Corruzione o inefficienza

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Sono €735,66 i miliardi di tasse che gli italiani hanno pagato nel 2013; in buona parte tasse sui redditi da lavoro ma anche IVA, tasse su energia e carburanti, lotterie e tabacchi. Rispetto al 2012 le entrate sono diminuite di circa €5.6 mld per effetto di un calo importante delle imposte indirette (IVA) a fronte di un aumento della tassazione sul reddito.
Molti si sono posti il problema della sostenibilità di tali entrate, soprattutto in funzione della debole dinamica del reddito; ma ormai l’attenzione si è spostata cul modo ci in cui lo Stato sta utilizzando tali risorse. Perfino gli ottimisti pensano che molti di questi introiti “scompariranno” senza lasciare traccia visibile.

Lasciando alle spalle l’aneddotica, in una ricerca accademica tre economisti hanno analizzato gli sprechi della spesa pubblica italiana distinguendoli fra attivi e passivi, cioè derivanti da corruzione e inefficienza. Dai dati delle amministrazioni centrali e locali è risultato che circa l’83% degli sprechi è causato da inefficienze croniche. Vale a dire che la maggior parte non deriva da comportamenti illeciti ma da comportamenti antieconomici.

Un altro risultato importante è che tali evidenze non mostrano differenze significative fra collocazione geografica del tipo di ente preso in considerazione. Non esiste un Nord e un Sud dell’inefficienza e della corruzione; tale analisi unisce tutta l’Italia in un concerto di sprechi senza significative differenze. Invece sembra esserci una interessante differenza fra enti locali e centrali: amministrazioni centrali come Ministeri, il Parlamento o il servizio sanitario nazionale, mediamente spendono il 20% in più delle amministrazioni locali per acquistare lo stesso bene o servizio.

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L’evidenza empirica mostra che vi è un generalizzato spreco di denaro pubblico: cioè le tasse raccolte, siano più o meno del previsto, vengono utilizzate in modi non efficaci, essenzialmente a causa da una mancanza di competenze. Si dovrebbero quindi intensificare le attività di verifica e di controllo in ogni settore della pubblica amministrazione, tagliando i rami secchi e creando uno schema di incentivi per favorire la ricerca di margini di efficienza da parte degli stessi dipendenti. Anche la tendenza a delocalizzare le decisioni di spesa potrebbe avere delle importanti implicazioni sul miglioramento della spesa stessa, poichè la centralità delle decisioni ispirata al principio del controllo, non ha fatto altro che alimentare gli sprechi.

Tutto ciò potrebbe non bastare. Serve un nuovo regime, una nuova mentalità di corresponsabilità delle decisioni in materia di spesa; è necessario un metodo per orientare i servizi pubblici puntando alla massimizzazione degli obiettivi con il minimo di denaro pubblico e risorse umane. Finora si sono massimizzati solo i costi di un servizio pubblico ormai diventato scadente.

Il punto di partenza è l’utilizzo efficiente di risorse scarse: comuni, regioni, e lo Stato hanno un bilancio a disposizione sempre minore a causa del peso del debito accumulato negli anni. Lo spreco continuo accentua l’effetto di scarsità, soprattutto sulle famiglie, ed allo stesso tempo aumenta il fabbisogno finanziario dello stato, causando spesso una riduzione dei servizi essenziali.

Eliminare gli sprechi vuol dire quindi utilizzare al meglio ciò che si ha a disposizione. E’ questa la strada da seguire: non c’è più spazio per altre tasse.

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Wealth/Asset manager. Ha sposato la causa dei bond ed è ossessionato dalle banche centrali.
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