Lo scambio

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Le teorie complottiste sulla morte di Lady Diana Spencer, avvenuta la notte del 31 agosto 1997 in seguito ad un incidente d’auto nel tunnel di Place de L’Alma a Parigi mentre si trovava insieme al compagno Dodi Al Fayed, all’autista e alla guardia del corpo sono ormai leggenda. Vi sono tragedie destinate a non essere mai del tutto spiegate, e misteri salvaguardati con ostinata ed efficace determinazione.

Ma a ben guardare, il destino prese ad ordire le sue trame attorno alla bella Lady Spencer molti anni prima, e lei non seppe, non poté o non volle scegliere per tempo una strada diversa. 

Era la prima domenica di febbraio e alle sette la prima luce del mattino rivelava un cielo incerto e movimentato da nubi trasparenti di un pallido grigio, in veloce dissolvenza. A Milano faceva molto freddo, nei giorni precedenti sulle Prealpi lombarde aveva nevicato in abbondanza e a nord della città i massicci delle Grigne e del Resegone si presentavano abbondantemente imbiancati.

Ferma su un lato di piazzale Accursio con il colletto della giacca a vento rialzato fino alle orecchie per ripararsi dall’aria frizzante, Teresa Consonni era tentata di girare sui tacchi e tornarsene a casa. Aveva da poco iniziato a lavorare presso l’Istituto di Ricerche Farmacologiche Mario Negri in via Eritrea ed era entusiasta ma anche sempre in ansia, per via di un’insicurezza di fondo che nemmeno due lauree, una in matematica e la successiva in scienze biologiche avevano saputo debellare, così arrivava sempre esausta al fine settimana. Ma sua cugina aveva insistito e suo padre pure, e si era infine lasciata convincere ad aggregarsi al gruppetto di amici della cugina per andare a sciare ai vicini Piani di Bobbio.

Il viaggio era stato breve e gradevole, quei ragazzi erano allegri e simpatici. Appena più giovani di lei che aveva trentadue anni, la trattavano tuttavia con il cortese distacco che normalmente si riserva alle ragazze di acclarata e superiore intelligenza ma poco attraenti. Conosceva bene quel tipo di atteggiamento, vi era ormai abituata. In un certo senso Teresa si manteneva ai margini della vita sin da quando era bambina.

Della madre aveva un ricordo vago, perché era scomparsa nel ’69 che lei aveva appena quattro anni ed il padre le aveva fatto credere che se ne fosse “andata in cielo”. Era stato solo nell’età dell’adolescenza che Teresa aveva scoperto, per via di qualche allusione peregrina sfuggita alla nonna paterna, che aveva poi sottoposto ad un serrato interrogatorio, che la mamma era fuggita ma non così irreparabilmente lontano: per la precisione, in Argentina, al seguito di un tanghero ballerino di tango professionista, perché tra costoro vi sono anche dei villani zoticoni privi di qualsiasi poetica sensibilità e secondo la nonna il tizio in questione era per l’appunto “un tanghero raccattato chissà dove”, ponendo chiaramente l’accento sulla prima sillaba del sostantivo e dunque senza con ciò voler minimamente alludere alla sua peraltro onorabile professione.

Così Teresa era cresciuta con il padre, maestro elementare che insegnava in una scuola a Cinisello Balsamo, e con la nonna vedova, pensionata e confinata su una sedia a rotelle, cosicché non era mai stato ben chiaro chi delle due dovesse badare all’altra durante le ore di assenza del maestro. L’ordine tassativo era comunque quello di non uscire di casa, per nessuna ragione, e nei momenti di pausa dai libri di scuola Teresa si sporgeva dalla finestra del vecchio appartamento in viale Espinasse che affacciava sul piccolo cortile interno ed osservava i bambini che giocavano a palla o si rincorrevano.

Teresa era anche afflitta da un fisico impacciato e grassottello che la rendeva lenta e poco agile, il che non faceva che accrescere la sua innata timidezza. Con il trascorrere degli anni il suo corpo si era allungato e modellato abbandonando la paffuta indefinitezza dell’infanzia, ma aveva mantenuto una certa goffaggine ed un leggero sovrappeso e in un’epoca in cui il modello femminile imperante era snello e tonico  la sua tendenza all’isolamento si era via via accentuata.

Era così giunta oltre la trentina con due lauree ed una professione appassionante, ma con poche amicizie, per lo più introverse e sedentarie come lei, e l’unico ragazzo che aveva avuto, quello per il quale aveva rinunciato alla verginità quando era ormai un fardello imbarazzante ed era stata un’esperienza non certo memorabile, era talmente secchione e noioso che l’aveva quasi fatta cadere in depressione, cosicché dopo tre anni si era infine decisa a lasciarlo. Non vi erano state altre storie, e d’altronde la vita ritirata che continuava a condividere con il padre, anche dopo la morte della nonna, non favoriva certamente le occasioni di incontro. Tuttavia, talvolta le tornava alla mente un motto sovente declamato dalla nonna  e che, benché il suo spirito razionalmente pragmatico rifiutasse, aveva sempre esercitato una certa attrattiva, forse perché lasciava la porta aperta alla speranza:

“Vedrai che se è destino prima o poi anche tu incontrerai l’uomo giusto”.

Quando giunsero ai Piani di Bobbio la giornata si era aperta e i raggi del sole rilucevano sul manto bianco della neve sotto il cielo azzurro sgombro di nubi.

La compagnia della cugina era composta da sciatori di discreta abilità, al contrario di lei che stava a malapena sugli sci (per la verità non era portata per nessun tipo di sport, sebbene ne avesse sperimentati diversi) e si diressero subito all’impianto per le piste nere dell’Orscellera. Aveva indugiato per un poco contemplando il paesaggio da cartolina natalizia mentre gli altri si lanciavano agili e sicuri su quella pendenza orribile, che non sapeva come affrontare.

Ci provò comunque, per orgoglio e per disperazione, ma non appena incominciò a prendere velocità scivolando sul candido manto farinoso si lasciò prendere dal panico, le gambe cedettero e cadde malamente su un fianco, la caviglia destra immediatamente colpita da una fitta dolorosa. Cercò di mettersi a sedere per sganciare quei maledetti sci presi a noleggio assieme agli altrettanto maledetti scarponi che le stringevano i piedi in una fastidiosa morsa, e fu sommersa da una nube di nevischio sollevata con un potente fruscio dagli sci di qualcuno che le si si era fermato accanto.

“…tutto a posto? Serve aiuto?”

Alzò lo sguardo ed osservò la figura che la sovrastava. L’uomo poteva avere più o meno la sua età, era alto  ed atletico nella tuta azzurra che fasciava un fisico asciutto e tosto, una fascia colorata gli copriva fronte e orecchie e i capelli lisci e biondi gli arrivavano quasi alle spalle. Aveva un volto dai tratti ariani, spigoloso ma attraente e quando sollevò gli occhiali a specchio notò gli occhi azzurri dalle ciglia corte e bionde, e bionde erano pure le sopracciglia.

“…grazie, sto bene”,

rispose tentando di rialzarsi, in preda ad un vergognoso imbarazzo, ma la caviglia destra non la sorresse e si ritrovò seduta per terra.

“Devi avere preso una brutta storta. Adesso ti aiuto a rialzarti, infili uno sci dentro ai miei e ti attacchi bene alla mia schiena, così ti porto giù. Ah, mi chiamo Marco”,

e sorrise porgendo la mano a Teresa, che avrebbe voluto scomparire nell’istante in cui si rese  conto di essersi già smarrita in quel sorriso.

Trascorse il resto della giornata in un bar, aspettando che gli altri finissero di sciare con del ghiaccio sulla caviglia misericordiosamente offerto dal proprietario del locale. A metà pomeriggio  scorse Marco entrare con un gruppo di persone colorate e vocianti: lo osservò muoversi con elegante scioltezza conversando con questo o con quella, e ad un tratto anche lui si accorse della sua presenza.  Si avvicinò al suo tavolo per salutarla, scambiarono qualche battuta e quando scoprirono di abitare entrambi a Milano (lei in via Espinasse e lui in Via Paleocapa, di fianco alla Stazione delle Ferrovie Nord), Marco le chiese il numero di telefono,

“così mi dici come va quella caviglia, e fatti vedere dal medico, dammi retta”,

e lei gli scrisse il numero di telefono su di un tovagliolino di carta ed era talmente frastornata che non le venne nemmeno in mente di domandargli il suo.

Una volta rientrata a casa, ripensando all’incontro di quella domenica esaminò allo specchio con impietoso realismo i lisci capelli castani che ricadevano senza grazia ai lati del volto tondo e pallido, non sgradevole ma anonimo, i profondi occhi scuri mortificati dalle lenti degli occhiali, il fisico un poco in carne dall’incedere pesante e disarmonico, e pensò che tanto non l’avrebbe mai chiamata. E invece Marco telefonò il venerdì successivo per invitarla a cena l’indomani.

Originario di Bolzano, possedeva un negozio di articoli sportivi in Corso Vercelli che gestiva insieme al fratello, era appassionato di cinema e di musica, di cui padroneggiava una discreta cultura ed era in perenne, instancabile movimento; sapeva anche essere un buon ascoltatore perché era animato da un desiderio di conoscenza sincero ed inestinguibile. E fu forse proprio la sua innata curiosità che lo spinse a sedurre Teresa, così diversa da lui, così nuova, come un territorio inesplorato.

Vi fu un istante in cui lei si soffermò a pensare al loro modo profondamente differente di essere e di vivere, e considerò che gli opposti assoluti si possono attrarre per un poco, ma difficilmente si amalgamano stemperandosi in un nuovo equilibro, e il più delle volte finiscono per  respingersi. Ma fu solo un istante.

 

Teresa prese a desiderare di essere più bella per lui, cambiò taglio di capelli e scelse un abbigliamento meno rigoroso, più giovanile e disinvolto, e perdere qualche chilo non fu difficile perché trascorrendo insieme i fine settimana si ritrovò a passare dalle lezioni di tennis alle arrampicate in montagna, transitando per le corse nei parchi cittadini e le gite in barca a remi sul Lago Maggiore. Quando giunse l’estate aveva acquisito una discreta elasticità fisica ed era costantemente, irrimediabilmente stanca, ma poteva guardarsi riflessa nello sguardo limpido e ridente di Marco, ed era una sensazione irrinunciabile.

L’ultima settimana di agosto un aereo li condusse sull’isola di Santorini, dove avrebbero trascorso quindici giorni di vacanza, ed era anche il loro primo esperimento di convivenza, seppure nella quotidianità falsata di un luogo di villeggiatura.

Usciti dal piccolo aeroporto di Thira sotto il sole cocente del primo pomeriggio salirono sul minibus che li avrebbe condotti all’albergo, situato sulla costa orientale dell’isola ed affacciato sulla spiaggia nera di Kamari. Teresa guardava scorrere dal finestrino quel paesaggio aspro, di spiagge scure contro il cielo color cobalto, di villaggi arroccati sulle rocce vulcaniche dove il biancore abbagliante dei muri e delle case era spezzato dal blu delle porte, delle finestre e delle cupole delle chiese e commuovendosi di fronte a tanta magnificenza si chiese per quanto tempo il suo animo avrebbe potuto sopportare tutta quella selvatica e disarmante bellezza.

Spesero i primi giorni rilassandosi sulla spiaggia di Kamari o in piscina e girovagando per l’isola sul motorino che avevano subito noleggiato, uno scassatissimo Yamaha che ogni volta che ingranava una marcia con uno strappo secco faceva un brusco salto in avanti, cosicché Teresa rischiava di essere sbalzata dal sellino posteriore. Scoprirono scenari sorprendenti girando per le strette strade di quei villaggi bianchi e azzurri, contemplando la caldera generata dall’eruzione del vulcano Nea Kameni attraverso porte blu incastonate in brevi muretti bianchi, poste sul lungomare a strapiombo senza null’altro attorno. Teresa era rimasta colpita dal simbolismo di quei varchi che non conducevano da nessuna parte, se non dentro l’assoluto di quella fiaccante, arcaica bellezza: passaggi senza ritorno, perché chi avesse davvero oltrepassato quelle soglie misteriose sarebbe scomparso oltre gli scogli, nell’oscurità della caldera o nel cielo blu cupo.

Incontrarono Dante e Mara la sera che decisero di andare ad assistere al calare del sole nel villaggio di Oia, all’estremità settentrionale dell’isola, luogo famoso per i coloratissimi tramonti. Si trovarono però immersi in un rito collettivo chiassoso e volgare che annullò completamente il fascino sontuoso e decadente dell’astro luminoso che scompariva sulla linea dell’orizzonte mentre il cielo si tingeva di rosso e arancione.

Si allontanarono e passeggiarono per le stradine tortuose del villaggio, scoprendo le ripide scalinate dietro leggiadri cancelletti verniciati di bianco o di azzurro che scendevano fino alle piccole abitazioni scavate nella roccia, con terrazzini sospesi sul blu della caldera. Decisero di cenare in un ristorante che disponeva di un piccolo belvedere che si sporgeva sul mare e dal quale si poteva ammirare il villaggio illuminato. Stavano consultando il menù quando riconobbero nella coppia appena entrata due ospiti del loro albergo che avevano già avuto occasione di incrociare a colazione e sulla spiaggia.

Sebbene li avesse osservati con distratta curiosità, Teresa era rimasta colpita dall’evidente dissomiglianza di quelle due persone, che non riuscivano ad esprimere l’armoniosa assonanza tipica delle coppie affiatate, e aveva subito scacciato, prima che prendesse forma, il pensiero che quella poteva essere l’immagine riflessa di lei e di Marco. Dovevano essere anche loro intorno alla trentina: lui, non molto alto, il volto florido dalle sembianze vagamente infantili in contrasto con il fisico gracile e già invecchiato, le spalle strette e leggermente curve, lei invece più alta di due spanne, di struttura muscolosa e androgina, un bel viso dagli zigomi alti, gli occhi chiari e vivaci, folti capelli castani e ricci sempre legati sulla sommità del capo, l’incedere altero e deciso.

Riconoscendosi, si scambiarono un cenno di saluto e quando compresero che i due se ne stavano andando poiché non c’era posto, Marco si alzò con un scatto repentino e offrì loro di condividere il tavolo. Nel corso della serata scoprirono che erano anch’essi milanesi, Dante era restauratore di opere d’arte e collaborava con diversi Musei italiani, mentre Mara era fisioterapista e lavorava all’Istituto Ortopedico Gaetano Pini.

Nei giorni successivi presero a frequentarsi con regolarità, e mentre Teresa e Dante, al riparo dell’ombra per smaltire le scottature che avevano puntualmente strinato la loro carnagione chiara durante i primi giorni di esposizione al sole, discutevano di istanza estetica e storica nel restauro delle opere d’arte e di  aspetti etici della ricerca biomedica, Marco e Mara, già abbronzati e di pelle evidentemente  più robusta, sperimentavano tutte le attività sportive che Santorini era in grado di offrire, dallo sci nautico al tennis e alle lunghe escursioni a piedi.

Fu in una mattina limpida e caldissima, osservandoli partire diretti alla stazione degli autobus per Thira da dove avrebbero raggiunto a piedi il cratere del vulcano di Nea Kameni, una gita impegnativa alla quale Teresa e Dante si erano recisamente sottratti, che non poterono fare a meno di notare nei rispettivi compagni la medesima fretta di andare avanti, la stessa ineluttabile pulsione verso un dopo che spesso trascurava il momento presente.

“…sono proprio uguali”,

aveva mormorato pensoso Dante, e probabilmente intendeva dire molto altro,

“…già”,

aveva risposto di rimando Teresa, intendendo senz’altro dire molto altro.

Erano rimasti silenziosi e come spaesati per un lungo momento, poi avevano deciso di prendere il motorino Yamaha e si erano diretti verso il sito archeologico di Akrotiri, fermandosi innumerevoli volte ad ammirare il panorama. Dopo aver pranzato in un piccolo chiosco sulla strada che sbucava sulla spiaggia rossa,  avevano raggiunto un’insenatura più tranquilla dal litorale di bianchi ciottoli levigati e nel pomeriggio si erano immersi nell’acqua trasparente tenendosi per mano. Ad un certo punto si erano avvicinati senza imbarazzo e senza timidezza, e si erano baciati a lungo.

E così, tutto era apparso finalmente chiaro.

Anni e anni trascorsi a desiderare di essere qualcun altro, fino al punto di innamorarsi di una persona che avrebbe potuto amare l’altro che avresti voluto essere, ma non quello che sei. Che pericoloso avvitamento, che inutile distrazione nei confronti di quel sottovalutato  te stesso, che rischia così di smarrirsi.

Il giorno dopo il minibus li condusse all’aeroporto di Thira: la vacanza era terminata e durante il volo di rientro Teresa parlò con Marco, e Dante con Mara. Giunti a Milano, si salutarono tutti e quattro con un accenno di imbarazzato sollievo, ed infine si separarono.

Mentre il taxi fendeva il traffico in una Milano ormai rianimata, poiché erano i primi di settembre, guardando il cielo di un azzurro slavato ed i caseggiati tinteggiati in mezzi toni spenti, resi ulteriormente opachi dalla patina di smog cittadino,  Teresa si sentì in qualche modo rassicurata da quel panorama così ordinario e prevedibile, incapace di slanci di primitiva bellezza.

Rifletté sull’innegabile evidenza che troncando le rispettive relazioni in aereo lei e Dante avevano solo battuto Marco e Mara sul tempo e la cosa la fece sorridere ma se ne compiacque, e giunse alla conclusione che i segnali del destino non sono sempre così chiari, o forse il fato può fare incontrare la persona giusta, ma occorre riconoscerla in tempo.

in questo mese di ponti e di probabili fughe la bottega delle storie milanesi tira giù la clèr. Il prossimo appuntamento è per sabato 6 maggio: prendete nota, e buone cose, ça va sans dire.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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Sonia Fantozzi

Spirito irrequieto alla costante ricerca dei perché e dei percome. Ha lasciato Milano,ma in cima a una collina ha scoperto che sarà milanese per sempre.

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