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Country Girl: la vita di Edna O’Brien

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Philip Roth ebbe a dichiarare di lei che si trattava della “più grande scrittrice vivente in lingua inglese”, e se lo ha detto lui, è sicuramente qualcosa da tenere presente.

Oggi Letture Inclinate vi parla di Edna O’Brien, nata nel villaggio irlandese di Tuamgraney nel 1930, che con il suo romanzo di debutto (The Country Girls, 1960) diede scandalo nella chiusa e cattolicissima società irlandese del suo tempo; in proposito Edna racconta del suo primo romanzo come

“una piccola canzone d’amore, una piccola elegia per la mia terra”

solo che il linguaggio spontaneo e libero, la rappresentazione dei conflitti con la madre e la storia di emancipazione della giovane protagonista non furono accettate.

Il libro fu bandito e sempre l’autrice (nel 1992) racconta che il prete del suo villaggio comprò le uniche tre copie in vendita per bruciarle sul sagrato della Chiesa. Il libro creò, come nel caso di Philip Roth con Lamento di Portnoy (1967), forti dissapori con la famiglia, ed in particolare con la madre, cui lei regalò una copia, per ritrovarla, dopo la sua morte, con molte parole cancellate con “un inchiostro nero impenetrabile”.

Il libro che raccontiamo oggi è però un altro ed è Country Girl, al singolare: è la splendida autobiografia dell’autrice irlandese, la ragazza di campagna, edita nel 2012 ed uscita l’anno dopo in Italia (Country Girl, Elliot, 2013, pag. 376, Euro 18,50): si tratta di un racconto che sgorga copioso, intensissimo ed emozionante. Non stupisce che l’autrice abbia dichiarato, in merito:

“Rivivere così intensamente certi momenti della mia vita mi ha portato molto dolore e rabbia; molte emozioni. Talvolta ho amato farlo, talvolta no. Sono memorie, ma mi ci sono ritrovata dentro.”

IL LIBRO

Il libro inizia portandoci nella terra natia, il villaggio, la fattoria dei genitori, poi il convento di suore dove Edna riceve la sua prima istruzione e conosce la propria indole inquieta, fra un’idea di vocazione e un sentimento molto intenso e tempestoso per una giovane suora.

Il testo è scritto con grazia e con grandissima attenzione a descrivere ogni cosa con minuzia e precisione, come ad esempio la classe al Convento:

“L’aula doveva essere spazzata ogni mattina e il pavimento di legno bagnato con acqua, per abbattere la polvere che si sollevava da terra e i mulinelli. Dagli interstizi del pavimento si sentivano i topi trotterellare sotto le assi e capitava che un musetto o una coda marrone facessero capolino ed allora le ragazze davano di matto e tiravano su le gambe, sotto le gonne, e si stringevano le une alle altre”.

La piccola Edna ama studiare e valuta con attenzione il suo sentimento religioso, forse vorrebbe farsi suora: il convento le trasmette a pieno la cultura religiosa del popolo irlandese come “aria pura di Dio” nelle parole del Cardinale McRory.

Ma alla lunga Edna è distratta e questo ambiente “con trecento donne, coi loro umori, le loro collere, i desideri, i dubbi e i cicli mestruali” inizia a starle stretto. La prima parte della biografia si chiude con queste parole:

“Il mondo, con tutti i suoi peccati e le sue malizie e le lusinghe, mi stava chiamando”.

Si cambia scenario e siamo a Dublino, alla fine degli anni Quaranta, Edna è quasi ventenne, scopre la città (“fu l’incanto”) e ce la restituisce da par suo:

“Nei pressi del basamento della colonna [di Nelson], alcune popolane, che venivano chiamate “le sciallette”, vendevano dalle loro carriole frutta ammaccata, fiori e verdure, e la strada era sempre scivolosa in quel punto per via delle bucce e della polpa. L’intera Dublino conosceva quelle donne, che berciavano di continuo “Mele Cox…Sanguinelle…Sanguinelle”.

Non manca uno sguardo ironico e dissacrante nel vedere questa città ancora trattenuta, conservatrice:

“Tornai a Dublino, dove fioriva la depravazione. Un operaio disoccupato, originario di Crumblin, era stato condannato a una multa di due sterline per atti osceni nella Olympia Ballroom, dove era stato sorpreso a ballare il jittenburg”.

Edna inizia a collaborare ad una rivista e conosce poi suo marito, Ernest Gébler, scrittore, di 16 anni più vecchio, con cui si sposerà nel 1952, a soli 22 anni, dopo un breve corteggiamento: una tempestosa e rocambolesca situazione che determinerà una rottura con la sua famiglia d’origine (che proverà persino a prelevarla accompagnata da un vescovo e dalla polizia) a causa del precedente matrimonio di Gébler.

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Nel 1958 Edna, con marito e i due figli, approda finalmente a Londra; cosa questo rappresentò, ce lo dice chiaro a netto:

“Fu a Londra che trovai la libertà e gli stimoli necessari a scrivere…. mi trovavo a Piccadilly Circus, che era brulicante di vita, con gli strilloni ad ogni angolo che gridavano al vento i titoli dei quotidiani mentre le prime edizioni venivano gettate sul marciapiede…. Era quello il cuore pulsante delle cose”.

Iniziano gli anni Sessanta, c’è il grande successo e scandalo di The Country Girls, inizia la crisi con il perfido ed invidioso marito (“Sai scrivere, e questo non te lo perdonerò mai”) e leggiamo della tribolata e soffertissima vicenda dell’affidamento di Carlo e Sasha, i due figli. Edna ci porta negli anni vorticosi nella Swinging London, ci racconta del flirt di una notte con Robert Mitchum, dei party, dei viaggi, fra i quali quello in Italia, a Siena, Firenze e a Ravello (nella villa di Gore Vidal dove erano stati Tennessee Williams, Bianca Jagger e Johnnie Carson); ci porta nelle sue case a Putney, Wimbledon e Chelsea, dove una sera suona alla sua porta Paul McCartney in cerca di ospitalità e compagnia, terminando la serata a strimpellare la chitarra dei figli di Edna.

E poi andiamo a New York, dove Edna, in anni più recenti, si reca regolarmente ad insegnare letteratura e dove inizia a fare la sceneggiatrice; ad una festa in suo onore, è previsto l’arrivo di una vera star:

“Philip Roth era già arrivato. Noto per essere un eremita, Philip esce talvolta dalla sua tana e diventa invariabilmente il polo di attrazione di qualsiasi evento. Scrupoloso e inflessibile circa la parola scritta e dotato di un acume tagliente, Philip è anche la persona più spiritosa della Terra, se è dell’umore giusto”.

E’ una biografia questa che si legge come un romanzo, perché, in fondo, essa effettivamente lo è, un romanzo: il romanzo di una donna che ha vissuto la sua irrequietezza fino alle estreme e più dolorose conseguenze, ma che è riuscita a vivere e raccontare tutto questo, affermandosi come una delle più grandi scrittrici del nostro tempo.

Nel febbraio del 2019, a Dublino, un’anziana ma sempre spiritosa ed aitante Edna ha speso parole di orgoglio per The Country Girls, e per il suo lavoro di scrittrice: per spiegare il senso della letteratura ha raccontato di quando per la prima volta lesse Joyce, trovandolo, stupefatta, così “accessibile” e levando lodi alla bellezza della letteratura “linguaggio che consente di spargere messaggi per il mondo, benzina che permette al nostro motore di funzionare”.

 

P.S.: non vorremmo esagerare legando a filo doppio Philip Roth e Edna O’Brien, ma non è colpa nostra se – nel 2001 – il romanzo L’animale morente del primo si apre con questa parole della seconda:

Nel corpo, non meno che nel cervello, è racchiusa la storia della vita.

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Pubblicato da Leonardo Dorini

Manager, consulente, blogger. Mi occupo di finanza ed impresa, amo lo sport. Ma sono qui per l'altra mia grande passione: la letteratura.

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