esempi di contrapposizione totale, coerente con la politica dei blocchi antagonisti. Questa volta la sofisticazione comunicazionale ha svolto un ruolo centrale. Di Kim si è messo in risalto l’inesperienza a guidare un paese, mentre chi è riuscito a fuggire dal regime di Pyongyang, riuscendo a raggiungere l’altra Corea (via Cina), non lesinava per gli ex fratelli del Nord le descrizioni della Repubblica di Corea che ora lo ospitava e proteggeva: benessere, democrazia, diritti umani. Una voce più suadente comparava le ristrettezze del Nord rispetto alla disponibilità di beni e di lusso nel Sud. In questa situazione grottesca, Kim ha dichiarato una situazione di “semi-guerra”, schierando maggiori armi e truppe al confine. Quando ha ottenuto di far zittire gli altoparlanti ha parlato di una vittoria memorabile, proprio perché ha minacciato di usare il suo “deterrente nucleare per autodifesa”.

Le spiegazioni sono molteplici e tutte valide in assenza di informazioni precise su quanto avviene a Pyongyang. Forse non è da sottovalutare l’aspetto personale del giovane dittatore, infastidito dalle critiche come quella generate dal film The Interview che hanno condotto al cyber attacco contro la sua distribuzione dalla Sony. È più probabile tuttavia che Kim e il suo entourage siano avviati su un percorso accidentato ma visibile. Da una parte continuano la repressione, la propaganda, l’esposizione di armi e di onnipotenza. Dall’altra prosegue la timida apertura del regime. Una serie di riforme socio-politiche ha avuto luogo e ora il paese sta vivendo uno dei suoi periodi di floridi. La carestia sembra scongiurata, mentre un’inedita libertà è stata concessa ai contadini di vendere parte dei propri raccolti. Piccoli elementi di mercato sono stati approvati nei centri urbani, mentre addirittura il muro dell’informazione si è incrinato.

Esistono 3 milioni di telefoni cellulari che possono addirittura ricevere le soap-opera trasmesse da Seoul. Si tratta di libertà inimmaginabili fino a pochi anni fa. Cozzano però con la rigidità del sistema politico, imperniato ancora sulla durezza e sul culto della personalità. È probabile dunque che Kim abbia voluto ribadire la sua posizione di uomo forte, capace di provocare le crisi e di risolverle mostrando i muscoli. Quale sarà l’approdo del suo programma è a tutti ignoto, a Pechino come probabilmente a lui stesso. In questo quadro di incertezza rimane intatto il suo controllo, anche con la bizzarria di far tacere gli altoparlanti con la minaccia della bomba atomica.

L’immagine in testata è © Shutterstock

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Alberto Forchielli

Presidente dell’Osservatorio Asia, AD di Mandarin Capital Management S.A., membro dell’Advisory Committee del China Europe International Business School in Shangai, corrispondente per il Sole24Ore – Radiocor

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