Dall’altra parte del muro

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Non che fosse propriamente una sorpresa: Berlino era suddivisa tra Germania est e Germania Ovest dalla fine della seconda guerra mondiale, ma la notizia dell’installazione di un’insormontabile barriera fisica tra i due Paesi era stata vigorosamente smentita dal Presidente della DDR appena due mesi prima.

Ebbene, in quella sonnolenta domenica mattina molti berlinesi, in preda a un’attonita inquietudine, ristettero a osservare i militari che erigevano il muro sul confine tra Est e Ovest: compresero che avevano iniziato a lavorare durante la notte e procedevano con febbrile impegno. Essi ebbero allora l’angosciosa percezione dello scombussolamento delle abitudini quotidiane, dovettero figurarsi il filo tenace e aggrovigliato degli affetti e degli interessi di lavoro spezzato con noncurante crudeltà dalla Storia. Da quella domenica la separazione sarebbe stata fisica, “voi da una parte, noi dall’altra”. Era il 13 agosto del 1961; il muro di Berlino era la metafora della Guerra Fredda che tagliava il mondo in due blocchi contrapposti divenuta tangibile: dura sostanza, ottusa materia.

 Nel tardo pomeriggio di lunedì la signora Franca Marenzi congedando il  mobiliere e il suo garzone, i quali avevano terminato di montare i mobili nuovi (che avrebbero pagato a rate per l’intero anno a venire), pensò con sollievo alla figlia di sei anni in campagna dai nonni: era un impegno in meno nella baraonda di quel trasloco.

Uscì sul balcone e notò la desolazione del cortile sottostante: l’aiuola brulla e terrosa sotto al basso muro di cinta sormontato da alte sbarre di ferro (una protezione non così dissimile da una detenzione), il campo giochi in sabbia circondato da esili alberi che forse nel giro di un lustro avrebbero elargito un poco d’ombra, ma in quel momento parevano un presagio di fallimento. La facciata del caseggiato di fronte stava a poche decine di metri di distanza e si ergeva come una barriera compatta contro il cielo bianco d’afa: la Milano che conosceva e amava sin da bambina si trovava irrimediabilmente dall’altra parte. La signora Franca captò la cocciuta ostilità di quella riottosa periferia dove non si sarebbe mai sentita a casa ed ebbe un leggero mancamento al quale seguì una sensazione di disgusto, come se un ragno impudente  stesse passeggiando sulsuo  braccio. Si sedette sul cemento bollente del balcone, cinse le gambe con le braccia stanche, posò la testa sulle ginocchia e pianse in silenzio, le spalle gracili appena scosse da secchi singulti. Dopo un poco si sfregò gli occhi con il bordo del grembiule e si accinse ad aprire gli scatoloni di cartone per sistemare abiti, biancheria e suppellettili. Prima avrebbe strofinato con caparbia energia le parti interne dei mobili per rimuovere la patina di scoramento che vi si stava rapidamente depositando.

Il nuovo appartamento faceva parte di un gruppo di casamenti popolari da poco terminati nella zona di Quarto Oggiaro confinante con il rione Comasina e con il territorio di Novate Milanese. Era confortevole e ben disposto; la casa aveva solo quattro piani e non vi era dunque ascensore ma il tinello, affacciato sul lungo balcone, era luminoso e funzionale, inoltre la bambina avrebbe avuto  finalmente la sua cameretta. Anche la cucina, lunga e stretta come l’adiacente stanza da bagno con la grande vasca intera e lo scaldabagno elettrico, affacciava sul terrazzino; in aggiunta al piccolo ripostiglio nel corridoio l’alloggio era dotato di una cantina al piano interrato. Per un affitto pari a quello che pagavano per le due stanzette più i servizi  nella vecchia casa al Vigentino, sarebbero stati certamente più comodi e la signora Franca avrebbe potuto raggiungere l’ufficio presso il quale era stata assunta in via Dante con venti minuti di treno, servendosi della stazione delle Ferrovie Nord distante poche centinaia di metri. Il marito lavorava in una tipografia nei pressi della Fiera Campionaria e  ora che aveva ottenuto una promozione vi si sarebbe recato con la Fiat 600 di seconda mano color grigio nebbia della quale andava tanto fiero. Tuttavia, sapeva che le sarebbe mancato lo sferragliare del tram n. 24 che transitava su corso di Porta Vigentina: in maniera del tutto arbitraria e certamente inesatta rifletté che l’assenza del tram era un altro segnale della lontananza dalla Milano vera, quella dei milanesi.

La novità della casa nuova, soprattutto la cameretta con la libreria a parete e la scrivania, sortirono l’effetto di abbreviare sensibilmente la durata del magone con il quale Liliana affrontò il ritorno  in città e di distoglierla parzialmente dall’inquietudine dovuta all’imminente inizio del primo anno di scuola. Mancava appena una settimana all’evento che avrebbe posto fine al periodo di serena incoscienza della prima infanzia, cosa della quale essa era in qualche modo consapevole senza avere idea di come governarla e perciò il suo umore pencolava continuamente tra il rammarico e l’eccitazione. I discorsi dei genitori sulla necessità di principiare ad assumersi delle responsabilità e di intendere l’impegno nello studio quasi come un modo di  guadagnarsi la michetta, che dunque perdeva inaspettatamente il carattere di gratuità conseguente alla sua condizione filiale non erano di alcun aiuto, semmai il contrario. Solo molti anni più tardi avrebbe imparato a definire quello stato d’animo angosciosamente confuso come “ansia da prestazione”.

Un altro motivo di distrazione fu rappresentato dalla scoperta che nell’appartamento posto sul medesimo piano della scala adiacente viveva un bambino della sua stessa età. Lo scorse la prima volta in un afoso pomeriggio di settembre, una coda dell’estate che opponeva resistenza all’incedere implacabile dell’autunno, sebbene i raggi solari avessero ormai perso di vigore e la luce fosse un poco opaca. La mamma non le permetteva di scendere in cortile a giocare con gli altri bambini, dei quali comunque avrebbe avuto una timorosa diffidenza poiché gridavano spesso e parlavano certi dialetti del Sud che faticava a comprendere, così trascorreva delle ore intere sul balcone. Scorreva svogliatamente le pagine di un fumetto quando percepì un movimento, un respiro, una presenza: alzò lo sguardo e lo vide sul poggiolo accanto, intento a guardare nella sua direzione. Era magrolino, con i capelli scuri e il ciuffo che ricadeva molle sulla fronte alta, le ginocchia ossute sbucavano dai calzoncini corti di un blu stinto da troppi lavaggi come la maglietta dall’orlo slabbrato. Lo sguardo marrone era gentile, aveva un atteggiamento compito che lo faceva apparire un poco rigido e inverosimilmente adulto. Le rivolse un sorriso incerto e quasi di scusa. Le ringhiere dei terrazzini distavano pochi centimetri l’una dall’altra e i bambini si avvicinarono a quel labile confine. Si scrutarono a lungo nell’istintiva ricerca di un indizio, poi si sfiorarono le dita in una sorta di goffa stretta di mano. Da quel giorno, Liliana non fu più sola.

I capelli scuri e pigramente ondulati della mamma di Ernesto, la signora Lisetta Nava, lambivano le spalle armoniosamente tonde e in quella sontuosa cornice spiccava la carnagione chiara del volto dai lineamenti di simmetrica bellezza. Al fondo dello sguardo di un caldo color nocciola, così simile a quello del figlio, permaneva un’ostinata malinconia anche quando la bocca generosa si dischiudeva in un sorriso sempre un poco trattenuto. L’effetto di quieta tristezza era accentuato dal taglio degli occhi con gli angoli esterni rivolti all’ingiù ed era per via di quell’espressione che l’esuberanza della figura carnosa e ben proporzionata appariva affievolita.

Fu presto evidente che in quella casa mancava una figura paterna; del resto la sottile parete che separava il lato contiguo dei due alloggi, corrispondente a camera da letto matrimoniale e bagno, celava alla vista ma non all’udito producendo un’inevitabile quanto involontaria promiscuità (“parla piano, ché dall’altra parte del muro i vicini ti sentono”, soleva bisbigliare la signora Franca in quelle stanze). La signora Lisetta, bidella alla scuola elementare di via Mambretti, nel rione limitrofo di Vialba, faceva anche la sarta in casa. La mamma di Liliana,  alta ed esile, soleva comprare per poche lire scampoli in un negozio di tessuti in via Torino ma lavorando fuori casa non trovava mai il tempo né la voglia per confezionare qualcosa per sé o per la figlia: fu con il pretesto di approfittare dei suoi servigi che incominciò a frequentare la vicina di balcone. Provò per questa un’immediata simpatia, per nulla infastidita dall’intrigante avvenenza al cospetto della quale la sua pallida grazia spigolosa si smorzava come un suono inghiottito dalla nebbia.

Poiché nel tinello di casa Marenzi troneggiava un apparecchio televisivo nuovo di zecca, a partire dall’inverno di quell’anno la vicina divenne un’ospite fissa del sabato sera. Le seggiole disposte a semicerchio, lei un poco in disparte per non essere invadente, i tre adulti si lasciavano catturare  dalle lunghe gambe delle Kessler e dalle voci degli artisti che si esibivano sul palcoscenico di Studio Uno mentre i bambini, presto annoiati dal varietà, si ritiravano in cameretta a giocare. Frequentarono entrambi la scuola elementare di via Mambretti accompagnati dalla mamma bidella di Ernesto, circostanza che approfondì anche l’amicizia tra le due madri. L’amichetto divenne ospite regolare nella casa di campagna dei nonni di Liliana nel periodo estivo e la sua abilità in bicicletta, unita a un’innata quanto garbata autorevolezza, gli guadagnarono in breve tempo la considerazione dei compagni di giochi del luogo. I due furono iscritti a scuole medie differenti, ma essendo Liliana sempre sola fino a sera seguitarono a trascorrere molti pomeriggi assieme a casa di Ernesto.

Era l’inverno del ’69 e il centro di Milano brillava di palpitanti  luci colorate, le vie percorse dalla frenesia dell’imminente Natale; poi giunsero le 16,37 di quel maledetto venerdì pomeriggio e a Milano quell’anno non fu Natale per nessuno.

Dopo il cupo botto che aveva fatto tremare i vetri nel raggio di diversi chilometri, dai lati opposti della Galleria Liliana ed Ernesto, del tutto ignari di quella casuale vicinanza, erano sospinti da una moltitudine ansiosa di gente che si muoveva lungo Corso Vittorio Emanuele verso via Pattari. Voci concitate rimbalzavano nell’aria fredda, mentre calava velocemente la sera:

“…è scoppiata una caldaia alla Banca Nazionale dell’Agricoltura di Piazza Fontana, dicono abbia fatto un gran danno…”

“…è stata una bomba, dicono che è stata una BOMBA!”

Su piazza Fontana la sera fu subito buia. Mentre le forze dell’ordine ricacciavano indietro la folla, nell’aria ammorbata dal sentore acre di fumo e dalla spessa coltre di polvere grigia si insinuava un odore dolce e nauseabondo.

Fu nuovamente il caso a far sì che Liliana ed Ernesto si ritrovassero intorno alle sette di sera alla Stazione delle Ferrovie Nord di Piazzale Cadorna, in attesa del treno delle 19,25 che fermava a Quarto Oggiaro. La ragazzina stringeva al petto la busta con gli acquisti fatti alla Rinascente, quasi volesse trarne un conforto o una rassicurazione; Ernesto era stato nel grande negozio Ricordi in Galleria. Aveva sotto il braccio l’immagine patinata dei Fab Four che attraversano le strisce pedonali di Abbey Road in fila indiana, ma l’intimo piacere per il possesso dell’ultimo lavoro dei Beatles (e sarebbe stato realmente l’ultimo, poi il gruppo sarebbe imploso e ognuno dei quattro avrebbe preso la sua strada) era completamente dimenticato, smarrito nell’incredulo terrore per lo spettacolo di morte e distruzione che si era impresso in maniera indelebile nella loro memoria, come d’altronde in quella di tutti i milanesi. Scorgendosi si riconobbero all’istante, come tanti anni prima e si rifugiarono in un abbraccio dolorosamente consapevole: un’altra stagione della loro vita si era conclusa, l’ultimo residuo di fanciullesca innocenza era perduto.

Terminate le medie Ernesto scelse l’Istituto Tecnico Feltrinelli che allora stava a Vialba in via Arsia, mentre Liliana approdò al Berchet, il liceo classico in via Della Commenda. Presero subito a frequentare gruppi di coetanei tra loro differenti e per varie ragioni distanti. Nella bellezza inconsapevolmente sensuale dell’adolescente dalla figura longilinea e sinuosa, Ernesto non ravvisava alcuna familiarità con l’amica magrolina dalle trecce stoppose.  Allo stesso modo, essa notava il fisico dell’amico farsi alto e robusto  e mentre il viso dai lineamenti regolari perdeva la delicatezza infantile e acquisiva una severa risolutezza, in parte temperata dal lungo ciuffo che continuava a cascare sulla fronte, la voce si arrochiva su toni da basso profondo. Fu allora che le differenti inclinazioni – lei curiosa e dotata di un’intelligenza vivace ma incostante e incline a una certa neghittosità, lui determinato e propendente alla puntigliosa analisi dei fatti – emersero e stridettero con l’intransigenza di un’età che non conosce mediazione. Apparentemente fu colpa di qualche stupido battibecco sulle rispettive nuove amicizie e su interessi e posizioni politiche che tendevano a divenire divergenti; comprendersi apparve complicato, come se si parlassero ponendosi reciprocamente dall’altra parte di un invisibile muro. Per un certo periodo i due si annusarono a distanza, alla stregua di due animali dello stesso branco che, una volta raggiunta l’età adulta, non riconoscono più il reciproco odore.

L’amicizia tra le due madri era nel frattempo divenuta sempre più salda e Liliana aveva da tempo compreso che “ragazza madre”, espressione riferita alla signora Lisetta che aveva colto  da alcune conversazioni dei genitori, non intendeva alludere solo al fatto che avesse partorito in giovane età.

In certe domeniche pomeriggio l’aveva osservata attraversare il cortile al braccio di qualche distinto signore, ben vestita e accuratamente pettinata, la figura voluttuosa graziosamente oscillante su tacchi alti e sottili. Questi accompagnatori si dileguavano regolarmente nel giro di poche settimane e dopo qualche domenica trascorsa a sbirciare ansiosa dal balcone, come se fosse in speranzosa attesa, la bella vicina tornava alla sua rassegnata solitudine.

Nel corso del quinquennio alle superiori i due talvolta si incrociarono e quasi mai nei paraggi di casa, come capita in maniera puntuale eppure sorprendente in una grande città. Osservando il giovane maschio che era stato il compagno di tanti anni Liliana aveva l’impressione che quel tempo  fosse infinitamente remoto e ciò le provocava un moto di struggente dispiacere. Le sembrava allora di cogliere nel sorriso sempre un poco schivo e nello sguardo improvvisamente carezzevole del ragazzo la medesima nostalgia della reciproca presenza, ma non avrebbe saputo dire se fosse in realtà solo una sua fantasia.

Frequentavano l’ultimo anno quando si incontrarono un sabato sera all’Old Fashion, la  sala da ballo accanto alla Triennale in viale Alemagna. Liliana vi si era recata con alcune amiche, Ernesto stava lì da solo. Quando si accorse che un ragazzo particolarmente insistente la stava infastidendo, le fu subito accanto a cingerle le spalle con un braccio. Essa si accorse che la superava in altezza di un paio di spanne e che la sua mano era calda e ferma. Respirò il suo odore e percepì il calore del corpo attraverso la stoffa leggera della giacca: allora si sentì al sicuro, e confusamente felice.

Ripresero a trascorrere del tempo insieme. Sebbene studiassero materie differenti, sovente Liliana si trasferiva a casa di Ernesto portando con sé i libri che le occorrevano. Si accomodavano in tinello e rimanevano in silenzio per delle ore intere, mentre la signora Lisetta si chiudeva nella camera del figlio a lavorare sulla vecchia Singer cercando di fare meno rumore possibile. A volte la ragazza sollevava lo sguardo sull’amico il quale sedeva dall’altra parte del tavolo rotondo, il capo chino sul libro  e l’espressione concentrata, il morbido ciuffo castano che spioveva davanti agli occhi: allora provava qualcosa di molto simile alla tenerezza per le spalle ampie e per quelle mani forti compostamente appoggiate l’una sull’altra sul bordo del tavolo e doveva trattenere l’istintivo gesto di amorevole premura di scostargli i capelli dalla fronte. Allo stesso modo di tanto in tanto Ernesto sbirciava il visetto appuntito dell’amica, il naso corto e dritto, le ciglia lunghe scurite dal rimmel che gettavano un’ombra frastagliata sulle guance lisce, e i seni tondi poggiati sul dorso delle mani in un’involontaria esibizione della loro opulenza gli davano una leggera vertigine, distraendolo definitivamente dallo studio.

Vi fu un periodo in cui le due madri accarezzarono l’idea di una relazione tra i due, i quali invece preferirono  non interrogarsi sulla natura dei loro sentimenti, assegnandosi vicendevolmente il ruolo di amico e confidente. Curiosamente, erano sempre perfidamente critici verso i soggetti delle rispettive infatuazioni e da tali osservazioni sotterraneamente condizionati, sebbene avrebbero convintamente giurato il contrario.

Superarono gli esami di maturità con ottime votazioni e Liliana si iscrisse senza molta convinzione  alla facoltà di Lettere alla Statale. In casa Marenzi le cose andavano piuttosto bene: il papà era stato nominato direttore della tipografia e la mamma, che lavorava sempre in via Dante, era diventata segretaria dell’amministratore delegato. Avevano deciso di continuare a vivere in quella periferia inospitale per poterne fuggire ogni fine settimana e rifugiarsi in un alloggetto a Sanremo, nell’acquisto del quale avevano investito tutti i loro risparmi. Sognavano la laurea per la figlia, il pezzo di carta che le avrebbe assicurato un futuro differente, via da lì – meglio non da sola – mentre già si immaginavano ingrigiti e piegati da qualche sopportabile acciacco a passeggiare dandosi il braccio sul lungomare, godendosi il meritato riposo.

Ernesto si iscrisse a Ingegneria elettronica al Politecnico, ma dovette cercarsi un lavoro a mezza giornata per contribuire al bilancio familiare tutt’altro che florido: lo trovò in un negozio in via Varesina che vendeva dischi e riparava giradischi, radio e apparecchi stereo. Anche Liliana volle  cercare un lavoro che le impegnasse mezza giornata e fu assunta in un grande studio legale in Corso Venezia; nelle mattine in cui si recava alla Statale seguitò a recarsi insieme alla madre nella squallida stazione delle Ferrovie Nord in via Amoretti all’arrembaggio del treno delle 7,40 per piazzale Cadorna, stretta nella calca di umanità il cui insonnolito risentimento verso una sorte ottusa e ottundente appestava l’aria, mescolandosi al puzzo inacidito del fumo di troppe sigarette. Quando il diploma di laurea venne appeso al muro nella sua graziosa cornice dorata accettò l’offerta di lavorare a tempo pieno nello studio legale: allora tutti compresero che quel pezzo di carta aveva probabilmente esaurito la sua funzione ma nessuno disse nulla, avendo implicitamente accettato da tempo che sovente lo svolgersi degli eventi sospinge in una traiettoria differente da quella che si pensava di avere saldamente tracciato.

Terminata l’università Ernesto lasciò il negozio di dischi per accettare un buon posto alla Siemens, azienda alla quale arrivò grazie all’interessamento di un parente della madre con una posizione di rilievo nella sezione milanese del PSI. Era l’inizio degli anni ’80 e Milano usciva dal grigiore del decennio precedente con una voglia del tutto nuova di divertirsi e di apparire: certe notti sembravano luccicanti di lustrini, ma a ben guardare era solo la luce dei lampioni che si rifletteva sul selciato unto di umidità.

In un radioso lunedì mattina di settembre dell’84, una mezz’ora dopo che la figlia si era già diretta verso la stazione per raggiungere l’ufficio, il signor Livio salutò la moglie la quale, essendo ormai in pensione, seduta al tavolo del tinello sorbiva la seconda tazzina di caffè sfogliando una rivista. Uscì fischiettando di casa per affrontare l’ultima settimana di lavoro: la meta era ormai vicina, a breve si sarebbero trasferiti a Sanremo. Liliana aveva un buon impiego; per quanto si crucciassero per la sua vita sentimentale, assai più instabile di quanto avrebbero voluto, non potevano farci nulla. Erano comunque confortati dal pensiero della vicinanza della signora Lisetta e del figlio, e pazienza se tra i due non era scoccata la scintilla: si vede che non era destino, o forse non era ancora giunto il momento, chissà.

La telefonata giunse alle tre del pomeriggio e quando la signora Franca si catapultò fuori dal tassì sul quale era salita senza nemmeno prendere il borsellino (e meno male che c’era con lei la signora Lisetta), i medici della Rianimazione dell’Ospedale di Niguarda le comunicarono con prudente delicatezza che suo marito non era sopravvissuto all’infarto dal quale era stato colpito. Fu solo dopo qualche giorno di confusione tra funerale, parenti e carte da sistemare che la signora Franca, trovandosi sola nel silenzio immobile della casa vuota, si imbatté nell’assenza del marito e ne assimilò l’irrevocabilità. Le tornarono alla mente e sulla pelle le sensazioni di schifato avvilimento del primo giorno tra quelle mura. Si sedette come allora sul balcone, posò il capo sulle ginocchia e lasciò che il dispiacere le colasse addosso, al pari dell’acqua fredda che talvolta cade dal cielo il primo giorno d’inverno. Dopo un poco si rialzò, animata dalla caparbia risoluzione a portare a compimento il programma che avevano deciso insieme tanti anni prima.

La domenica mattina di un mese dopo Ernesto e Liliana, affacciati ai balconi adiacenti, osservarono con una certa perplessità le rispettive madri le quali, dopo aver caricato l’auto del signor Livio con un numero imprecisato di borse, valigie e sporte, agitavano il braccio in segno di saluto in direzione dei figli. Si ritrovarono dunque soli in un momento in cui Liliana aveva appena interrotto una relazione insoddisfacente, mentre Ernesto non aveva da tempo una ragazza fissa. Si instaurò tra di loro un sottile imbarazzo, come se improvvisamente si sentissero pressati dalla necessità  di definire l’affetto che li legava, ma la questione non fu affrontata poiché Ernesto accettò un lavoro che lo avrebbe trattenuto all’estero per lunghi periodi. Liliana si ritrovò ad aggirarsi per l’appartamento svuotato di tutti gli affetti che avevano reso quelle stanze “casa”, mentre dall’altra parte del muro all’improvviso fu solo silenzio.

Ernesto telefonava con rassicurante regolarità, sempre di sera tardi. Liliana amava ascoltarne la voce fonda e pacata sdraiata sul letto della camera confinante con l’alloggio dell’amico: tessendo una tela di complice intimità le pareva di ristabilire l’antico legame e di scacciare la sensazione di perdita che la immalinconiva ogni sera, quando rientrava nell’appartamento troppo quieto. In quelle lunghe telefonate egli raccontava di luoghi talvolta assai lontani, delle persone che incontrava e di usi e costumi sovente diversi da quelli a loro familiari.

Nei brevi periodi in cui rientrava a Milano facevano sovente visita alle madri, le quali a Sanremo vivevano racchiuse in una bolla di affetto, di solidarietà  e di serena accettazione del presente che sembrava lenire i rispettivi dispiaceri, e passavano del tempo insieme.  Giunto il momento di lasciarsi, vi era sempre da parte di entrambi un’esitazione che racchiudeva parole sospese e velocemente rattrappite fino a non poter essere pronunciate, domande tanto timorose delle risposte da ritrarsi vergognose in qualche segreto recesso dell’animo.

Quella sera molti berlinesi ascoltavano la conferenza stampa nel corso della quale il Ministro della propaganda della DDR avrebbe illustrato il nuovo regolamento per la circolazione dei cittadini verso Ovest. I tempi erano ormai maturi ma fu un errore di comunicazione del Ministro il quale, incalzato dal corrispondente dell’ANSA, annunciò che il provvedimento era immediatamente efficace a dare il via alla distruzione fisica del Muro che per 28 anni aveva diviso in due la città. Era il 9 novembre 1989.

 Ernesto rientrò a Milano da Berlino una decina di giorni dopo e raccontò quei giorni di festosa confusione con toni commossi:

“Tu non hai idea del rumore che fa un muro come quello quando cade. Non hai idea del sollievo, dell’energia e della speranza di quella gente. Nessun soldato avrebbe mai potuto fermare quella massa guidata dalla medesima potente volontà, e forse non lo voleva nemmeno”.

Le ore defluirono assai velocemente quella sera e la consueta titubanza al momento del commiato durò un poco più a lungo, le mani furono più lente nel lasciarsi andare.

Ci conosciamo così bene, successi e sconfitte, qualità e limiti, tutto quanto. Abbiamo una storia comune, è forse tutto questo che ci divide. Ci faremo appena compagnia da una certa distanza, ci guarderemo invecchiare ascoltando le nostre  solitudini dall’altra parte del muro. 

Un rumore si fece strada nelle menti agitate da quell’identico pensiero. Fu uno scricchiolio dapprima lieve, poi via via allegramente fragoroso, fu come un’onda d’urto che li sospinse finalmente dentro un abbraccio che sapeva di resa e di coraggio e che riscopriva un patto antico, suggellato tanti anni prima e mai realmente infranto. Allora ricordarono quella vecchia canzone e quei ragazzi che si baciavano sotto il Muro, nonostante il Muro, eroi per un giorno, eroi per sempre.

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Sonia Fantozzi

Spirito irrequieto alla costante ricerca dei perché e dei percome. Ha lasciato Milano,ma in cima a una collina ha scoperto che sarà milanese per sempre.

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