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Corrieri ad alta velocità

Due notizie correnti rimandano a una passata. Lo scorso Marzo hanno fatto scalpore le dichiarazioni dell’ex ambasciatore del Messico In Cina (2007-2013). Volutamente ignorando le classiche, edulcorate espressioni di prassi, non ha esitato ad accusare la Cina di non reprimere a sufficienza l’enorme flusso di efedrine che sono trasportate illegalmente tra la provincia del Guangdong e il suo paese. La materia prima per la sintesi degli stupefacenti arriva indisturbata dalle triadi cinesi ai trafficanti generando un immenso giro di denaro e di profitti. Se è stato dimostrato che la produzione di efedrina avviene nelle fabbriche cinesi, sostiene il diplomatico messicano, non è accettabile che Pechino continui a sostenere che “il problema riguarda la dogana del Messico”. La schermaglia si è ora attenuata, compensata da un prossimo accordo di natura merceologicamente più accettabile. Il Messico sta infatti per concludere una gara pubblica per la fornitura di una rete ad alta velocità – la prima del paese – e del materiale viaggiante ferroviario. Gli unici concorrenti sono le aziende cinesi, consorziate con corrispondenti messicani. Non c’è dubbio che si tratta per la Cina di un’affermazione di prestigio, dopo esperienze simili in Tailandia e Turchia, dove dall’anno scorso è in funzione la linea tra Istanbul e Ankara. Dopo il primo tragitto del 2008, la Cina ha più di 10.000 km di alta velocità, la rete più estesa al mondo. L’accordo con il Messico è un’altra testimonianza della volontà del paese di smentire la facile etichetta di produttore di beni di scarsa qualità e basso prezzo. In questo, come in molti altri casi, si tratta di una fornitura in j.v. di alta tecnologia. Tuttavia, secondo gli analisti più informati, Pechino sta portando a compimento un’operazione astuta, che trae vantaggio da una disinvolta concezione del business internazionale. La tecnologia dell’alta velocità è stata acquisita attraverso partnership non sempre felici con i grandi produttori europei e giapponesi che ambivano a gestire direttamente la modernizzazione della rete ferroviaria. La Cina ha invece fatto propria questa tecnologia e si dimostra ora in grado di esportarla, concedendo condizioni inarrivabili per gli altri concorrenti in Messico.

Il ritorno agli stupefacenti è stato però marcato da inedite dichiarazioni del Capo di Stato Maggiore dell’esercito indonesiano. Il Generale Gatot Nurmantyo ha ripreso i concetti dell’ambasciatore messicano e ha individuato nelle organizzazioni criminali operanti in Cina i principali produttori e distributori di droga. Le sue parole sono state inequivocabili, quando ha puntato il dito contro “la cospirazione internazionale per distruggere le generazioni indonesiane più giovani, per togliere alla nazione i migliori talenti nel futuro”. Si tratta di affermazioni pesantissime, in un paese peraltro che nel passato ha represso la forte e invidiata minoranza cinese. I numeri comunque confermano la preoccupazione indonesiana. Crescono gli arresti e le confische di carichi dalla Cina, così come i consumi: nel 2005 l’1,5% della popolazione usava sostanze illecite; ora la percentuale è raddoppiata e coinvolge dunque 5 milioni di persone. È ovviamente impossibile dare giudizi legali; tuttavia sempre di più risaltano obiezioni alle relazioni con la Cina. Spuntano contrasti finora celati dalle reciproche convenienze. Forse riemergono antichi rancori, forse la Cina desta più preoccupazione che speranza, forse infine la sua ascesa non è un modello neutro.

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Pubblicato da Alberto Forchielli

Presidente dell’Osservatorio Asia, AD di Mandarin Capital Management S.A., membro dell’Advisory Committee del China Europe International Business School in Shangai, corrispondente per il Sole24Ore – Radiocor

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