Dalle memorie di Sir William Reginald Davies: serpenti.

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I mesi prima delle elezioni furono saturati da una pesante propaganda. Essendoci ancora una democrazia, sia pur molto pesantemente acciaccata, parevano discorsi politici, ma era sporca  e classica propaganda. Scostai le tende della finestra, era ancora lì.

Pensai che soldi non me ne mancavano, alcuni investimenti stavano andando bene e non c’era bisogno che facessi altro. Lasciai perdere le traduzioni, tagliai all’essenziale le comunicazioni con Donald, uscii dall’apatia dell’ultimo mese e ritrovai una forza ed una determinazione che sapevo essere inquilini del sottoscritto. Il paese in una certa prospettiva era spacciato, ragion per cui iniziai a contattare giornalisti esteri e vecchie conoscenze a Parigi, New York e Madrid. Iniziarono ad uscire articoli e dichiarazioni sulla situazione di questo sfortunato paese e si misero lentamente in moto ingranaggi.

All’estero si parlava principalmente di finanze e bancarotta, ma anche di diritti umani. Mi sentivo animato da una nuova spinta e dalla convinzione sempre più radicata che la propaganda alla fin fine sarebbe stata un nostro alleato in questa partita. La fanciulla ha infatti sempre due facce. La prima risplendente e abbagliante di promesse, di sicurezze artefatte, di immagini consolanti e di identificazioni semplici, ma la seconda faccia è velenosa, infida e tradisce sempre chi ha fatto della propaganda il suo cavallo di battaglia. Per accalappiare consenso si propongono infatti interventi scellerati che hanno conseguenze serie e controproducenti per chi li adotta. Per farla breve la matematica non è un’opinione così le finanze iniziarono a sgretolarsi come terra sotto al sole d’agosto e per ora si riusciva ancora ad imbonire “il popolo” con panzane varie ed eventuali ed arringhe televisive, ma a breve e puntualmente sarebbe arrivato il conto dell’oste. Ripresi a vedere Francesca, senza la malinconia del primo incontro, senza quella distanza e quel senso di impossibilità. Mi piaceva ancora, mi piaceva molto. Non le chiesi nulla della sua vita attuale, non mi disse nulla. Ci vedevamo a colazione. Sorrideva.

C’erano segnali evidenti che il sistema di potere stava degenerando in un corto circuito. Odio, razzismo, rabbia e paura erano serpenti apparentemente ligi all’ammaestratore, ma in realtà infidi di natura e pronti a divorare chi li aveva generati senza far tanti complimenti. Solo uomini di potere poco accorti maneggiano rettili di questo tipo e regolarmente la bestia si ritorce contro il padrone. Era il tempo dell’attesa paziente, dello scavo, del silenzio, del lasciar correre verso il precipizio chi si beava del male. Sentii crescermi dentro un’energia che mi aveva abbandonato da tempo.

Scesi in strada e mi incamminai verso il lungomare. Avevo già notato quell’auto grigia sotto casa. Intravidi le due persone: una aveva la barba, l’altro non riuscii a vederlo. Accelerai il passo svoltando improvvisamente per una stretta via chiusa al traffico veicolari da pesanti dissuasori del traffico. Entrai in un negozio di abbigliamento e li vidi passare a piedi con passo spedito. Tornai sulla strada principale e fotografai la targa dell’auto. Come prevedibile si iniziava a ballare.

Addosso al viso mi cadono le notti
e anche i giorni mi cadono sul viso.
Io li vedo come si accavallano
formando geografie disordinate:
il loro peso non è sempre uguale,
a volte cadono dall’alto e fanno buche,
altre volte si appoggiano soltanto
lasciando un ricordo un po’ in penombra.
Geometra perito io li misuro
li conto e li divido
in anni e stagioni, in mesi e settimane.
Ma veramente aspetto
in segretezza di distrarmi
nella confusione perdere i calcoli,
uscire di prigione
ricevere la grazia di una nuova faccia.

Patrizia Cavalli

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