L’altra metà del cielo, in movimento

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“Suo padre era cambiavalute d’oro; sua madre era l’unica figlia di un mercante di giada che le aveva lasciato i suoi beni maledicendola perché non era nata maschio… Quando ebbe quindici anni, suo padre gli scelse una sposa e la prese bellissima, perché l’idea della felicità che procurava a suo figlio lo consolava di aver raggiunto l’età in cui la notte serve per dormire.”

Marguerite Yourcenar, Come Wang-Fô fu salvato, 1936.

“Per edificare una grande società socialista è della massima importanza mobilitare le larghe masse femminili nell’attività produttiva: nella produzione uomini e donne devono ricevere uguale salario per uguale lavoro. Una vera uguaglianza tra i sessi può realizzarsi soltanto nel processo di trasformazione socialista dell’intera società”

Mao Ze Dong, Le donne sono entrate nel fronte del lavoro, 1955.

“Il motore più potente per la crescita è la Greater China. La fonte più grande di nuovi acquisti è costituita da donne cinesi sposate. Esse sono molto importanti per lo stile di vita cinese e tendono a gratificarsi con i diamanti”.

Intervista al Financial Times del 17 settembre 2014 di Philippe Mellier, De Beers Chief Executive.

Sono peculiari in Cina il ruolo, la condizione, l’immagine delle donne? L’acclarata diversità cinese si trasmette anche all’universo femminile? Oppure anche in questo caso sovvengono le categorie analitiche più tipiche, come la sociologia, l’antropologia, i rapporti economici? In sostanza: siamo di fronte a un’eccezione oppure alla conferma di fenomeni conosciuti? Le domande sono coerenti con l’incertezza che domina lo studio della Cina. I suoi 5.000 anni di storia sono un fardello pesante e non è ancora univoco il loro peso. Si indugia nell’aggettivo “culturale” nello spiegare la Cina, e molto spesso si abusa del termine. D’altra parte il suo impatto è così forte – e soprattutto così poco contaminato – che necessariamente la parola ricorre per ogni valutazione, anche nel caso di descrizioni apparentemente semplici.

Il paese presenta due forze che si pongono all’interno dello stesso recinto di studio. Da una parte esistono le radici fortissime della tradizione, dall’altra lo spettacolare sviluppo della Repubblica Popolare. Si mantengono costumi secolari e contemporaneamente si adattano alle nuove esigenze sociali. I rapporti di produzione, l’ingresso nel mondo del lavoro, una maturità più consapevole hanno condotto le donne verso una situazione complessa ma comunque inimmaginabile rispetto a pochi decenni fa. L’accelerazione del cambiamento è stata causa ed effetto dell dinamiche dello sviluppo. Sono mutati anche i rapporti tra i generi. Se essi sono di ordine naturale e dunque sottoposti a limitazioni specifiche, nella sfera sociale assumono le forme richieste dall’organizzazione politica. L’intero aspetto della sfera femminile è sottoposto dunque al vaglio di molti fattori, ognuno dei quali è opportuno sia declinato nelle tre fasi più direttamente coinvolte nell’analisi: il passato imperiale, il periodo maoista, la Cina corrente.

Produzione e riproduzione.

La storia antica è una miscela di miti e rivelazioni. Da essa si può tuttavia desumere una linea di matriarcato che ha governato la società. Non connotava una supremazia, ma riconosceva l’importanza della continuità della stirpe. I cambiamenti intervengono quando le necessità familiari si complicano, per accedere a forme più avanzate di coltivazione e difesa del territorio. Il ruolo della donna continua nella riproduzione, ma le forme produttive cambiano. Bisogna coltivare il suolo, regolare le acque, erigere muri di difesa, tutte attività tipiche di una società agricola in evoluzione. Gli uomini sembrano meglio attrezzati per i lavori materiali, mentre alle donne è lasciato il compito di accudire la casa e partorire la discendenza. Si tratta di un lavoro prezioso anche per le alleanze. L’esogamia impone il matrimonio al di fuori della famiglia e l’espansione è strumentale all’accrescimento del potere. La famiglia non era dunque fondata soltanto sulla discendenza ma anche sull’allargamento. Si richiedevano muscoli e braccia per allagare i campi di riso, erigere terrapieni per il grano, costruire barche per trasportare il cibo. Due conseguenze sono immediate: la dipendenza delle donne e la costruzione di una rete familiare che domina le decisioni. Un vedovo deve risposarsi con una donna della famiglia della moglie, lo stesso clan si allarga informalmente con le adozioni e il concubinaggio. La moltiplicazione delle allenze e della manodopera non consente dubbi. La nascita di un maschio è celebrata con gioia, quella di una femmina con rassegnazione. Il primo assicura la continuitù del cognome, la seconda è pronta allo scambio. Se ha qualità e lignaggio, si può letteralmente concordarne il prezzo per concederla in sposa; nei casi meno fortunati bisogna accompagnarle una dote per trovarle un marito. I comportamenti sono fissati, l’etica sociale non ammette devianza. La continuità della società agricola ha consentito il mantenimento sostanziale dei ruoli, con una subordinazione femminile data dalle condizioni reali. L’involucro culturale le ha circondate in seguito, consentendo altresì il consolidamento di un ambiente poco dinamico. Il confucianesimo ha addirittura incluso la sottomissione femminile nei requisiti di una società mite, saggia, organizzata.

Molti connotati sono simili alle strutture conservatrici: il ruolo domestico, la crescita dei figli, una ridottissima esposizione all’esterno, la continuità del gineceo. La prevalenza degli interessi materiali ha indotto molti analisti di scuola occidentale a negare o ridurre il ruolo dei sentimenti nelle scelte dei cinesi. È apparso che le nascite e i matrimoni debbano essere coerenti con i codici di comportamento, piuttosto che con le aspirazioni personali. In una continua lotta, sembra che il “dover essere” prevalga sempre sul “voler essere”. Oggi fortunatamente le analisi comparative rifuggono dalle classifiche e, liberandosi dall’arroganza culturale, privilegiano lo studio delle diversità. Siamo effettivamente distanti dall’individualismo europeo, dalle scelte più libere, dall’esternzazione dei sentimenti. Nel vecchio continente la letteratura ha narrato la passione, l’amore, persino la morte per coinvolgimento. Delle donne cinesi si celebra invece la riservatezza, l’essere prima ancora che l’apparire, la devozione dei sensi. Nel suo libro “L’oceano in un guscio d’ostrica” Maria Rita Masci descrive la meraviglia dei diplomatici cinesi inviati in Europa nel 1870. Scoprono che esiste un altro mondo oltre la Grande Muraglia; “per una volta, i ‘primitivi’ siamo noi”. Specularmente ai viaggiatori occidentali nelle terre esotiche, gli inviati cinesi scorgono le differenze. Le donne hanno braccia e spalle scoperte, sono vicine e non dietro agli uomini, intervengono nelle conversazioni. Riporta un diario di viaggio: “Qui i genitori benché anziani vengono considerati come degli estranei. Il figlio non si prende cura del padre e della madre, la nuora non accudisce il suocero e la suocera, questo non è forse poco civile?”.

Al di là delle diversità, alcune contraddizioni sul ruolo della donna emergono nette dalla tradizione cinese. A esse vengono dedicate le poesie più leggiadre, ma si assegna loro la fatica del focolare; i ritratti le tramandano altere, senza espressione, ma il dolore dei piedi fasciati non veniva risparmiato; la loro fedeltà era fuori discussione, eppure dovevano eccellere nel procurare la soddisfazione maschile. Nei secoli, centinaia di milioni di donne cinesi hanno subito la fasciatura dei piedi. Agli arti, con fratture e bendaggi, veniva impedito di crescere oltre 10 cm. Inizialmente era un requisito per ballerine e donne ricche, che volevano dimostrare di non dover lavorare. L’eccentricità ha poi conosciuto un’enorme diffusione, anche se alle donne nelle campagne era consentita una lunghezza poco superiore che permettesse loro di lavorare nei campi. Il costume cinese, pur se intellettualmente dominante, ha ceduto facilmente alle necessità giornaliere. Questa tortura psico-fisica ha suggellato la dipendenza delle donne. L’impossibilità di muoversi compiutamente le rendeva sottomesse agli uomini, sempre arrancando, anche materialmente, dietro il loro incedere. Alcune sublimazioni – meglio: perversioni – hanno sconfinato nei recinti sessuali, dove si conferiva agli uomini un piacere ineguagliabile nel massaggiare i piedi così mutilati. Non diversa, anche se ammantata da venature filosofiche, era la pratica della ritenzione del seme umano. Secondo il Taoismo, non bisogna disperderlo, perchè esso contiene un’energia vitale. Il suo testo principale – il Tao Te Ching, oggi  Dao De Jing – afferma che “ogni orgasmo, soprattutto la lussuria e la collera, consumano”. Bisogna conservare la vitalità prodotta e farla affluire al cervello, arricchendolo, in un percorso di “eiaculazione a ritroso”. L’energia va dunque fisiologicamente prodotta e mantenuta. Le donne sono strumentali e devono senza obiezioni imparare le tecniche più adeguate.

Queste visioni del mondo hanno inevitabilmente condotto a un ruolo marginale della donna, almeno negli aspetti pubblici della vita quotidiana e nelle grandi decisioni politiche. La storia cinese conosce poche eroine. Il tragitto delle dinastie finisce proprio con la donna più famosa, una concentrazione di malvagità, egoismo, complotti. Ci Xi, “l’imperatrice vedova”, governò come un despota la Cina negli anni della sua più tragica decadenza. Morì nel 1908, tre anni prima della fine di un impero bi-millenario che lei aveva condotto al declino irreversibile. La sua dinastia Qing non seppe frenare un fallimento epocale, la sua ambizione la portò a uccidere, tramare, corrompere ancor di più un paese già allo sbando. La riprovazione che la circonda ancora oggi non è tuttavia soltanto figlia della rivincita cinese contro la dinastia mancese che l’aveva soggiogata dal 1644. Paga anche colpe non sue, perchè essere donna, imperatrice che aveva usurpato il trono ed esponente di una minoranza era una miscela insopportabile per la Cina.

Donne-Uomini 4-3.

Nella parentesi tumultuosa della Repubblica di Cina (1911-1949) non ci sono state possibilità e volontà di realizzare riforme – soltanto abbozzate – che alleviassero il ruolo dipendente delle donne. L’invasione giapponese, la guerriglia comunista, la guerra civile hanno nei fatti perpetuato la situazione. Soltanto un anno dopo la fondazione della Repubblica Popolare, la Legge Matrimoniale del 1950 stabiliva delle modifiche di impatto rivoluzionario per la Cina. Venivano abolite le forme estreme e ingiustificabili di oppressione e veniva introdotta per la prima volta la possibilità per le donne di decidere in autonomia. Dopo secoli di uso, de facto o de jure, erano proibiti il concubinaggio, i matrimoni forzati, combinati e quelli dei bambini. L’eta coniugale veniva alzata a 20 anni per gli uomini e 18 per le donne. Tutte le unioni dovevano iscritte in un registro civile. Le donne potevano chiedere il divorzio, concesso secondo alcuni requisiti. Anche l’aborto poteva essere praticato e assitito per scopo terapeutico. In una sola legge si tentava di rinnegare un’intera storia di tradizione, oppressione, sudditanza. La Cina maoista anche in questo ambito era fedele all’impostazione della storia come percorso verso la liberazione e non come circuito ineluttabile di aperture e ritorni nello stesso punto. Erano infatti intensi anni di trasformazioni radicali dell’assetto urbano, delle attività produttive, dei titoli di proprietà, della vita quotidiana e dunque dei rapporti personali. Le donne inoltre non erano considerate un recinto sociale da tutelare, come se la loro protezione rientrasse nella più grande difesa dei diritti umani. Le donne, in Cina come dappertutto, “reggono la metà del cielo”, secondo la celebre sintesi di Mao. Andavano dunque liberate dal retaggio feudale e reazionario. Fin dal 1927 – nel celebrato “Rapporto dell’inchiesta sul movimento contadino nello Hunan” – il Grande Timoniere divulga le differenze di genere tra la popolazione cinese. Gli uomini sono oppressi in tre aspetti nevralgici: politico, di clan, religioso. “Quanto alle donne, oltre a essere soggetti a questi tre sistemi di autorità, sono anche dominate dagli uomini, nell’autorità maritale”. “Sono le quattro grosse corde che legano il popolo cinese, e in particolare i contadini”.

Alleviare la subordinazione femminile significava anche sprigionare energie. Nella trsformazione sociale, le attività domestiche erano devolute allo stato. Disimpegnate dalla cucina, dall’accudire figli e genitori, le donne potevano entrare nel mondo del lavoro. Le attendevano le nuove fabbriche o le comuni popolari in agricoltura. L’ambizione era al limite dell’utopia: liberavano loro stesse, contribuivano alla crescita della Cina, procedevano verso una società egualitaria. Nonostante la radicalità delle misure e della dedizione popolare messe in campo, i risultati sono stati minori del previsto. Pur di grande portata, non hanno cancellato retaggi secolari. Non sono bastate riforme coraggiose per concedere alle donne una dimensione prima di parità e poi di liberazione. Gli stessi rapporti di produzione che Mao aveva studiato – nel tentativo di una lettura cinese del marxismo – da soli non hanno cambiato una mentalità così forte da potersi scambiare per congenita. In sintesi: la sovrastruttura si è dimostrata più forte della struttura, o almeno molto difficile da sradicare. La Cina non era l’Europa, non aveva consociuto la rivoluzione industriale e i diritti erano difficili da raggiungere per via legislativa.

Non a caso il primato della politica cade con un’altra donna. Simul stabunt vel simul cadent. Pochi giorni dopo la morte di Mao, nel Settembre 1976, sua moglie Jiang Qing è arrestata insieme ai suoi seguaci della “Banda dei Quattro”. In alcuni giorni le persone che di fatto avevano governato la Cina durante la Rivoluzione Culturale escono di scena, scompaiono dai media, diventano non-persone. Un intero blocco politico viene sacrificato a un nuovo orizzonte. Jang Qing, dopo aver diviso con Mao 38 anni di vita coniugale, è accusata di ogni nefandezza. Indipendentemente dalla giustezza delle accuse, si ripete il rituale antico della donna che cospira, senza scrupoli, avida di denaro e di potere, che approfitta della malattia del marito per imporre con malvagità la propria volontà. La sua detenzione, il suo suicidio pongono fine una fase spietata e fallace della storia cinese, ma non esitano a dipingere le donne nel modo conosciuto. Si è trattato di una sostituzione, di un cambio di ideologie. Saranno iinvece i cambiamenti dell’economia a trainare negli anni successivi sviluppi allora inimmaginabili.

Flebili bagliori alla fine del tunnel.

La Cina dei record ha imposto dei cambiamenti straordinari alle sue donne. Il diamismo degli ultimi 3 decenni è stato impressionante e ha generato contraddizioni ancora più evidenti rispetto alla Cina tradizionale. Convivono oggi pesanti retaggi del passato, le sue manifestazioni più reazionarie e l’affermazione irruenta di ruoli e diritti finora negati. Dopo la clamorosa svolta di Deng Xiao Ping del 1978, il fardello ancestrale non è certamente scomparso, ma indiscutibilmente il paese sta conoscendo una rivoluzione silenziosa ma non per questo meno efficace. Sotto la protezione dunque delle riforme politiche, le macrosfere dell’economia, del lavoro e della società hanno impresso svolte spettacolari al ruolo della donna e al rapporto tra i sessi. L’immissione nel mondo del lavoro le ha sollevate dalla dipendenza verso padri e mariti. Era successo già con le casalinghe trasformate in contadine ai tempi di Mao, si è decuplicato ora con le necessità dell’industria e dei servizi. Le ragazze lasciano le campagne – e un destino già scritto – per trovare lavoro nella “fabbrica del mondo”. Soffrono uno sfruttamento diverso, più moderno, che le inserisce in un contesto industriale, a fianco di altre operaie nella ricerca di una vita migliore, senza un percorso fatidico. Le donne più fortunate studiano e fanno carriera. Hanno successo più nel settore privato che in quello statale e istituzionale. Rappresentano infatti il 48,1% della popolazione e il 43,6% della forza lavoro, ma vantano solo 13 presenze tra i 204 componenti del Comitato Centrale del Pcc, cioè la dirigenza dell’intero paese. Nelle liste redatte da Forbes le donne cinesi ricche sono più numerose di quelle potenti. La carriera pubblica relega le donne a difficoltà insormontabili; è composta da riunioni conviviali, clima cameratesco, serate goliardiche, ostentazione delle cortigiane. È certamente meno irto di ostacoli il percorso nelle aziende private o nelle professioni.

Secondo il SIGI (Social Instituitions & Gender Index dell’OECD), la Cina occupa una posizione perfettamente mediana – al 43^ posto – tra le 86 nazioni esaminate. I vari parametri – disciminazione, accesso all’istruzione, opportunità, violenza subita, matrimoni in età minore, ecc. – non la pongono in una fascia nobile, ma comunque costantemente in via di miglioramento. È tuttavia all’interno di questa ascesa che si verificano fenomeni tragici, violenti, difficili da sradicare. La Cina registra uno dei più disequilibrati rapporti tra i sessi al mondo. Nascono infatti 112 maschi ogni 100 femmine, un fenomeno uguagliato soltanto da India e Vietnam tra le nazioni con alta popolazione. È contemporanemente una violenza al genere, alla natura e alla statistica che non si può spiegare con la casualità. Riflette una cultura millenaria di diversa valutazione dei figli, con privilegio evidente di quelli maschi. Soprattutto nelle campagne, spesso le figlie non vengono registrate e anche la tragedia degli infanticidi femminili è tutt’altro che scomparsa. La politica del figlio unico ha esacerbato la situazione. Dal 1979, quasi tutte le coppie sono sottoposte all’obbligo di avere un solo figlio. La preferenza per i maschi ha così trovato conferma nell’interruzione selettiva della gravidanza. La diagnosi prenatale ha aiutato la scelta del sesso del nascituro, al quale non possono venir dati in seguito un fratello o una sorella. Con la politica neo-malthusiana la popolazione è sostanzialmente stabile, vicino a 1,4 miliardi di abitanti. Il sottosviluppo è stato pressochè debellato, ma a costo di violazioni dei diritti umani, soprattutto delle donne. La declinazione degli interventi appare sotto una luce spietata: dagli aborti forzati alle multe, dagli arresti di carriera al licenziamento delle ragazze in gravidanza. Esiste un deficit di milioni di donne in Cina, ma ciò non ha modificato alla base le antiche convinzioni. Ancora oggi una donna di 30 anni non sposata può essere considerata shengnu, una rimanenza messa in disparte. Esistono tuttavia delle rivincite, legate al dinamismo della società. Molte donne, anche se shengnu, sono indipendenti, con alto reddito, inclini al consumo, con stili di vita inviadiati dalle donne più tradizionali. Queste ultime sono a casa, rispettano gli antenati e si convertono spesso in tiger mom, le madri che angustiano il figlio unico con divieti di giocare e obblighi di studiare. Però non disdegnano i frutti del progresso. Venti anni fa era inimmaginabile pronosticare il successo dei cibi surgelati; le mogli, le figlie, le nuore, dovevano cucinare e accudire a tutte le faccende domestiche. Comprare cibi soltanto da riscaldare era un insulto alla tradizione, una perdita di rispetto per gli uomini. Eppure il successo delle aziende cinesi del settore è stato straordinario, un intero ciclo produttivo ne è rimasto alterato. È stato il primo passo di una trasformazione radicale. Oggi la Cina è il primo mercato per i beni di lusso. Incidono ovviamente nel primato le migliori condizioni economiche e la numerosità della popolazione, ma è altrettanto indubbio che una maggiore libertà e autonomia stiano strutturandosi, facendo giustizia di una consolidata frugalità.

L’universo femminile è dunque in movimento, come le nuvole del cielo che sorregge. Il suo tragitto non è una linea retta verso la liberazione o l’affrancamento da tante, troppe limitazioni. Risulta invece un percorso tortuoso, pieno di contraddizioni, tanto evidenti quanto forti erano le cause che le avevano create. La subalternità non è stata sconfitta, come peraltro in quasi tutto il mondo. Però l’intero progresso del paese ha liberato energie al femminile e da queste ha contemporanemente tratto vantaggio. Rimangono inescusabili le discriminazioni di genere, squagliate nelle più diffuse ineguaglianze del paese. Eppure, le donne cinesi non hanno mai avuto condizioni migliori. Questo vuol dire che il loro passato era veramente avvolto dalle tenebre.

Articolo pubblicato sulla rivista dell’Aler “Donne”
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Romeo Orlandi

Presidente del Comitato Scientifico di Osservatorio Asia. Professore di Economia della Cina e dell'Asia. Esperto di globalizzazione. Autore, editorialista, relatore a convegni.
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