La corruzione con gli occhi a mandorla

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Fuori dalla Cina, soltanto gli esperti conoscono Zhou Yong Kang.  Il cognome è uno degli infiniti Zhou, la sua immagine sconfina nell’anonimato del vestito scuro, i capelli neri, lo sguardo severo, l’assenza di ogni sorriso. Non è diversa dagli altri Membri Permanenti dell’Ufficio Politico del Comitato Centrale del Partito Comunista Cinese. Nel vecchio lessico della Terza Internazionale aveva trovato un posto di eccellenza. La sua carriera politica era stata lunga e spettacolare, fino a diventare Ministro della Sicurezza dal 2002 al 2007 e poi promosso nell’empireo dei 9 uomini più potenti della Cina. Ognuno di loro ha sulle spalle il destino di 150 milioni di Cinesi. Per tutti, Zhou era il poliziotto e il giudice, responsabile dell’ordine, della legge, della censura, degli affari interni. Il suo potere era immenso, il budget a sua disposizione illimitato, pochissime le regole che doveva rispettare. Da lui dipendevano le sorti dei burocrati e dei cittadini, l’esistenza dei social network, il bavaglio agli intellettuali, la scure sulle minoranze. Rispondeva, se proprio doveva, soltanto al Segretario Generale.

Il nuovo leader, Xi Jin Ping, l’ha tuttavia escluso dal nuovo Ufficio Politico, formatosi all’ultimo Congresso del 2012 e gli ha tolto la protezione più efficace: la possibilità di nominare il suo successore. In una prova di forza, ha anche ridotto il numero dei Membri Permanenti a 7, ognuno dei quali, anche per l’aumento demografico, regge ora il peso di 200 milioni di Cinesi. La parabola di Zhou si è chiusa lo scorso 29 Luglio, quando il partito ha avviato contro di lui un’inchiesta per “sospette serie violazioni della disciplina”, la formula usata per i reati di corruzione. Il significato garantista dell’espressione non deve confondere; in Cina non c’è mai contraddizione tra il rinvio a giudizio e la condanna. La sentenza è già scritta, per Zhou l’indagine è il bacio della morte. Da molto tempo si moltiplicavano i sospetti su suoi arricchimenti illeciti, il trasferimento di valuta illegale all’estero, i favoritismi alle aziende da lui controllate, i privilegi alla sua famiglia. Zhou aveva allungato i tentacoli nell’industria petrolifera, nelle costruzioni, nelle commesse governative, negli appalti militari. Sembrava valere anche per lui l’intoccabilità dei massimi dirigenti del partito, un’immunità riconosciuta e ovviamente non scritta, un patto di solidarietà: quando si arriva al vertice si è al di sopra della legge. La storia quasi centenaria del PCC non registra condanne per corruzione dei suoi leader. Nel 1989 ha avuto luogo l’ultima espulsione, quando il Segretario Zhao Zi Yang fu rimosso, per non avere voluto inviare i carri armati a Piazza Tian An Men. Prima di lui soltanto gli esponenti della Banda dei Quattro erano stati colpiti nel 1976. Le accuse erano più nobili e più tragiche: frazionismo, revisionismo, cedimento ai nemici dello stato. La corruzione era un reato di secondo piano, assente per definizione nella via al socialismo. Si era accusati di sbagliare linea politica, non di arricchirsi illegalmente. La condanna era per aver accumulato potere, non denaro. Zhou paga anche colpe di schieramento: aveva protetto la stella nascente di Bo Xi lai, l’ex potentissimo Governatore di Chongqing, ora condannato all’ergastolo, ufficialmente per una squallida storia di omicidio, interessi familiari e ovviamente corruzione. La posizione dei 2 sconfitti – Zhou e Bo – ha reso eclatanti i casi, classificati ormai come riedizione delle purghe maoiste. In effetti si commenta soltanto la punta dell’iceberg. Xi ha fatto della lotta alla corruzione il suo cavallo di battaglia. I risultati finora sono stati sorprendenti e incoraggianti. Combinando fonti di partito si stima che dall’inizio del 2013 più di 200.000 funzionari (che spesso sono pubblici ufficiali) sono stati puniti, compresi ministri, responsabili di enti locali o manager di stato. Quasi 70 di essi si sono suicidati. Per effetto collaterale sono crollate le vendite di articoli di lusso, segno tangibile di regali e clientele. Perché il PCC ha intrapreso una battaglia così seria? Quando si fermerà? Potrà creare instabilità? Non si può rispondere con monosillabi, soltanto rappresentare la complessità della vicenda.

  1. Situazione insostenibile. La corruzione rappresenta l’acuirsi delle contraddizioni sociali; è l’emblema della separazione tra governanti e governati. I primi hanno accumulato potere ma non prestigio; hanno intercettato i vantaggi della globalizzazione tra sperequazioni e disparità sociali. La Cina è oggi un paese incommensurabilmente più ricco, ma certamente più disuguale, L’indice di Gini, che misura la distribuzione della ricchezza, è superiore alla media, anche agli Stati Uniti tempio del capitalismo. Non è solo la conseguenza – o anche la causa – dello sviluppo economico. È la fonte di appropriazione, di intervento su un fiume immenso di denaro che trova rivoli attraenti attraverso l’impunità. Non bisogna illudersi che la corruzione sia un fenomeno nuovo. Essa è legata al potere, soprattutto in un paese monocratico e praticamente senza controlli come la Cina. La novità consiste in 2 aspetti: la sua entità e la protesta che genera. Chi si aspettava che il progresso avesse trainato la democrazia o l’amministrazione trasparente deve ricredersi. La Cina è oggi guidata dagli 85 milioni di iscritti al Partito Comunista, cioè dal 6% della popolazione. Sono ammessi nel partito nuovi ceti sociali emersi nel paese: imprenditori, intellettuali, patrioti, chiunque abbia a cuore la rinascita della Cina. L’antica selezione di operai e contadini è un ingombro del passato. Oggi si entra nel Partito per creare e distribuire ricchezza sociale. Si ha il potere del privilegio, dell’accesso a informazioni riservate e a canali opachi di finanziamento, del disprezzo dei sacrifici dei cittadini. È un ingresso e una blindatura. Quando si esagera, prima che sia troppo tardi, interviene il partito stesso. La soglia della tolleranza è stata probabilmente superata, perché la verità non può più essere celata dal silenzio o dalla propaganda. I social network sono spietati, il governo addirittura appoggia il giornalismo investigativo per scovare l’illegalità. Sono plateali gli standard di vita inspiegabilmente alti, le foto dei figli della nomenklatura che studiano all’estero e bevono champagne, lo scontro quotidiano con una burocrazia ottusa. Non sono i poveri a minacciare la società, ma gli esclusi, i cittadini che prendono coscienza delle ingiustizie e si ribellano. La Cina è notoriamente stabile, un riferimento per ogni paese che voglia crescere in armonia. Eppure aumentano le proteste. Secondo organizzazioni di diritti umani di Hong Kong, gli scontri con le forze dell’ordine, seppure ancora limitati, sono arrivati a 160.000 nel 2013. Combattere la corruzione vuol dire salvare il paese, almeno la funzione di guida del Pcc. I suoi fondatori hanno ricavato dalla storia il “mandato del cielo” a governare; non vogliono perderlo per gli episodi di cronaca. Xi Jin Ping è stato nell’Ufficio Politico con Zhou Yong Kang per molti anni. Ha condiviso le scelte più importanti, ha affrontato con lui problemi titanici. Non poteva non sapere ciò che reprime soltanto oggi. Se ora non lo tutela più, significa che la situazione era oggettivamente difficile e indifendibile. Per la prima volta nella storia la Commissione di Disciplina non ha chiamato Zhou “compagno” quando lo metteva sotto indagine.
  2. Un uomo solo al comando. Xi ha scelto una strada impervia per conquistarsi il carisma. Il suo pedigree è ideale, il suo percorso scevro da sospetti, la sua famiglia lontana da critiche. La crociata anti corruzione lo pone come uomo buono e forte, capace di dare ascolto alla protesta e di mantenere l’equilibrio del paese. La sua determinazione sembra genuina, una miscela indistinguibile di scelta e necessità. Riesce per ora a rappresentare sia il governo che l’opposizione. Combattere i corrotti gli serve per mostrare e per rafforzare i muscoli. Si comporta ugualmente sul versante internazionale, quando rilancia le ambizioni della Cina sul mare meridionale, incurante delle resistenze del Giappone, degli Stati Uniti, dei 10 paesi dell’Asean. Lievita il suo consenso nell’opinione pubblica; coniuga il buon governo, la crescita, il rispetto mondiale, il nazionalismo. Ne ha bisogno perché il segretario del Pcc – sulla carta il secondo uomo più potente al mondo – è relativamente debole. La sua nomina non riecheggia le battaglie politiche del passato, la tragicità degli eventi, quando la linea vincente era al governo e quella perdente nei campi di rieducazione. Quella storia della Cina, finita 25 anni fa a Tian An Men, ha prodotto tensioni immani che l’inserimento nella globalizzazione non può consentire. La Cina deve essere stabile e unita nel progresso, nella sconfitta del sottosviluppo. Per questo il capo del partito è la sintesi delle varie posizioni o – meglio – dei diversi interessi. È il miglior uomo per un tragitto già delineato, stabilito nei corridoi prima del Congresso. Le necessità della Cina da tempo marchiano la linea politica. Non è necessario un timoniere, quanto un astuto pilota automatico. Per questo le contraddizioni si occultavano, gli scandali si coprivano, la corruzione veniva recintata. Oggi tutto questo non è più possibile. Nonostante il suo margine di azione sia compresso, il Segretario ha deciso di correre dei rischi, schierandosi contro buona parte del Partito che lui stesso guida. È un segnale di allarme e di coraggio. Nel 2008, allo scoppio della crisi, Pechino ha iniettato nel sistema l’astronomica cifra di 586 miliardi di dollari, per dare fiato alla domanda globale infiacchita dal crollo delle esportazioni. L’intendimento era di promuovere i consumi e gli investimenti in tecnologia, per migliorare l’apparato produttivo e renderlo immune da crisi internazionali fuori dal suo controllo. Eppure i risultati sono stati deludenti. Il fiume di denaro ha preso direzioni diverse, facile approdo verso profitti garantiti. Le amministrazioni locali, sempre più autonome dalla capitale, hanno aumentato le requisizioni di terreni, le lottizzazioni irrazionali, alimentando così la bolla immobiliare. I finanziamenti alle aziende sono arrivati con il contagocce, mentre è continuata l’azione grigia dello shadow banking. Le aziende di stato, protette politicamente, hanno continuato a eludere le imposte e a non distribuire i profitti. La Cina ha raggiunto altri record, ma sempre sul versante quantitativo: immense, talvolta inutili, quantità di acciaio, vetro, cemento, calzature. Può la prima economia al mondo, seppure a parità di potere d’acquisto, ignorare le direttive del centro? Può una società regolata dalla disciplina confuciana e dal centralismo democratico disattendere le istruzioni? La risposta è negativa, senza ombra di dubbi. Per questo Xi combatte la corruzione, per avere un partito più forte e coeso. Se non vuole sradicarla, intende almeno ridurla e controllarla.
  3. Effetto Gorbachev? Qual è il pericolo più grave? Non poter distinguere il bene dal male, buttare dunque il bambino con l’acqua sporca. Se la corruzione è endemica, combatterla vuol dire minare le basi dell’organizzazione che l’ha generata. Mettere dietro le sbarre i dirigenti colpevoli può dar vita a vendette, ritorsioni, alleanze temporanee e di convenienza. Tutto questo può avvenire se la corruzione non è estirpabile ma una componente vitale per rimanere al potere. La Cina sa bene che la rivoluzione mangia spesso i suoi figli, che l’onnipotenza della polizia – da Robespierre a Beria – ha vita breve; poi la politica riprende il suo comando. Ecco perché lo spettro che circola a Pechino è sempre quello di Gorbachev. L’ex segretario del Pcus ha distrutto, agli occhi dei cinesi, il più grande stato e il più potente Partito Comunista al mondo. Ha auspicato riforme in un sistema irriformabile, ha tentato la via democratica in un paese che non era pronto. Anche lui era mosso da nobili ideali, ma la storia gli ha dato torto. La Cina ha risposto specularmente: libertà economica e chiusura politica, possibilità di arricchirsi ma non di opporsi. Nel 1989 Gorbachev veniva invocato dagli studenti cinesi che applaudivano le sue ambizioni e combattevano contro la corruzione. L’esercito ha represso tutto, sia a Mosca che a Pechino. I problemi erano troppo grandi per poter essere risolti. I dirigenti cinesi si sono dimostrati più scaltri e lungimiranti di quello sovietici. Hanno affrontato soltanto aspetti che potevano governare, come la crescita e l’attrazione dei capitali. Hanno rinviato sine die la riforma del sistema istituzionale, il percorso verso la democrazia e il multipartitismo. Hanno cambiato politica con una spettacolare inversione di rotta, ma hanno conservato i simboli e l’apparato del passato. Il sistema scaturito dalla repressione ha funzionato per 25 anni. Ora fronteggia nuove sfide, ma il pericolo del fallimento aleggia minaccioso. La lotta alla corruzione è una pietra miliare per rafforzare la Cina. Xi Jin Ping sembra determinato ad andare avanti, fino a quando potrà farlo, fino a quando il precipizio sarà tenuto a distanza di sicurezza.
Articolo pubblicato anche su Pagina99 weekend
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Romeo Orlandi

Presidente del Comitato Scientifico di Osservatorio Asia. Professore di Economia della Cina e dell'Asia. Esperto di globalizzazione. Autore, editorialista, relatore a convegni.
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