Dalla scalata dei furbetti alla intesa del tortellino

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Ci sono corsi e ricorsi della storia. Cose passate che tornano in vesti nuove e appena accadranno saranno tutti a scandalizzarsi quando basterebbe legare le vicende e tirare le conclusioni, come accade nella vicenda di cui ci permettiamo di rammentarvi la cronistoria.

Chi ha dimenticato il fassiniano ‘abbiamo una banca?’ legato alle note vicende delle scalate bancarie di una consorteria di furbetti?

La creazione di Unipol Banca non ha però portato fortuna al gruppo popolare assicurativo di Bologna, e il sostituto di Consorte alla guida, il cagliaritano Carlo Cimbri, si è trovato un gruppo da rimettere in carreggiata, specie dopo l’acquisizione della FondiariaSai (mal)gestita da quell’altra consorteria dei Ligresti&Co.

Unipol Banca si è rivelata una vera sòla, per dirla in romanesco: 2280 dipendenti, 219 filiali e a fine anno scorso poco più di 10 miliardi di attivi di cui 3,7 erano crediti deteriorati lordi, con una certa predilezione per le sofferenze, specie derivanti da iniziative garibaldine nel settore immobiliare. Quel che è peggio è che l’importo netto del deteriorato, 2,6 miliardi, superava abbondantemente il patrimonio di vigilanza della banca che al 31-12-2016 presentava un CET1 di 719 milioni, Fondi Propri per 904 milioni, e i ratio Tier1 e Total Capital pari rispettivamente a 9,03% e 11,27%.
Alla chiusura dell’esercizio scorso la copertura degli npl stava ad un 30%, segno evidente che, per disfarsi della banca occorreva infilarsi nel solito tristemente noto cul de sac: svalutare, cedere, ricapitalizzare.

Preso in mano il dossier a inizio 2016 Cimbri, valutate varie opzioni, si decise per quella del deconsolidamento dei crediti deteriorati dalla banca del gruppo, il loro passaggio ad una bad bank partecipata da Ugf, la controllante del gruppo assicurativo garante di un ‘Contratto di Indennizzo’ in forza del quale si impegnava a coprire le eventuali perdite della controllata (a dicembre 2016 tale impegno garantiva circa 907 milioni di npl netti), la ricapitalizzazione della good bank e la ricerca di un partner che si prendesse la patata bollente.
All’inizio Cimbri coltivò il tentativo di usare UnipolBanca come merce di scambio nella ragnatela del Monte dei Paschi e nel deal da cui sarebbe emerso il nuovo soggetto BancoBpm, ma presto i suoi tentativi risultarono vani.
La scelta più naturale cadde allora sulla banca dei “cugini” modenesi, la ex popolare Bper: a soli 45 km di distanza offriva il vantaggio della prossimità e contiguità territoriale, sempre in nome della garanzia di una presunta “mutualità” statutaria, e poi si offriva come possibile “preda”. Unipol e Bper sono legate da anni da un contratto di fornitura di servizi di bancassurance, in scadenza nel 2019, e dal dicembre 2016 da una partecipazione del 5% della prima nella seconda, assunta su chiaro accordo delle parti, che faceva del gruppo assicurativo il primo azionista della banca dopo la sua trasformazione in Spa, come voluto dalla riforma dell’anno prima del governo Renzi, e non ancora finita sotto l’occhio dell’Alta Corte.

A Vandelli, amministratore delegato di Bper, questa eventuale ‘Intesa del tortellino’ però non è mai stata gradita, e cercò di contrastarla con alcune mosse per ampliare, anche territorialmente, la sua banca e rafforzare il nucleo di azionisti a lui favorevole. Le iniziative modenesi su Creval, PopSondrio e Arca sgr sono stati tentativi almeno finora abortiti, mentre l’unico riuscito è stata l’aggregazione ad un euro di Carife.
E così arriviamo a maggio 2017, quando Unipol si portò zitta zitta appena sotto il 10% in Bper, rintuzzando le voci di una prossima scalata della ex popolare modenese oppure (più probabilmente) di un patto di consultazione fra i soci maggiori di cui diremo fra poco.

Il resoconto delle vicende di questa storia è reso complesso dalle tante variabili in gioco: la ricapitalizzazione di Unipol Banca, dopo la necessaria rettifica su crediti, è stimata in 6-700 milioni, una cifra di tutto rispetto, che Cimbri sta tuttavia tentando di recuperare in parte cospicua ai danni del Banco Bpm.
Infatti nel lontano 2007 la Popolare Verona aveva concluso con Unipol di contratto di bancassurance con scadenza naturale fine 2016, e la previsione che, in caso di mancato rinnovo, Bologna potesse esercitare una opzione put e portarsi a casa una specie di “penale” stimata approssimativamente a circa mezzo miliardo: tutto grasso che cola. A fine giugno 2017, dopo una inutile proroga di sei mesi della scadenza, Cimbri e Castagna, ad del Banco Bpm, due che non si sono mai piaciuti, decidono per il divorzio, e attualmente la valutazione della put è lasciata ad un collegio arbitrale.

Che dire? Una bella “castagna” per Piazza Meda, anzi una pigna.
Ma il nodo della ricapitalizzazione non è l’unico: c’è Bper da convincere, e soprattutto c’è il suo amministratore delegato che va riportato nei ranghi. A maggio, certi commenti di Cimbri a margine della prima trimestrale della banca avevano fatto capire che era pronto a dare battaglia al ceo modenese. Vandelli dal canto suo continuava a negare che dossier di aggregazioni Unipol-Bper fossero sul suo tavolo, ma ad un certo punto è a molti sembrato che chiedesse allo scomodo socio bolognese di aprire un canale per parlarsi direttamente e mostrarsi le carte.
La partita modenese è complessa a sua volta: a maggio 2018 scade tutto il CdA, Vandelli compreso, e sempre a maggio scorso Cimbri riuscì a piazzare un suo uomo strategico nel consiglio al momento del rinnovo di alcune cariche.
A quanto si dice nei corridoi dove si fanno e disfano analisi di settore, sarebbe iniziata una battaglia per aggregare attorno ai due amici-nemici uno “zoccolo duro” di soci allo scopo o di resistere e giocare ad armi pari (Vandelli) o fare all-in e conquistare la banca modenese disfandosi contemporaneamente di quella in casa (Cimbri).

 

L’azionariato di Bper è piuttosto diffuso: un 40% fa capo ai fondi istituzionali (Amber, Blackrock, Wellington e soprattuto Norges Bank con il 3%), che però non sembrano saper far gioco di squadra, come ha dimostrato la sconfitta della lista proposta dal loro “referente” Assogestioni durante il parziale rinnovo del cda di maggio scorso; un altro 5% fa capo ad un patto di consultazione fra soci imprenditori della zona, riuniti attorno alla figura del ravennate Giorgio Pulazza, col nome di Valore e Valori; un altro 4% assomma alle fondazioni storiche del Banco di Sardegna, Cr Bra, Cr Monte di Foggia, Cr Vignola e Cr Provincia dell’Aquila, mentre un restante 5% a Fondazioni quali Carimonte, CariReggio e CariModena.
Le voci dicono che Cimbri punti ad un patto di consultazione con le Fondazioni, arrivando a pesare per un 20% circa sul capitale di modena, ipotecando così la riuscita della sua operazione. Naturalmente Vandelli, subodorata la mossa ha rilasciato un paio di interviste augurandosi un analogo compattamento dei soci attorno alla continuità del management.

Tuttavia nulla vieta di pensare che Vandelli e Cimbri si siano già parlati, abbiano visto le carte, si siano accordati sui numeri e soprattutto sulle poltrone e stiano giocando la stessa partita. Infatti i numeri sembrano a favore della riuscita.
La semestrale di Unipol si è sì chiusa in rosso per 390 milioni, ma il gruppo ha spesato poco meno di un miliardo di accantonamenti su crediti della sua banca scalcinata, portando la copertura delle sofferenze ad un ragguardevole 80%, degli ex incagli al 40%, per un coverage complessivo del 70%.
Un report di Mediobanca di tre mesi fa aveva indicato come necessario un deconsolidamento di npl per oltre un 50%, nonchè il solito riconoscimento di un badwill dalla acquisizione, affinchè venisse garantito che l’operazione non fosse lacrime e sangue per Bper.
Ipotizzando che il credito deteriorato netto non sia lievitato significativamente da dicembre 2016 (i dati semestrali di Unipol Banca non sono ancora disponibili sul suo sito Investor Relation al 06/08/2017) e che sia stata esercitata la ‘Clausola di Indennizzo’ sopra citata, se Unipol Banca proseguisse con ulteriori accantonamenti per circa mezzo miliardo, allora potrà scorporare la bad bank, utilizzare quanto Piazza Meda le pagherà per la put e ricapitalizzare la good bank, e procedere con un probabile scambio di azioni con Modena.
A seconda di dove atterrerano gli RWA dopo il deconsolidamento del credito deteriorato, e a seconda del rimborso della put, l’operazione di ulteriore svalutazione potrebbe addirittura risultare a costo zero per Unipol.

Alla luce di queste stime come è meglio leggere la frase con cui Cimbri ha entusiasticamente accompagnato la presentazione dei dati?

Nel prossimo triennio sulla banca stand alone ci aspettiamo risultati in crescita fino a una redditività del 7-8% alla fine del piano [..] questo finchè la banca rimane nel perimetro del gruppo

Perchè disfarsi di una banca che dovrebbe generare una redditività tale con un rischio già deconsolidato di circa la metà? Cimbri non lo dice, e ragionevolmente riteniamo che l’enfasi sia l’anima della reclame, e pur di vendere ghiaccio agli esquimesi lo si spaccerebbe per legna.

Quale sia il costo implicito per Bper non è facile a dirsi: dipende dal piano industriale che, non a caso, è rimandato all’anno prossimo (ulteriore indizio che il dossier potrebbe veramente stare sul tavolo di Vandelli), dipende da cosa Bper si porta in casa dalla aggregazione e dall’impatto a livello di RWA e modelli interni di valutazione di un congruo Capitale di Vigilanza, e dai costi di un eventuale rilancio della banca bolognese.
Se però l’aggregazione riuscisse, e dal concambio nascesse un unico gruppo, Cimbri (plausibilmente ritengo che sarebbe lui il dominus della nuova realtà) guiderebbe un colosso bancario-assicurativo.
Si vocifera che la Vigilanza sia ben disposta a dare luce verde ad aggregazioni che rendano meno bancocentrico il mercato dei capitali. Sembra altrettanto plausibile riuscire a ridurre l’entità del capitale regolamentare complessivo sfruttando le pieghe della complicatissima normativa Solvency II sui patrimoni assicurativi, attraverso lo stesso Danish Compromise grazie al quale il peso della quota di Generali in Mediobanca è scontato, (e così sarebbe stato se fosse andata in porto l’operazione ISP-Generali).
L’autunno porterà parecchie novità nel settore: questo consolidamento, insieme con la commedia di Carim, Carismi e Cesena che dopo il mio articolo si è ulteriormente tinta di giallo (ci torneremo), le novità sul mondo delle Bcc e del loro credito deteriorato. Avremo modo ancora di verificare la stabilità del nostro sistema.
Di certo, questa operazione ha un sapore di beffa: una ex popolare trasformatasi in Spa secondo riforma, torna sotto il controllo di una popolare, ancorchè assicurativa, di recente balzata agli onori delle cronache per le sue relazioni pericolose con la politica di sinistra.
Abbastanza da rintuzzare nuove polemiche.

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Banchiere Cannibale

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