Se Darwin scrivesse “l’origine del Lavoro”

Ehi! Eravate fra quelli che a scuola studiavano sulle sudate carte, oppure scaldavano la sedia?
Lo dico per voi, eh, perchè se passavate il giorno a baloccarvi con la fantasia di stare altrove, i modelli economici di crescita prevedono per voi una grossa crisi. Non mi credete? Seguitemi.
Il modello neoclassico standard di Solow prevedeva per tutti una gioiosa crescita dei salari reali e della quota di reddito nazionale di spettanza dei lavoratori (la c.d. Labor share).
Tuttavia questa predizione, così precisa nei primi 20-25 anni di vita del modello solowiano, fu presa a sberle nei successivi 30: i salari reali non stavano più al passo della produttività marginale del lavoro, e la labor share declinava a favore della crescita della capital share, la remunerazione del capitale cioè il rendimento per capitalisti e imprenditori.

Evolution

Il trend per i paesi G20 è confermato nel 2015 dall’International Labor Organization, mentre è più disomogeneo per i paesi in via di sviluppo.
Di istinto associamo una labor share declinante alle crescenti disuguaglianze nella distribuzione del reddito

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Fra i paesi avanzati G20, a me qua interessa concentrarmi sulla dinamica della labor share in Europa, grazie a un accurato studio della Commissione Europea del 2007 (EuCo).
Vengono considerati 3 fattori esplicativi:
1. il progresso tecnologico (perchè ha diretta influenza sulla componente “rapporto capitale/lavoro”)
2. L’assetto istituzionale e le politiche del mercato del lavoro (che influenza i salari reali)
3. La globalizzazione (influenza i salari e i prezzi di beni e servizi)
Vediamoli ciascuno in dettaglio:

IL PROGRESSO TECNOLOGICO
I ricercatori si sono concentrati su un limite dei modelli visti finora: i più occhiuti fra voi se ne saranno accorti che Mankiw e Co.hanno considerato i lavoratori come un insieme complessivamente omogeneo cioè tutti uguali, tutti ugualmente capaci e produttivi e tutti che producono la stessa cosa. Ovviamente una situazione irreale.
Con tutto il rispetto per le categorie citate, ma mettereste sullo stesso livello un moderno programmatore di Apple, un docente di scuola inferiore, un operaio tornitore e un bracciante agricolo?
L’esperienza dimostra che ci sono impieghi sufficientemente o altamente specializzati tali che senza fattore umano la macchina (o il processo produttivo)  in sè è (parzialmente) inefficace, sono quindi fattori lavoro c.d. Complementari al capitale e soprattutto alla innovazione tecnologica: sono lavori poco sostituibili dalla “macchina”.
Invece dall’altra parte esistono lavori poco o nulla specializzati per cui è alta la sostituibilità con il capitale (l’impianto automatizzato, la rete internet e l’informatizzazione in generale, il robot, ecc.).

Avete intuito perchè vi rimbrotto sui vostri passati scolastici?
Il lavoratore specializzato o con competenze/conoscenze “alte” sarà più difficilmente sostituito dalla “macchina” e in caso di recessione, la pagherà al limite con una riduzione del salario reale (effetto prezzo); invece il lavoratore poco o nulla specializzato non solo è sacrificabile, ma pagherà la crisi con la disoccupazione (effetto quantità).
Questi due effetti hanno diverse (e controintuitive) conseguenze sulle rispettive labor share: eventi che producono un aumento salariale possono, sorprendentemente, far diminuire la labor share qualora il lavoro sia altamente sostituibile, e viceversa.
Inoltre, se aumenta il rapporto capitale/lavoratori(effettivi), allora la labor share diminuisce in caso di lavoratori sostituibili (vds nota 1).

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I ricercatori perciò ci narrano questa storia: nel periodo 1960-1980 si avrebbe avuto uno sviluppo tecnologico del tipo labor augmenting associato un mercato del lavoro che domandava anche lavoratori non necessariamente specializzati.

Invece, nel periodo 1981-2006 il progresso fu capital augmenting (aumenta cioè l’intensità nell’uso di capitali e in specie di attrezzature, macchinari e processi innovativi e tecnologicamente avanzati), in risposta sia allo shock petrolifero sia all’inerzia dei salari ad aggiustarsi per reazione della crisi.
Questo recente progresso si associa a una domanda di lavoratori istruiti, specializzati e soprattutto “svegli”, che si aggiornino di continuo (analogamente si veda Arpaia(2009), pagg 14 e 28-29).
E se il problema non vi fosse ancora chiaro nella sua potenziale gravità, ricordate che il progresso tecnologico e tecnico sembra essere un processo spontaneo delle economie.
Per questo considero assolutamente condivisibili le politiche economiche e supply side che stimolino scolarizzazione, borse di studio, internet, formazione continua, training on job, politiche attive del lavoro, ridefinizione degli obiettivi e dell’organizzazione delle scuole, in funzione e in collaborazione con il mondo imprenditoriale. Quest’ultimo punto è il pensiero al cuore di questo articolo su VoxEu.
Il risultato teorico che attribuisce grande rilievo al progresso tecnico nello spiegare le inuguaglianze viste, è confermato dalle stime econometriche.

ISTITUZIONI E POLITICHE DEL MERCATO DEL LAVORO
Il secondo fattore per spiegare la dinamica della labor share riguarda la struttura dei mercati del lavoro e l’eventuale presenza di determinate politiche per l’occupazione e la disoccupazione che (almeno teoricamente) influenzano salari e labor share. Da un punto di vista teorico ci si attende che:
a) che se la sindacalizzazione aumentasse, allora aumenti il potere contrattuale dei lavoratori, i loro salari e quindi la labor share;
b) che la presenza di benefit per la disoccupazione, sopperendo all’assenza di stipendio, mantengano la labor share costante, e in caso aumentassero la spingano verso l’alto;
c) che l’aumento del cuneo fiscale, aumentando il costo del lavoro, sfavorisca l’ulteriore occupazione, e diminuisca la labor share;
d) che politiche attive del mercato del lavoro (ALMP: training on job, servizi per il pubblico impiego, sussidi di disoccupazione) favoriscano teoricamente l’aumento della labor share dei lavoratori non/poco specializzati. Analogamente, politiche di protezione dell’occupazione (EPL: normative sulla licenziabilità, ma anche sull’accesso al mercato del lavoro di lavoratori, anche stranieri, con rivendicazioni salariali inferiori) favorirebbero la labor share dei lavoratori non/poco specializzati;
e) che il salario minimo garantito non abbia influenza sulla labor share.

Invece i risultati econometrici sono complessi, non sempre univoci e lasciano basiti: tutti i punti fuorchè il primo sono disattesi oppure i risultati stimati sono non significativi statisticamente. Anche le mie tanto care politiche attive del lavoro sembrano essere in realtà chiaviche.
A onor del vero ci sono alcuni punti che mi lasciano perplesso nello studio citato: è assente ogni analisi sulla crescente parte di lavori flessibili e precari (part time e temporanei compresi), che obiettivamente aiuterebbero a capire il declino nella labor share. Identicamente credo che la crescente desindacalizzazione in corso porti come altra conseguenza il ridursi delle pressioni dei sindacati sui legislatori per imporre tassazioni più progressive e migliori politiche redistributive.
Nulla inoltre viene detto sul fatto che benefits “a pioggia” per la disoccupazione possano avere un adverse effect, favorendo il permanere nella inoccupazione, o peggio favorendo il lavoro in nero.

LA GLOBALIZZAZIONE
Fra le tante cause, non poteva mancare quella che da la colpa al cinese.
Si è calcolato che l’ingresso dei BRICS nel commercio mondiale abbia quadruplicato la forza lavoro disponibile, e ciò abbia messo una pressione verso il basso ai salari e alla labor share mondiale.
Tuttavia va adeguatamente sottolineato che la parte prevalente della manodopera in arrivo dai BRICS è low/medium skilled, e quindi impatta in misura meno che proporzionale sull’indice “lavoratori effettivi” che, per l’appunto, è invece proporzionale alle competenze/conoscenze. In termini di unità effettive l’impatto non va esagerato.
Inoltre, in controtendenza ad una novelistica che prende piede ovunque, dobbiamo ricordare che la globalizzazione è un fenomeno relativamente più recente rispetto al declino della labor share che è iniziato prima, quindi la sua influenza non va sovrapesata.
Comunque un effetto c’è e non necessariamente da sottovalutare: le stime econometriche confermano a livello aggregato un effetto negativo (aumenta la globalizzazione, diminuisce la labor share, specialmente dei medium skilled workers), confermando i timori che la globalizzazione, se non adeguatamente gestita, possa provocare tensioni sociali non indifferenti.

E qui ci tengo a dare una mia opinione personale: questa tensione non è da attribuire agli immigrati, poveri cristi che logicamente cercano un futuro migliore. Posso dire che la colpa è anche della nostra pigrizia/stupidità ? Che sbagliamo a pensare che abbiamo “raggiunto Bengodi” e possiamo sederci a goderne i frutti senza considerare che la crescente opulenza, per essere equilibrata e non transitoria, richiede un costante aumento di competenze e conoscenze?
Se noi e i nostri giovani investissimo di più in scolarizzazione, istruzione e training saremmo fattori complementari al capitale e non sostituibili da esso o da altri lavoratori i quali, già abituati a modeste necessità, contrattano sul prezzo e ci sfilano l’impiego.

Il lavoro EuCo si conclude con tre grafici che rappresentano percentualmente l’influenza di ciacun fattore sulla labor share, per ogni categoria di lavoratore. È evidente la preponderanza del fattore tecnologico in ognuno dei tre casi. E diventa chiaro perchè il trend di declino della labor share è evidente nei paesi avanzati rispetto a quelli emergenti: solo i primi posseggono la tecnologia e le istituzioni del mercato del lavoro che sono state indicate come fattori esplicativi.

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Sembra perciò che il sistema economico tenda spontaneamente verso il progresso tecnologico, e quindi bisogna evolversi se si vuole evitare una selezione darwiniana del lavoro, potenzialmente sanguinosa per gli effetti che l’ineguaglianza può avere.

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La storia finisce qui, per quanto riguarda il pensiero economico su progresso e dinamiche della (crescente) disuguaglianza nella distribuzione della ricchezza, ma sento opportuno congedare l’argomento con qualche ulteriore personale considerazione che svolgerò nel prossimo, acidissimo, articolo.

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(nota 1) Entrambi i casi sono comprensibili pensando che a fronte di un indesiderato aumento salariale dei lavoratori “low skilled”, essendo prevalente l’effetto quantità, allora la reazione del mercato sarà di fuoriuscita dell’eccesso di offerta di lavoro con conseguente disoccupazione e diminuzione della labor share. In caso di aumento dell’utilizzo di capitale, verranno sacrificati i lavoratori comuni senza specializzazione, sostituibili dalle macchine.

BIBLIOGRAFIA
La letteratura su questo argomento è vastissima, e la dottoressa Schneider ce ne fornisce una ampia bibliografia e una schematica survey in questo paper del 2011dell’Università di Berlino.

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Beneath Surface

Alla soglia degli anta decide di tornare alla sua passione giovanile: la macroeconomia. Quadro direttivo bancario, fu nottambulo ballerino di tango salòn, salsa cubana e rueda. Oggi condivide felicemente la vita reale con le sue due stupende donne.

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