Dalle memorie di Sir William Reginald Davies: corpi.

Ho guardato i corpi. Corpi urlare con gli occhi sbarrati e i volti protesi in avanti. Le braccia alzate, le gambe tese e le scarpe piegarsi sotto i movimenti rapidi dei piedi facendo leva sull’asfalto. I capelli animarsi come di corrente elettrica. Corpi farsi gente e gente farsi fiume. Acque contrapposte incontrarsi, scontrarsi, spingersi, urtarsi e ginocchia piegarsi, caviglie cedere, gomiti sbattere a terra. Occhi chiudersi e sangue uscire da una bocca.

Ho guardato i corpi. Corpi strizzati e affastellati sul tram e nella metropolitana scorrere come particelle in un acceleratore e scontrarsi con altri corpi alla stazione successiva. Borse, valigie, zaini e glutei su seggiolini di plastica, labbra socchiuse e orecchie tappate da cuffiette ed occhi velati dalla musica che scorre nel cervello. Occhi velati di studenti sui banchi di scuola, affogati nella noia di concetti e racconti lontani 2000 anni luce e fissato le loro mani trafficare in astucci alla ricerca di lenimento, scavando tra gomme, temperini ed evidenziatori.

Ho guardato i corpi. Pesanti e leggeri saltare ed avvitarsi, dire e declamare in teatro storie, sussurrare al cinema, scoprire schiena e spalle, ho occhieggiato corpi sprofondare nella sabbia ed entrare nell’acqua del mare per poi sparire lontano. Ho incrociato volti rigidi e pallidi velati dalla morte e vuoti di espressione e sorriso, corpi freddi e altri ancora piccoli e spalancati alla luce, come a qualcosa di ancora incomprensibile e meraviglioso. Iridi nere, azzurre, verdi, marroni. Braccia di acrobate al circo e cosce di donne anziane, seni tesi e rotondi e stanchi e cadenti, gravidanze, nei e voglie sulla pelle e risate a crepapelle.

Ho guardato i corpi. I cani del desiderio, i liquidi, le zone umide, la lingua e la bocca scorrere, i sapori e gli odori, le curve da percorrere con le dite irrequiete e le tensioni che poi si fondono e si sfondano in abbracci stretti e molli e ritmi che sembra danza e voci che circolano e sangue che si agita dentro, guance arrossate. Tremori e pulsazioni della carne, respiri che si fanno sentire.

 

 

Ti voglio far provare il bel piacere.
Pur mal mio grado? Lasciami tranquilla!
Da troppe sere e troppe primavere…
Dei superni desiri ecco la squilla.

La luna scorre su acque nere e brilla…
Oh, tu vai alto per volermi avere!
Ed io ti prenderò come un’anguilla.
Dentro da me per vie d’acqua o vie aeree…

E perché più e più in te s’interni…
Entrerai mai e mai, primavere o inverni.
Dall’alto scenderò con giri alterni…

Pensatore di donne, mio amatore…
Fin ch’io ti prenda, fin che l’incaverni…
Ad averti c’è poco per il cuore.

Patrizia Valduga

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