Dalle memorie di Sir William Reginald Davies: loop.

Il tempo degli uomini è eternità ripiegata.

Jean Cocteau

 

In quel periodo avevo un cane, un cane bianco e nero e lo portavo ogni giorno in campagna a fare passeggiare, correre dietro alle lepri ed a volte anche ai caprioli. A fine inverno presi l’abitudine di uscire prima del crepuscolo, aspettare il tramonto attraversando i campi e fare fotografie. Gli alberi erano neri ed il cielo prendeva i colori dall’azzurro al rosso intenso, passando per il giallo. Mi rilassava. Mentre scattavo il cane si fermava a guardarmi come se mi stessi comportando da squilibrato facendogli perdere tempo. Fin qui era tutto divertente e poetico.

Una volta sbagliai i miei conti e ci trovammo in campagna quando stavano già calando le tenebre. Saltammo il fosso come al solito e ci incamminando verso la lieve collina verso la sbarra metallica. Il cane si fermò un paio di volte voltandosi indietro con le orecchie dritte. Mi stava dicendo:

“Sei convinto di andare avanti?”

Me lo chiese un paio di volte, ma io proseguii dritto per la mia strada abituale e a quel punto prese a seguirmi senza più esitazioni. Camminammo fino alla carraia che tagliava in due un campo coltivato a cereali.

Tutto funzionava come sempre, non ci furono imprevisti, a parte il buio che si stava prendendo pian piano ogni cosa. Il cane era bianco per lo più e lo distinguevo bene anche con pochissima luce. Dopo un po’ iniziai a domandarmi dove fosse l’incrocio con un’altro sentiero che sanciva la fine della carraia su cui stavamo camminando. Avremmo dovuto incontrarlo da un po’ a dire il vero e lo intravedevo anche davanti a me, ma malgrado avessi accelerato il passo la distanza non si colmava mai. Il cane pareva annussare tranquillo, corricchiando e fermandosi ad aspettarmi. Guardai meglio e anche nel cane qualcosa non andava.

Corricchiava e si fermava sempre nello stesso modo, come in una di quelle animazioni infinite che giravano in rete e sui social: le gif animate. Sembrava che l’immagine stesse avanzando, mentre in realtà si ripeteva in un loop. Camminavamo ma eravamo fermi,ci illudevamo di avanzare, come criceti su una ruota. Mi fermai con i brividi lungo la schiena e la carraia su cui camminavamo apparentemente infinita. Forse per il nervosismo iniziai a tossire compulsivamente. Alzai lo sguardo in preda allo sconcerto e a quel punto vidi il cane scodinzolante: era arrivato al termine del sentiero. Avevamo attraversato il campo e probabilmente un frammento di tempo ripiegato su se stesso.

Terrorizzato accelerai verso la strada e misi il guinzaglio alla bestia scodinzolante. Tutto sembrava normale, niente era normale.

 

La maggior parte delle persone crede che il tempo trascorra; in realtà esso sta sempre là dov’è. Questa idea del trascorrere può essere chiamata tempo, ma è un’idea inesatta; infatti, dato che lo si può vedere solo come un trascorrere, non si può comprendere che esso sta proprio dov’è.

Eihei Dōgen

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