Dalle memorie di Sir William Reginald Davies: Rimini.

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Le occasioni della vita sono infinite e le loro armonie si schiudono ogni tanto a dar sollievo a questo nostro pauroso vagare per sentieri che non conosciamo.

Pier Vittorio Tondelli

 

Cambiai città e anche documenti. I miei documenti autentici erano un lusso che non potevo più permettermi dopo quel che era successo a Mantova. Ora vivevo a Rimini ed ogni fine settimana incontravo l’ingegner Benassi. Le giornate di fine inverno trascorrevano lente. La mia nuova carta di identità fasulla mi faceva Italiano e la mia attuale barba nera scura era d’aiuto. La lingua la parlavo molto bene da anni. Provai un senso di straniamento davanti allo specchio in bagno.
Rimini la conoscevo bene, diversamente da Mantova e avevo trascorso una primavera qui, pensando seriamente di viverci per sempre, ma poi era successo altro. Allora ero in compagnia di Anna, una ragazza di qui ed erano stati mesi molto belli. Ora ero solo e la città sembrava chiudersi al mio sguardo, in una sorta di rifiuto. Una notte sognai il centro storico ed i palazzi erano tutti dipinti di bianco e vuoti. Piazza Cavour si era trasformata in una stanza completamente candida.

Andai al Tempio Malatestiano a vedermi gli affreschi con i levrieri di Piero della Francesca, ma la nostalgia si fece insopportabile. Il lavoro era focalizzato sulla raccolta dati, la creazione di microreti di oppositori. Il regime aveva spinto l’Italia nel baratro economico, nell’ingerenza religiosa più retriva su diritti civili e costumi sociali ed in uno scadimento delle libertà essenziali. La Rimini di quegli anni soffriva il peso di questa cappa ed i Romagnoli, pur sempre espansivi, pronti alla battuta ed alla risata sembravano indossare un invisibile velo di tristezza. Io stesso nel ritrovare l’Italia in quest’atmosfera plumbea mi ero chiuso. Il periodo di Rimini fu un periodo malinconico, pensavo troppo a quanto ero stato felice anni e anni prima proprio in quelle strade.

Guardavo la città con gli occhi del passato e sentivo vicino lo sguardo di Anna a cui ero stato molto legato, il suo profumo e l’evidenza del suo non esserci lasciava un vuoto incolmabile. Mi chiusi nel lavoro al computer, anche di notte. L’analisi dei dati, dei flussi sui social, della tipologia di utenti, delle microreti di opposizione, le iniziative….. Persi il sonno. Donald chiedeva di tanto in tanto per giudicare se i tempi fossero maturi per passare ad uno step successivo, ad un gioco più complesso. In rete si perdeva un sacco di tempo, le discussioni erano snervanti, le relazioni fragili, gli infiltrati sempre troppi. Pensai seriamente di uscire dal gioco per tornare a sentirmi libero, per uscire da quella gabbia.

C’era poi questa sensazione di paura, di essere seguito, spiato e magari nuovamente menato. L’Italia non era un paese tranquillo allora e presi l’abitudine di girare armato, altra cosa che mi metteva a disagio. Era come avere un ratto pronto a mordere in tasca: le pistole erano disgustose. Con questi sapori nel cervello mi presi una pausa per non sbroccare.

Andai al mare a piedi. La giornata era fresca, ma limpida e con un bel sole. La spiaggia vuota era già una cosa bella. Ritrovai la calma. Ero solo, nessuno alle calcagna e nessuno di fianco. Mi tolsi le scarpe e le calze. Era bello sentire la sabbia fresca sotto ai piedi.

 

 

Io guardo spesso il cielo. Lo guardo di mattino nelle
ore di luce e tutto il cielo s’attacca agli occhi e viene a
bere, e io a lui mi attacco, come un vegetale
che si mangia la luce.

Mariangela Gualtieri

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