Dalle memorie di Sir William Reginald Davies: assassini

Ho incrociato vari assassini. Ci sono assassini accecati dalla rabbia, gente anche per bene, che per un attimo si disconnette dal proprio essere e diventa altro. Ferocia, anche pazzesca, ma a tempo determinato. Solitamente si accaniscono sulle vittime fino al punto in cui rientrano in sé: son macellai senza arte né parte, alcuni evidentemente disturbati e materia per strizzacervelli. Non si curano di sfuggire alle conseguenze del proprio atto e se ci provano lasciano una marea di tracce alle loro spalle e raramente restano impuniti. Si sporcano di sangue, lasciano impronte digitali, si fanno graffiare dalle vittime, tengono in tasca il cellulare acceso, seminano capelli, si feriscono durante la collutazione e chi più ne ha più ne metta. Una buona metà si costituisce volontariamente, l’altra metà fa della fuga un rituale per lasciare alle spalle se stessi più che i gendarmi.

Abbiamo assassini per calcolo, quelli della polizza assicurativa a loro intestata dal morto, quelli che volevano prendere il posto del loro capo e quelli che avevano in mente un affare o volevano liberarsi di un coniuge per farsi un’altra vita, i rapinatori e alcuni omicidi seriali che fanno dell’uccidere un’operazione estetica per psicopatici. Ci hanno pensato, hanno visto e rivisto nella loro testa la scena, pensato ai tempi, delineato percorsi e costruito alibi, pedinato le vittime, letto libri. In generale hanno rimuginato troppo e le previsioni si rivelano spesso fallaci. Appare l’imprevisto, si materializza l’ignoto, una vittima esperta di arti marziali, una vicina affacciata alla finestra nel palazzo di fronte, una foratura in autostrada, una telecamera di sorveglianza, un cane che abbaia insistentemente, la polizia che passava casualmente da quelle parti. Non si costituiscono mai, se non quando capiscono di non aver altre vie d’uscita. Li frega la mente, il delirio di controllo, l’idea di essere più forti ed aver pensato a tutto maniacalmente. Una catena di principi di causa ed effetto mai reale e mai opportuna per muoversi nella realtà. E qui anche i non assassini hanno molto da imparare….

Abbiamo assassini che lavorano per associazioni di assassini. Manovali, gente che timbra il cartellino, spara al tale in faccia e va al bar a bersi una birra. Non sentono e non sono abbastanza intelligenti per ricoprire altri ruoli nelle organizzazioni per cui lavorano. Hanno storie complesse, spesso qualche dipendenza da sostanze psicotrope alle spalle o in corso. Riescono bene nell’impiego per l’approccio animale alle vittime. Non si perdono in fronzoli, certo c’è da pensare il da farsi: organizzazione, alibi, eventuali spostamenti, armi, occasione per compiere l’omicidio, definizione delle abitudini del morto. Il succo resta però ammazzarlo e sparire mescolandosi al resto, confondendosi con il paesaggio criminale per cui si lavora. “Un omicidio maturato negli ambienti della criminalità organizzata” dicono i telegiornali e tutti sono tranquilli: fatto assolutamente inspiegabile, ma che aiuta spesso gli assassini manovali a farla franca. Finiscono puntualmente ammazzati per mano di un collega, magari proprio mentre bevevano una birra al bar.

Infine ci sono i più pericolosi. Uccidono senza uccidere, uccidono senza guardare mai le vittime negli occhi e senza toccarne mai il cadavere, senza essere mandanti diretti e senza poter esser perseguiti dalla legge, perché spesso sono la legge. Sono uomini di potere e le loro decisioni sono all’origine di centinaia se non migliaia (nella storia anche milioni) di morti. I loro sono atti e decisioni anche condivise e pubbliche, spesso oggetto di plauso del popolo, anzi sono provvedimenti presi per costruire consenso e ottenere altro potere. Negli ingranaggi di queste decisioni finiscono uomini, donne e bambini che il destino ha incluso in una categoria di umani che il potente intende colpire. Tra loro vittime e carnefice non si conoscono e non si devono conoscere. L’assassino cala la ghigliottina, il provvedimento viene adottato, la decisione presa ed intere famiglie sono annientate, esseri umani rinchiusi in lager, torturati, stuprati ed uccisi, scomparsi, gasati, smembrati e annegati. I responsabili sono impuniti finché il potere è nelle loro mani e la fanno quasi sempre franca. L’unica condanna in cui incappano è aver sull’anima il peso dei cadaveri di uomini, donne e bambini, aver la camicia sporca anche quando è candida, puzzare di marcio anche quando profumano di fresco, aver scarpe piene di fango anche quando luccicano. Sono soli anche in mezzo ad una folla che li acclama. Questi assassini restano avvelenati dall’orrore di aver ucciso e arrivano, passo dopo passo, ad esser morti nello spirito prima ancora di esser morti nella carne. Come condanna è la peggiore.

 

La morte è la curva della strada

 

La morte è la curva della strada,
morire è solo non essere visto.
Se ascolto, sento i tuoi passi
esistere come io esisto.
La terra è fatta di cielo.
Non ha nido la menzogna.
Mai nessuno s’è smarrito.
Tutto è verità e passaggio.

Fernando Pessoa

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