Dieci piccole indiane: le banche popolari

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Il presidente del Senato ha firmato il decreto di riforma delle banche popolari promosso dal governo. Il decreto impone una trasformazione in Spa entro 18 mesi agli istituti con asset superiori a otto miliardi di euro, con un notevole impatto sul destino (non solo borsistico) dei dieci istituti coinvolti (Banco Popolare, Banca Popolare di Milano, UBI, Creval, Banca Popolare di Sondrio, Banca Etruria e Lazio, Banca Popolare Emilia Romagna e Banca Popolare di Bari, a cui si aggiungono le non quotate Veneto Banca e Banca Popolare di Vicenza).

Il pacchetto di norme per il riassetto delle banche popolari si fonda su due elementi:

  1. il superamento del cosiddetto voto capitario, il meccanismo che attribuisce in assemblea un solo voto per singolo azionista, a prescindere dal quantitativo di azioni detenuto.
  2. l’eliminazione del vincolo di non superamento dell’1% per singolo azionista.

Ad un primo sguardo il provvedimento sembra avere uno scopo chiaro ed evidente: rendere le banche popolari contendibili, a vantaggio della trasparenza del sistema bancario e di una maggiore credibilità agli occhi dei grandi investitori internazionali.

I molteplici scandali legati a questi istituti hanno sempre tenuto lontano gli investitori da questo genere di banche e dalla loro governance “grigia”. Questo ha zavorrato fortemente il valore delle loro azioni, ecco perché appena la notizia del decreto è giunta sui mercati il prezzo delle loro azioni è salito velocemente.

Ci sono, ora, 60 giorni di tempo per convertire in legge il decreto e il giudizio definitivo potremo darlo alla fine, perché nel corso dell’iter parlamentare il testo attuale del decreto potrebbe essere modificato, anche se non pare arriveranno stravolgimenti radicali, visto che il governo pare pronto a blindare il provvedimento con un voto di fiducia piuttosto che farselo stravolgere dagli emendamenti.

Le banche popolari, attraverso la loro associazione, intendono fare fronte comune per una conciliazione, vorrebbero quantomeno avere tempi e termini meno stringenti. Oggi mi sono divertito a leggere le contestazioni presentate da Assopopolari:

Il decreto in oggetto mortifica la tutela delle formazioni sociali in cui si sviluppa la personalità umana

poesia pura.

Sia chiaro: il principio su cui si basa il voto capitario è quello di tenere lontana la speculazione e impedire il concentramento di potere, che su piccole realtà locali potrebbe rivelarsi dannoso. Il problema è che il meccanismo si presta a forme di controllo indiretto -come nel caso dei sindacati in Banca Popolare di Milano- ingiustificabili quando le dimensioni della banca sono tali da trascendere l’identikit di “realtà locale”. Di qui il ragionevole concetto di fissare nel decreto una soglia patrimoniale oltre la quale non è possibile pretendere di definirsi “cooperativa popolare”.

Ma al di là delle questioni legalistiche (il decreto, secondo l’associazione, sarebbe incostituzionale perché privo dei requisiti di urgenza) le popolari possono contare, in ottica di revisione del testo, su forti appoggi politici.

Già, perché da quando lavoro sui mercati finanziari la storia che le popolari sarebbero state riformate l’ho sentita ventuordici volte, per poi scontrarsi con il Parlamento che ha sempre, sempre, sempre difeso strenuamente il voto capitario.

Il motivo è semplice: dietro il voto capitario c’è un meccanismo di controllo senza impegno economico sostanziale che permette alla politica di coltivare con le banche popolari fruttuose cointeressenze.

Se l’impegno della politica è stato sempre così tenace nel difendere il voto capitario, la domanda migliore che possiamo porci oggi è come mai sia maturato un impegno inverso. Nessuno ci vieta di pensare che venga promulgato un decreto necessario ed urgente perché è “la cosa giusta da fare”. Anche il premier l’ha detto:

“Abbiamo troppi banchieri e poco credito”

Una frase ad effetto, ma che presupporrebbe che fosse il minor numero di banche a garantire più prestiti alle imprese.

Qualcun altro sospetta che gli ordini siano venuti “da Francoforte”. Ma provando a indossare un po’ di cinismo potremmo pensare che esista un impegno politico più importante che abbia soppiantato il precedente. E (si tratta assolutamente di una opinione personale priva di alcun fondamento fattuale) penso che questo impegno possa essere quello di creare soggetti capaci di andare a sostegno di MPS e di Carige, le cui Fondazioni non hanno più la capacità di assorbire le continue esigenze di capitale, mentre la BCE continua ad alzare i livelli di requisiti patrimoniali che devono raggiungere, allontanando il traguardo ad ogni sforzo degli azionisti.

Nella mia testa è anche ben chiaro il sospetto di chi dovrebbe andare in soccorso di chi (mi asterrò da scrivere qui le mie illazioni in merito) ma è innegabile che prima che si possa arrivare a questo scenario c’è una fase di 18 mesi (a meno che il decreto subisca modifiche) nella quale il mercato speculerà sulle popolari e le banche stesse saranno fortemente tentate di fare operazioni di aggregazione tra loro per arrivare al giorno della trasformazione in SpA con le spalle più larghe ed essere meno facilmente comprabili.

Chi volesse cogliere questo treno e partecipare alla festa, può attendere pazientemente che si riversino sui giornali le dichiarazioni del fronte del “no” che serviranno a spingere un po’ più in basso le quotazioni. Ad esempio il ministro Lupi con il suo sintetico

“La riforma delle popolari non mi piace”

Oppure Gianni Zonin, presidente della Popolare di Vicenza

“Questo decreto non riforma, ma uccide le banche popolari. Con questo provvedimento finisce un mondo, e noi cercheremo di far sì che non finisca”

per finire con Anna Bonfrisco, senatrice di Forza Italia

“il decreto sulle popolari è una forma di dirigismo statale che vìola la tutela del risparmio”

Nientemeno.

E’ davvero un sollievo sapere che è una paladina della tutela del risparmio. Siamo veramente fortunati, considerando che la senatrice Bonfrisco è Presidente della commissione parlamentare di sorveglianza sulla Cassa Depositi e Prestiti, che ha il compito di vigilare sulle attività in Gestione separata, quelle finanziate prevalentemente con i risparmi postali dei cittadini.

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L'Alieno Gentile

Precedentemente conosciuto con il nickname Bimbo Alieno, L'Alieno Gentile è un operatore finanziario dal 1998; ha collaborato con diverse banche italiane ed estere.
Contributor OCSE nel 2012, ancora oggi gestisce attivamente patrimoni finanziari
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8 commenti su “Dieci piccole indiane: le banche popolari

  1. Surfer il said:

    Basi sociali frazionate e disperse, senza che Vi sia un’adeguata ed attenta “capacità” d’aggregazione e di relativa vera rappresentanza, favoriscono (da) sempre la concentrazione di/del potere in capo a “singole Persone e/o Categorie” che, pur costituendo una frazione (spesso DAVVERO) minoritaria di una o dell’intera compagine sociale, possono alla fine/vanno ad influenzare SIGNIFICATIVAMENTE le vicende societarie – [nota: ricordo sempre, a Tutti, che le Banche sono delle MERE/VERE Aziende (di credito, anche o soprattutto)].

    Le inefficienze decisionali che ne possono conseguire danneggiano poi TUTTI gli Stakeholders (i.e, i Soggetti senza il cui supporto l’Azienda – ossia, la singola Banca Popolare o il Gruppo Bancario – non è affatto in grado di sopravvivere).

    I limiti al possesso azionario possono rappresentare un vincolo nelle operazioni di rafforzamento patrimoniale; infatti, un Investitore (Istituzionale) non ha/avrà alcun incentivo ad accrescere la Sua quota di capitale se ciò non si traduce/tradurrà in una maggiore “capacità” di salvaguardare il valore del proprio investimento, attraverso l’esercizio di adeguati diritti.

    Anche uno studio del (“lontano”) 2008 pubblicato dagli Studi Economici del Dipartimento Europeo del Fondo Monetario Internazionale[1] ha rilevato che i limiti alla partecipazione azionaria e al voto in assemblea rendono più difficoltosa la raccolta del capitale, sia presso l’esistente compagine proprietaria sia presso nuovi Investitori.

    Tale effetto risulta essere più accentuato nei momenti di difficoltà della “categoria”, che difficilmente possono essere risolti (ad esempio, attraverso fusioni o cessioni) senza sacrificare lo scopo mutualistico.

    Più in generale, in presenza di un’ampia varietà di Operatori, è opportuno chiedersi se regole indifferenziate siano ancora adeguate ad assicurare un funzionamento efficiente del mondo delle cd. “Popolari”.

    Oggi sono presenti Banche Popolari di media ed/od ampia dimensione organizzate in “complessi” Gruppi Bancari, solo in piccolissima parte davvero aperte al Mercato, con basi proprietarie solo in parti diversificate o “libere” e/che spesso sono operanti al di fuori delle Loro aree di tradizionale “insediamento-competenza” – senza che TUTTI [que]gli Stakeholders ne siano a conoscenza; mediamente non sanno proprio nulla, anzi.

    In questo contesto, una struttura di “governo efficace”, adeguati assetti organizzativi e soprattutto di “controllo” sono indispensabili per il presidio e l’attenuazione dei rischi.

    Di TUTTI, i rischi.

    La necessità di una revisione normativa è richiesta anche dalle esigenze di rafforzamento patrimoniale imposte – PER FORTUNA, considerando i “Singoli”! – dalla nuova regolamentazione a seguito della crisi finanziaria – con (o senza) le varie Basilea II, III e (la) prossima IV.

    L’azione – svolta in passato – della Banca d’Italia al fine di migliorare la governance di questi “intermediari” – “di Singoli o di alcune singole Categorie”: gira e rigira, sempre gLi/Le STESSI/E sono! – attraverso lo strumento delle modifiche statutarie da sola non è bastata, anche o per dati vincoli legislativi e normativi da parte della stessa Istituzione Nazionale.

    l- – – – –

    E. Gutiérrez (International Monetary Fund, European Department, the), “The reform of italian cooperative banks: discussion of proposals”, Working Paper No. 08/74: March 1, 2008

    http://www.imf.org/external/pubs/ft/wp/2008/wp0874.pdf … vedere/leggere le pagine 7-8 (oppure 9-10 / 20).

    – – – – – l

    Surfer [Ho fatto il bravo, questa volta – Nota: era il Marzo 2008 dall’uscita del lavoro; ossia son passati SETTE anni e siamo/sono ancora alle “calendre greche”; ops, POPOLARI. ALLUCINANTE]

  2. quando ripenso al passaggio di BPM da Mazzotta (un signore) a Ponzellini (un pirata) e tutto quello che ha poi fatto riducendola in briciole … ben venga la SpA

    • Tutto è relativo, e se il termine di paragone è Ponzellini brillerebbe anche un ciottolo di fiume. Mazzotta, proveniente da Banca Intesa, come primo atto comprò la Banca di Legnano al triplo del suo valore (…da Banca Intesa…), col sostegno dei sindacati. Per dire.

  3. sinbad il said:

    …mentre le banche spa sono di specchiata moralità. Giusto? Io, invece, penso proprio che sia vero la prima che hai scritto: le vogliono rendere scalabili. E non è l’unica manovra di questo tipo in Italia. Perché lo penso? Perché lo penserebbe anche Guglielmo da Occam.

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