Dalle memorie di Sir William Reginald Davies: cani da compagnia.

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I maggiori trionfi della propaganda sono stati compiuti non facendo qualcosa, ma astenendosi dal farlo. Importante è la verità, ma ancor più importante, da un punto di vista pratico, è il silenzio sulla verità.

Aldous Huxley

 

L’informazione era un osceno fluido rosa nell’Italia razzista del ventennio. C’erano voci autentiche, poche, e la televisione era ormai completamente infetta. Vomitava propaganda ventiquattro ore al giorno mentre orrendi burattinai manipolavano le coscienze come fossero scatole vuote da riempire di rifiuti e propaganda, propaganda e rifiuti. La carta stampata era ridotta ad un fango da cui emergevano poche voci indipendenti e dove una crisi asfissiante dell’editoria tagliava sempre più pagine, tagliava inviati, tagliava inchieste, tagliava teste. Arrivò in quei mesi sulle coste Adriatiche un vento gelido dalla Siberia che incontrando l’aria calda Africana sollevò un gran vento. Il cielo diventò insolitamente terso, la luce abbagliante, il sole riempiva il cielo con un’esplosione di luce. Cominciarono i primi arresti.

Portammo un membro di Amnesty International a toccar con mano lo sfacelo, soprattutto dell’informazione televisiva e l’agenzia non tardò a pubblicare un report che fece scalpore all’estero e nei canali indipendenti Italiani, ma fu totalmente ignorato dalla stampa di regime. L’Italia riusciva a collocarsi a malapena entro i primi 50 per libertà di stampa, ben lontana dagli altri paesi occidentali. Il giornalismo avrebbe dovuto essere “il Quarto potere”, come in ogni paese democratico, ma non svolgeva da decenni la funzione di cane da guardia, era piuttosto un cane da compagnia. Dal teleschermo usciva una melma imbarazzante di frasi propagandistiche ed interviste fasulle, applausi telecomandati e orrori assortiti gonfiati all’inverosimile per seminare paura ed odio. Un cittadino impaurito è una marionetta nelle mani di chi muove i fili. Arrivai a casa esausto, tutto quel che facevamo sembrava inutile, mi sdraiai sul divano in soggiorno e sognai di esser nuovamente bambino.

C’era chi attaccava il nostro lavoro in rete con dedizione e si arrivò addirittura ad additarci come una minaccia per la democrazia o al meglio come una congrega di poveri fessi. I fessi erano invece giornalisti anche in gamba, privi di un minimo senso critico verso colleghi capaci di teorizzare che: “In democrazia chi amministra lo stato vuole vincere le elezioni, e l’interesse pubblico coincide, di volta in volta, con l’interesse del partito al governo.”. Parole ovviamente insostenibili in uno stato democratico e contrarie alla Costituzione, ma che non suscitavano nessuna eco critica essendo funzionali a chi il potere lo deteneva. Mi accorsi di essere nuovamente pedinato, ma l’organizzazione di Donald mi aveva dato una copertura dopo quel che era accaduto a Mantova. Il mio angelo custode era un ex militare. Ebbe una rapida discussione con chi mi seguiva, talmente rapida che chi mi controllava non fece in tempo ad aprir bocca. Non parlai quasi mai con lui, aveva un’aria triste, il suo inglese era ottimo, aveva preso alloggio vicino a casa mia ed era molto discreto. La figlia di Benassi ebbe un incidente stradale, si fece male, ma ne uscì viva. Lui non era convinto si fosse trattato di un semplice incidente. Chiese a sua volta una copertura.

Mi prese un grande scoramento dopo l’estate. Sembrava non avesse senso la missione in cui eravamo impegnati. Quello che era successo all’informazione televisiva lentamente infettò anche la carta stampata. Chiusero un paio di testate dell’opposizione per gravi difficoltà economiche e mancanza di credito e alcuni Ministri ne gioirono. Non successe lo stesso alla stampa di regime, lì i soldi si trovavano sempre. Si sentivano sempre meno voci fuori dallo sguaiato coro di ampollosi cantori e vuoti cani da compagnia. Mi rassegnai all’idea che quel paese tanto amato fosse ormai perso. Camminavo in periferia a Rimini fra palazzine ordinate, perso in questa nuvola nera di pensieri, quando la incontrai o meglio lei mi vide. Ci sono salti nel tempo, così improvvisamente mi chiamò per nome:
“William!”.

 

 

Pensi di esserti appoggiato a caso,
invece  è il limite.

La scuola della logica è scomposta fino alle fibre di paglia:
ecco, fluttuano nell’acqua,
riderai da morire.

Il paesaggio lontano inesorabile ti cresce incontro,
entra di taglio.

Perdona, se non ti rispondo,

non sono rimaste parole. Solo alberi in me risuonano.

Alexandra Petrova

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