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David Bowie: pop, rock, other.

Tomorrow belongs to those who can hear it coming.
David Bowie

Un uomo può fare ciò che vuole, ma non può volere che ciò che vuole.
Arthur Schopenhauer

 

 

David Bowie ha guardato al rock ed al pop, alla musica elettronica, al cinema, al teatro, alla moda, alla pittura e infine alla morte come ad occasioni creative per compiere un “gesto artistico” e nel gesto artistico sta l’essenza del suo agire per tutta la vita. La creatività fugge l’orizzonte consolatorio e così il Duca Bianco ha cercato nel perenne cambiamento un’identità cangiante, irrequieta, sempre alla ricerca, mai sazia. Le rockstar generalmente invecchiano male, Il loro viale del tramonto è costellato da un fasullo giovanilismo, un’eterna adolescenza da reparto geriatrico, gli stessi accordi triti e ritriti, gli stessi stadi stracolmi, le stesse ragazze con 50 anni di meno come fidanzate, le stesse droghe e gli stessi eccessi, le stesse….
Bowie al contrario era un perenne e mutante alieno caduto sulla Terra. Come non amarlo incondizionatamente? Sia nei dischi destinati a restare per sempre come in quelli zoppi facili da dimenticare: avventurarsi in territori perennemente nuovi non porta sempre ad approdi felici, provare per credere. Se altri riscaldano la stessa minestra per una vita con Bowie era sempre una sorpresa, come racconta lo storico compagno di merende Brian Eno. Un alieno capace di meravigliare…..

L’irrequietezza è stata il combustibile di Bowie, con il perenne bisogno di generare identità multiple, fare della propria vita un film con diversi personaggi, diverse rappresentazioni di sé in un gioco di specchi che però riflettono immagini diverse, un puzzle dove i pezzi non si incastrano tra loro. Geniale farne una poetica. Frequentare le sue musiche era appunto inciampare in continue sorprese, improvvisi cambiamenti di rotta, canzoni come “Heroes” entrate nella storia riarrangiate e riproposte in modo stupefacente. Mai, il consolatorio mai, con il Duca BIanco il drammatico diventa leggero, il leggero drammatico.

La  stessa vita del Duca Bianco è a tutti gli effetti un film, quel cinema amato e frequentato da Bowie come attore espressionista ora Andy Warhol, ora Nikola Tesla, nei panni del Maggiore Jack Celliers in “Furyo” o nelle vesti dell’alieno precipitato sulla Terra, solo per citarne alcuni. Il nostro non era un attore memorabile, appunto perché non impersonava questo o quello, ma  rimandava perennemente ad una delle tante immagini di sé. Poliedrico e polimorfo, giunto al cospetto di Caronte si inventa con “Black Star” un commiato da tutti i suoi personaggi, da quella miriade frantumata di identità. Fa della morte un’opera d’arte.

Il fascino di Bowie sta qui, il suo spettacolo è il nostro spettacolo, la sua sceneggiatura è la nostra, le spinte contraddittorie in cui siamo sono le sue, quel che sottotraccia nascondiamo sotto una coltre di apparente normalità e rassicurante libero arbitrio lascia spazio al demone dell’arte, alla futilità di un gesto estetico, ad un gratuito mistero. Basta Schopenhauer per fare pulizia ed all’illusorio eroe artefice del proprio destino, resta ben poco se non crepe ed incertezze. L’utilizzo del cut up caro a Burroughs ed a Bowie cos’è se non il portare “il caso” quel che esula dalla volontà e da qualsiasi libero arbitrio nel processo creativo? I personaggi ed i personaggetti che interpretiamo ogni giorno l’artista li mostra oscenamente, li porta nell’atmosfera alla luce del giorno, li espone e non a caso destano spesso scandalo. Un’archeologia dell’animo umano, dove quel che in noi resta sepolto il Duca Bianco lo mostra, ne fa dischi, film, dipinti, travestimenti, scritti, personaggi teatrali e cinematografici. Noi siamo ogni giorno cinema e la nostra disperazione di fronte alla morte od il rapimento di fronte all’amore o la meraviglia per la bellezza, diventano in Bowie anche musica, video, “gesto artistico”. L’arte si fa canto dell’imponderabile, di quel che sfugge al controllo e questo brano è un diamante anche dopo 40 anni e lo sarà per altri 40:

La Gesamtkunstwerk (in tedesco “opera d’arte totale”) è l’evidente eredità di Bowie. Pittura, musica, cinema e teatro come sunto sinergico di una vita che è quotidiana messa in scena, inevitabile, anche quando ci appare totalizzante. In ogni relazione siamo attori dentro ad una rappresentazione, siamo vacuità, convergenza di cause ed effetti in un dato momento. Bowie si accosta a questo inesorabile svolgersi degli eventi, trasformandolo in poesia attraverso un’accelerazione creativa multiforme. Il leopardiano “naufragar m’è dolce in questo mare” lo ritroviamo per assonanze anche nella figura del Maggiore Tom, malinconico e oscuro. Il travestimento, Nathan Adler, Ziggy e tutta la compagnia cantante, sono a ben vedere il nostro chiassoso e multiforme animo che cerchiamo di addomesticare tra stereotipi, paure e facili soluzioni indotte.

Cucinare il Duca Bianco, fotografarlo, diventa conseguentemente quasi impossibile: lo cerchi qui ed è già altrove. Oggi Mr Pian Piano mi dice di aver preparato una prima carrellata di grandi successi di Bowie per voi (CLICCATE QUI) , ma mi confessa di essere intimamente insoddisfatto….. Pian Piano vuole ampliare il suo menù con una prossima playlist di soli brani strumentali firmati dal Duca, divagazioni sperimentali e oscure, una “dark side of the moon” di Bowie. Arriverà, arriverà….. La musica sfugge alla materia, la musica inganna la morte. Lasciamoci commuovere.

Non vi basta il Duca Bianco? Non ditemelo ed esplorate in incognito il jukebox completo di Mr Pian Piano con tutti i musicisti e le musiciste del nostro intrigante menù. Non vi resta che orientare la prua della vostra barca in questa direzione e troverete tantissima buona musica a vostra disposizione, con monografie e playlist in dono, dalla classica all’elettronica fino al jazz. FATE CLICK QUI e l’archivio in ordine alfabetico vi si aprirà per magia.

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Pubblicato da Enrico Marani

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