Chi ha devastato le banche italiane e come ha fatto

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Banca d'Italia

«Il sistema bancario è solido», ripetono politici e vigilantes con particolare vigore nelle frequenti brutte giornate di Borsa. L’evidenza dei fatti ci dice che queste rassicurazioni sono pura prammatica. Gli occhi sono puntati sull’incertezza politica, ma la miccia che sta bruciando, in Italia, sono le banche. Il contraltare delle rassicurazioni delle autorità nazionali è l’insieme dei dati diffusi dalla Banca d’Italia, a partire da una percentuale di crediti deteriorati (non performing loans, npl), cioè soldi prestati dalle banche che difficilmente torneranno indietro, sconosciuta a qualsiasi altro Paese occidentale: a fine 2015, quasi un quinto del denaro prestato in Italia si era trasformato in Npl, per un valore di 360 miliardi di euro, il 40% di tutti i crediti deteriorati dell’eurozona.

Come siamo arrivati a questo punto? La responsabilità non è solo della crisi che ha travolto le piccole e medie imprese italiane ma anche di una vigilanza che può essere complice o inadeguata, difficile dire quale ipotesi sia più grave. Lo strumento ideato per consolidare il sistema è il fondo Atlante, un’idea – fatte le dovute differenze di cui parleremo più avanti – incredibilmente simile a quella che nel 2008 portò alla scoppio della crisi dei mutui subprime negli Stati Uniti.

Partiamo dalla fine. Dopo il fallimento di Banca Etruria, CariFerrara, CassaMarche e CariChieti, gestito con un decreto “salvabanche” che ha scontentato tutte le parti in causa, il sostegno al sistema creditizio è stato affidato a un soggetto nuovo: il fondo Atlante, che ha raccolto (non molti) capitali, prevalentemente dallo stesso sistema bancario, con lo scopo di sostenere il buon esito degli aumenti di capitale più difficoltosi e fungere da compratore per i crediti deteriorati, con l’obiettivo di farne salire il prezzo.

La prima parte del lavoro si è rivelata più impegnativa del previsto: gli aumenti di capitale di Pop Vicenza e Veneto Banca sono andati completamente deserti e il fondo Atlante, che si riprometteva di non esercitare attività di amministrazione e controllo, si ritrova ora azionista unico di entrambe. L’acquisto degli Npl è ancora più complesso.
Poiché lo scopo di Atlante è quello di dare stabilità al sistema – e solo in subordine di registrare profitti – Atlante utilizza uno Special Investment Vehicle (Siv, vedi scheda) per acquistare a un prezzo più alto rispetto a quello di mercato ciò che le banche non desiderano più avere, cioè i crediti deteriorati.

D’altra parte, mancando una schedatura precisa dei crediti e dei debitori, il valore degli Npl viene stimato basandosi sulla statistica. Se aumenteranno di valore sarà stato un successo, se non succederà Atlante si rivelerà una scatola vuota, ma avrà comunque assolto la missione di aver regalato alle banche del tempo che potrebbe rivelarsi utile a non fallire. “Comunque vada sarà un successo”, pertanto si cerca in ogni modo di foraggiare Atlante con i denari delle più disparate provenienze. L’uso dei soldi pubblici, attraverso la Cassa Depositi e Prestiti, viene fatto con attenzione alle regole sugli aiuti di Stato, ma la partecipazione ad Atlante da parte di compagnie e fondi pensione è emblematica: i soldi impiegati sono quelli dei sottoscrittori e degli assicurati, e la motivazione della scelta di investimento è che Atlante compra obbligazioni con cedole del 6%, quelle emesse dallo Special Investment Vehicle, e pertanto offre alti rendimenti in tempi di magra.

Il fatto che Atlante sia anche azionista unico di due banche devastate nel patrimonio e nel business come Pop Vicenza e Veneto Banca evidentemente non conta, così come non ha rilevanza che quelle rassicuranti obbligazioni al 6% sono bombe a orologeria, perché chi le ha emesse (il Siv) vuole fare un favore alle banche comprando i crediti deteriorati a prezzi gonfiati. Il circolo è completo: compagnie assicurative, che sono azioniste di peso del sistema bancario, usano i soldi dei loro assicurati per “investire” in un fondo la cui funzione è sostenere le banche, facendolo per giunta passare come un ottimo investimento fatto nell’interesse dei sottoscrittori.

Il parallelo con gli Usa

Il tutto replica con poca fantasia uno schema che negli Stati Uniti ha gonfiato una bolla fino a far scoppiare una crisi finanziaria che non ha eguali nella Storia: quello delle cartolarizzazioni. Il sistema fu inventato nel 1990 da un banchiere di Salomon Brothers, Lewis Ranieri e permette alle banche di vendere a terzi i loro crediti “impacchettandoli” in obbligazioni (bond: le famose mortgage backed securities o MBS nel caso per esempio dei titoli garantiti da mutui ipotecari), di aggiustare così la loro concentrazione di rischio, e di monetizzare rapidamente un contratto, senza dover adeguare i requisiti di capitale.

Negli Usa questa pratica della cartolarizzazione ebbe un tale successo che le banche creavano società-veicolo ad hoc, chiamate Structured Investment Vehicle (Siv) a cui cedere i pacchetti dei mutui cartolarizzati col supporto delle agenzie di rating. Infine i titoli venivano rifilati ai comuni risparmiatori attraverso i fondi di investimento, perfino del mercato monetario (cioè quello in genere meno rischioso). I giri di cartolarizzazioni (l’ingegneria finanziaria non si ferma di certo al primo giro) fanno perdere “il polso” del livello di rischio. Fino a poco prima del fallimento, per dire, i prodotti di Lehman Brothers avevano un’alta valutazione sul mercato, un rating AAA. Complotto? No.

La sottovalutazione del rischio dipendeva strettamente da come era organizzato il sistema. Le banche italiane non sono piene di Cdo – i prestiti obbligazionari di cui erano piene le banche americane prima del crac – ma, come ha detto al Guardian Steve Eisman, il finanziere statunitense che aveva previsto la crisi del 2007, di crediti deteriorati non correttamente valutati. Il problema delle banche italiane, ha spiegato il finanziere, «è che non li hanno svalutati del tutto ma oggi li tengono in bilancio con un valore che si aggira tra il 45 e il 50% del valore all’origine» mentre sul mercato hanno un valore molto inferiore. Le similitudini fra l’impianto Atlante e quello che fu alla base della crisi dei subprime sono tali che o si rimane sbalorditi, oppure si vuole credere a un colossale caso. Ma

sosteneva Voltaire.

Il rapporto malsano tra banche e Stati

Ricapitoliamo. Siamo in presenza di banche che riescono a reperire capitale a condizioni migliori del mercato, collocando azioni ed obbligazioni alla clientela più o meno ignara e che, invece di battere la concorrenza con un vantaggio competitivo, si ritrovano in difficoltà per aver prestato male il proprio denaro. Queste banche, in consorzio con altre, creano e finanziano un soggetto, Atlante, in grado di comprare i crediti deteriorati pagandoli più di quanto varrebbero sul mercato, con l’intento di dirottare verso quel soggetto i soldi dei risparmiatori esasperati che non vogliono sentir più parlare di subordinate e cercano qualcosa di “sicuro”.

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Così facendo, viene riprodotto – con scarsa fantasia – uno schema, quello delle cartolarizzazioni, che è stato alla base della crisi finanziaria del 2008. Ed esattamente come allora negli Stati Uniti, anche oggi in Italia nessun ente regolatore sembra abbia trovato nulla da ridire, con l’aggravante dell’esperienza americana. Del resto, se l’Italia è il Paese con il più alto tasso di crediti deteriorati in Europa, dobbiamo dedurre che i banchieri italiani siano etnicamente più scadenti, oppure che i finanziamenti vadano ai soggetti sbagliati, con il laissez-faire degli organi di controllo. La magistratura si occuperà di eventuali responsabilità penali.

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Le revolving doors e il sistema di Vigilanza

Il punto è, innanzitutto, politico. L’Europa ha più volte richiamato i Paesi europei a mantenere un rapporto di indipendenza e autonomia tra controllori e controllati, fra banche e Stato. Il fenomeno delle revolving doors è il contrario di questo principio. Parliamo del passaggio di alcuni dei più alti funzionari di Stato e politici al sistema finanziario e viceversa. Svariati segretari al Tesoro Usa – incluso Steven Mnuchin nella nascente amministrazione Trump – vengono da grandi banche d’affari.
In Italia abbiamo numerosi di questi esempi. È il caso per esempio di Vittorio Grilli, precedente Direttore generale del Tesoro, e poi ministro con Enrico Letta. Da titolare del Dicastero, Grilli si è in forza del suo ruolo occupato di Mps.

«L’azione di vigilanza sul Monte dei Paschi e sulla Fondazione è stata continua, attenta e appropriata (…) Neppure le vicende di questi giorni modificano il quadro di solidità del nostro sistema bancario e creditizio», dichiarò nel 2013 in audizione alle commissioni finanze della Camera e del Senato riunite. Oggi Grilli lavora in J.P. Morgan, la banca che avrebbe dovuto acquistare i crediti deteriorati di Mps. Ma l’istituto si profila ora una nazionalizzazione a spese dei contribuenti. La storia della banca senese e dei suoi legami con i partiti, in particolare con il partito democratico, è emblematica del rapporto incestuoso tra politica e finanza.

La transizione di personalità e l’influenza impropria fra Istituzioni e Istituti ha una conseguenza logica e tristemente nota alle cronache italiane: l’attività bancaria perde il senso del merito di credito per favorire invece il mantenimento dello status quo ai fini della conservazione e trasmissione del potere e dell’influenza acquisiti. E questo vale a qualunque livello, nazionale, internazionale e locale. È così che proliferano le concessioni ad amici o addirittura ad aziende collegabili ad azionisti e managers della banca, oppure a particolari interessenze politiche, il tutto nell’assenza o nella colpevole negligenza della Vigilanza.

Non si spiega diversamente la straordinaria differenza nelle proporzioni del credito deteriorato in Italia rispetto a tutti gli altri Paesi del mondo occidentale.
L’intreccio fra banche e Stato, che poi spesso sono le stesse Autorità di Vigilanza, teoricamente terzi indipendenti supervisori del sistema finanziario, ha anche un altro punto di ricaduta, quello che Anat Admani e Martin Hellwig hanno definito «sequestro normativo»: si tratta in poche parole della capacità di manovrare e modificare a proprio interesse la legislazione, attraverso una oculata attività di lobbying, come se la stabilità finanziaria non fosse invece un bene socialmente importante e da perseguire con ogni mezzo.

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Il do ut des sul debito

Il debito pubblico italiano è saldamente nelle mani delle banche italiane: il 15% degli attivi bancari sono costituiti da debito pubblico per la maggior parte sovrano, una cifra che ci vede primi in Europa, dove la media di settore si ferma a meno del 10% (dati Eba). In occasione della vittoria del NO al referendum costituzionale, Carlo Messina, ad di Banca Intesa, ha dichiarato: «La situazione dell’Italia è meno difficile del 2011: a quel tempo il 50% del debito era in mano a investitori esteri, oggi solo il 20%».
Questa concentrazione, lungi dall’essere un esempio di patriottismo disinteressato, lega il legislatore al vigilato e vincola il bilancio delle banche alle alterne vicende del debito pubblico.

Non sorprende dunque che le banche, nella condizione di creditori del loro vigilante, possano indebitamente assumersi rischi e concedere prestiti al di là del merito, confidando nell’aiuto implicito garantito dallo Stato. Come non sorprende che lo Stato possa perseguire una politica di crescente indebitamento, confidando sul supporto delle banche al debito pubblico. Il bail-out, il salvataggio a carico delle casse statali, non è che un trasferimento di rischio e di costi sui contribuenti, è la scelta sbagliata perché, come abbiamo visto per anni, induce a perpetrare nella malagestione socializzando le perdite.

Tutto si svolge ai danni del soggetto più debole: i contribuenti-risparmiatori. Prima vengono tosati dal collocamento di prodotti inadeguati al loro profilo di rischio, poi vengono tosati in contropelo dal deficit statale – che si trasforma in imposizione fiscale – il tutto sbandierando un presunto nazionalismo utile solo a preservare la malsana connivenza Stato-banche. Anche quando le regole hanno una logica pro-crescita, la lobby dell’incesto Stato-banche impone la sua ricetta: Basilea chiede limiti di capitale bancario commisurati ai rischi degli attivi, ovvero più è rischioso un investimento, maggiore è il capitale proprio che la banca deve accantonare. Peccato che il rischio attribuito ai titoli di Stato sia convenzionalmente pari a zero. Poco importa cosa ci abbia insegnato l’esperienza.

Cosa succede quindi? Nei momenti di crisi i rating delle aziende finanziate peggiorano, l’incidenza del credito problematico e delle sofferenze aumenta, il portafoglio delle banche appare più rischioso e crescono le richieste di aumentare il capitale. Con le regole vigenti le banche chiudono i rubinetti, sostituendo il credito all’economia reale con titoli di Stato che non prevedono accantonamenti di capitale. Completato questo pessimo modo di fare il mestiere, non resta che agitare agli occhi dell’elettore la malvagità delle «regole europee che bloccano il credito». Dar la colpa allo straniero è il miglior modo per continuare indisturbati a ripetere gli stessi errori.

Se a dicembre del 2015 il Pil europeo è a +1% rispetto al 2008, mentre quello Usa è a +15%, e quello italiano segna -8%, forse è venuto il momento di dire la verità su banche regolate male e vigilate peggio, in un connubio fra controllori e controllati che banchettano a danno dell’economia reale, sulle spalle di risparmiatori ignari e di contribuenti privi di vie di fuga.

Dal numero di pagina99 in edicola il 10 dicembre 2016
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Banchiere Cannibale

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