Era d’estate

“Le giornate si accorciano, figlio mio, e abbiamo voglia di rimanere laggiù, dove siamo nati, e dove sarà meno difficile morire, vicino al mare”.

Non aveva afferrato subito il senso dell’incipit di quel discorso di suo padre, il Vice Commissario Alberto Patané, perché a metà luglio alle nove di sera è ancora chiaro e il giorno sembra non voler finire affatto. Poi aveva a lungo rimuginato sulla frase “le giornate si accorciano”, ne aveva colto appieno il significato e gli era sembrata insopportabilmente greve nella sua levità, un inconsapevole slancio poetico da parte di un uomo che tanto abile con le parole non era mai stato, e gli era scivolata addosso una malinconia impalpabile e resiliente come una ragnatela.

I suoi avevano vissuto a Milano i quarant’anni più attivi della loro esistenza senza mai ambientarsi del tutto, seguitando ad aggirarsi per la città con diffidente circospezione, e da quando il padre era in pensione capitava sovente che trascorressero qualche settimana in Sicilia. Fin da quando era ragazzo e tornavano a Giarre per le vacanze estive gli era accaduto di notare quanto fossero differenti e come animati da un’energia allegra, non appena ponevano i piedi su quelle strade assolate nelle quali il vento sospingeva il profumo degli agrumeti, degli eucalipti e del salmastro. La casa nella quale avevano vissuto prima di emigrare a Milano (“salire”, come era solito dire sbrigativamente suo padre) era lontana dal mare, ma se ne respirava comunque l’odore, se ne percepiva la presenza amica.

Aveva deciso di accompagnarli laggiù per aiutarli a prendere accordi con l’impresa che avrebbe eseguito alcuni lavori nella vecchia casa sulla costa un tempo appartenuta ai nonni paterni, nella quale si sarebbero stabiliti. Si trovava nell’antico borgo marinaro di Torre Archirafi, frazione del vicino comune di Riposto, ed era una grande costruzione bianca con il tetto a terrazza dal quale si vedeva il mare che lambiva gli scogli sul quale il nonno sedeva a pescare, appena dall’altra parte della strada. Il giardino inghiaiato ospitava tre alte palme, due piante di ibiscus dai fiori color carminio, l’aiuola fragrante delle erbe aromatiche ed un fico d’india dalle grasse foglie spinose.

Una volta rientrato a Milano si sarebbe occupato della spedizione di tutte le loro cose, affidando ad un’agenzia la vendita dell’appartamento. Avrebbe dovuto abituarsi a fare a meno del pensiero confortante della loro presenza a pochi chilometri di distanza, in via Padova, dove avrebbe potuto vederli anche tutti i giorni, eppure non lo aveva fatto ed ora era tardi: gli rimaneva l’immagine consolatoria di loro due, abbracciati davanti al mare, due figurine fragili aggrappate l’una all’altra – ma quando esattamente avevano incominciato a rimpicciolire, quasi si stessero richiudendo su loro stessi come fanno a sera le corolle di certi fiori?

 Il Vice Commissario Alberto Patané osserva le prime gocce di pioggia che incominciano a cadere sull’asfalto bollente e subito evaporano con un impercettibile ma immaginabile sfrigolio. Camminando verso il parcheggio scoperto dell’aeroporto di Milano Malpensa, dove ha lasciato l’auto qualche giorno fa, gli viene da pensare che il suo quotidiano è sempre stato caratterizzato da un elemento dominante del paesaggio: a Giarre quando era bambino era l’Etna, a Milano quando abitava in via Padova era lo slargo di Piazzale Loreto, e da quando si è spostato in viale Monteceneri è il Ponte della Ghisolfa. Forse il bisogno di identificare punti di riferimento tangibili e stabili dipende dalla sua sotterranea irrequietezza, nomade ed eversiva, quella a causa della quale non si è mai sentito a casa da nessuna parte. Non più in Sicilia, ma nemmeno a Milano, dove ha trascorso buona parte della sua vita e che in qualche modo confuso ama: ma non al punto da non poterla lasciare per qualsiasi altro posto al mondo.

Il vento ora sbatacchia le tapparelle di plastica, contro le quali la pioggia picchietta furiosa mentre fuori è un frastuono di tuoni e un crepitare di lampi, e chissà com’è il temporale sul mare, è da tanto tempo che non gli capita di vederne uno. Osservando il crepuscolo rissoso gli viene in mente che dovrebbe chiamare Mariateresa e fare del suo meglio per medicare una ferita, perché non si sono lasciati proprio bene, la sera prima che lui partisse.

Le aveva riferito dell’intenzione dei suoi di tornare a vivere in Sicilia, e di come in realtà più che un progetto fosse una decisione a lungo meditata e già presa,  della quale stranamente non lo avevano reso partecipe, limitandosi a dargliene comunicazione. Mariateresa si era offerta di accompagnarli per aiutarli a sistemare le cose e lui aveva reagito con un categorico rifiuto che ancora non sapeva spiegare:

“No, grazie. Sono faccende famigliari che non ti riguardano, me la sbrigo da solo”.

L’aveva vista ritrarsi all’improvviso, mentre lui si rendeva conto della solenne, ignobile scemenza delle sue parole, che suonavano –erano?- come un crudele pretesto per ristabilire delle distanze. Poco dopo la ragazza se ne era andata con un saluto freddo ed imbarazzato, e nei giorni successivi non si erano sentiti. Dovrebbe chiamarla, certo. Prima però è necessario che decida se vuole che faccia parte della sua vita, oppure no: perché è questa la domanda che lei non ha fatto, ma alla quale ora deve rispondere.

Solleva appena la tapparella del soggiorno ed apre i vetri per lasciare entrare l’aria rinfrescata dall’acquazzone che continua a rovesciarsi sulla città. Una birra gelata, il divano che finalmente incomincia a farsi cedevole per conservare l’impronta della sua persona,  ed affida la sua spossante tristezza alla voce aspra di Tom Waits,  vecchio bluesman catarroso fieramente piantato in mezzo a qualche tempesta ormai da una vita. Scivola nel sonno senza accorgersene, portandosi dietro il risentito sconforto che lo accompagnerà mentre sognerà di perdere tutto e di ritrovarsi completamente solo in una terra sconosciuta, senza ricordare nulla del suo passato.

Lo riscuote il cicalino modulato del cellulare, e mentre emerge dal sonno il suo primo pensiero è per Mariateresa. O meglio, per l’acuto e subitaneo desiderio di averla accanto, ma poi si ricorda che c’è una questione in sospeso a causa della quale potrebbe persino averla perduta, e lo assale un’angoscia concitata che sembrerebbe verosimilmente essere la risposta alla domanda che si era posto circa il ruolo della ragazza nella sua vita. Afferra speranzoso il cellulare, ma naturalmente non è lei:

“…dottore, sono Rovelli, scusi per l’ora,”

si accorge intanto del chiarore che filtra dalla tapparella e volge automaticamente lo sguardo all’orologio da polso che non ha tolto, dato che si è addormentato completamente vestito sul divano, e che segna le sette,

“ …abbiamo appena ricevuto una strana chiamata: una ragazza che dice che potrebbe essere responsabile dell’omicidio di un uomo, tale Leopoldo Bertelli che sta al 22 di via Graf. Le ho raccomandato di non toccare niente, ci vado subito”.

“Ti raggiungo, il tempo di arrivare”.

Si è lavato e vestito sommariamente, e intanto che ingurgita un profumato espresso preparato con la macchinetta elettrica, regalo di Mariateresa, realizza quanto gli sia necessaria la sua presenza discreta e premurosa, il suo pragmatico buon senso, la capacità di ascoltarlo con partecipe attenzione e la generosità di lasciarlo ai suoi silenzi, senza interferire. E se questa cosa tenerissima, solidale e così poco complicata fosse davvero amore?

E’ tutta la vita che arrivo un attimo dopo, ed è sempre troppo tardi.

 

Compone il suo numero di telefono, ma una voce cortese lo informa subito che “il cliente da lei chiamato non è al momento raggiungibile”. Mariateresa non ha un telefono fisso, e non spegne mai il cellulare.

Il Vice Commissario è inquieto. Da Viale Monteceneri si dirige verso Quarto Oggiaro, l’indocile rione di periferia dove si trova il Commissariato presso il quale è di stanza e dove vive Mariateresa, ed infrangendo consapevolmente tutti i limiti di velocità decide che il morto può aspettare, tanto Rovelli sa cosa fare: passerà prima da lei, in via de Roberto. Tuttavia un pensiero di sottofondo lo distrae dalla preoccupazione: che vuol dire “potrebbe essere responsabile dell’omicidio di un  uomo”? Non c’è nulla di chiaro in questo mattino di luglio, nemmeno il tempo, che dopo il diluvio notturno è indeciso tra il grigio compatto delle nubi e qualche sbiadito accenno di azzurro, e l’aria è di nuovo pesante ed infeltrita.

Arriva in via De Roberto dieci minuti dopo ed ha il fiatone come se avesse fatto la strada di corsa anziché tirando il collo alla 500 e bruciando un paio di semafori quasi rossi. Le tapparelle alle finestre dell’appartamento al quarto piano sono ancora abbassate, allora si attacca al citofono e non molla il pulsante fino a quando non sente la sua voce allarmata:

“…ma chi è?”

“…sono io, mi apri?”

Silenzio.

“…io chi?”

Ecco.

“…Alberto”

Clack.

Decide di fare le scale a piedi. Per prendere tempo, per cercare le parole. Ma poi, quando entra nel soggiorno ancora in penombra e se la trova davanti, piccola, morbida e spettinata, l’espressione indecisa tra il dispiacere, il risentimento e la voglia, la soffoca in un abbraccio avvolgente e possessivo, mormorandole soltanto

“mi sei mancata. Mi manchi sempre”.

E allora lei si scosta e lo guarda con il solito sorriso tranquillo, gli occhi castani che brillano, perché ancora una volta ha capito.

Scappa via, il Vice Commissario, perché deve ma anche perché non vuole rovinare quel momento perfetto, che deve rimanere così, sospeso e perfettamente definito. Se ne va sospinto da un vento interiore improvvisamente brioso, e nei pochi metri che lo separano da via Graf pensa ad un anello che ha visto nella vetrina dell’oreficeria del suo amico Cortelazzi in corso Buenos Aires, e a come saranno contenti i suoi quando lo sapranno.

Percorre via Graf fino al numero 22, tra file di caseggiati grigio chiaro o color paglierino dai tetti piatti, che a guardarli da lontano sembrano fatti con i Lego: sono abbastanza puliti, nei cortili vi sono alberi frondosi che ombreggiano la via.

Leopoldo Bertelli abita – abitava, ormai – al sesto piano e sulla porta dell’ascensore campeggia un foglio appiccicato con il nastro adesivo nero come quello che usano gli elettricisti, vergato con un grossolano pennarello rosso: GUASTO ANCHE OGGI, e l’efficacia polemica sta tutta nelle ultime due parole. E oggi è giornata di scale a piedi, evidentemente.

 La scena che gli si prospetta varcando la soglia, mentre vede con la coda dell’occhio un uomo anziano che sbircia dall’uscio socchiuso dell’altro alloggio sul pianerottolo, ha qualcosa di apocalittico. Dal soggiorno sembra essere transitata una furia metodicamente devastatrice che ha svuotato la libreria, divelto le copertine dei libri, rovesciato il contenuto dei cassetti, sventrato il divano e le sedie, strappato le tende dalle finestre. In mezzo a questo muto caos cosmico due tecnici della scientifica in tuta bianca si muovono con circospezione, scattando foto.

Il Vice Commissario Alberto Patané entra scavalcando oggetti e suppellettili, pezzi di vita quotidiana violata e frantumata senza riguardo, mentre l’Ispettore Rovelli gli va incontro, gli presenta la ragazza che gli sta a fianco

“…Daria Sirtori, è lei che ha telefonato in Commissariato”

e lo accompagna in camera da letto, che è nelle identiche condizioni del soggiorno, come pure il bagno e la cucina, e dove di traverso sul letto giace il cadavere di un giovane biondo e muscoloso sulla trentina. Indossa solamente dei boxer neri e sul suo corpo si è abbattuto il medesimo furore  che ha sconvolto quelle tre modeste stanzette. Ha anche una profonda ferita da taglio sulla coscia destra e a giudicare dalla quantità di sangue che si sta rapprendendo sulle lenzuola ed il cui sentore ferrigno satura l’ambiente, deve essere morto per l’emorragia causata dalla recisione netta dell’arteria femorale: ipotesi che il medico legale conferma.

Il magistrato pare più incazzato del solito e le labbra sottili sono serrate in un profondo, stizzito disgusto probabilmente rivolto all’umanità intera. Dopo un po’ se ne va dicendo al Vice Commissario di aggiornarlo sull’interrogatorio della ragazza.

Il Vice Commissario e l’Ispettore Rovelli si trasferiscono in Commissariato con la ragazza, e a quest’ora il Commissario Saronni sta volando sereno e rilassato verso il sud della Spagna per una settimana di vacanza lontano dalle rogne e dalla puzza di estate in periferia.

“Signorina Sirtori, vuole spiegarmi in che modo potrebbe essere responsabile della morte di quest’uomo? ”

“Perché Leo Bertelli stanotte era da me, abito in via Montale, vicino all’Ippodromo, e non voleva dormire a casa sua perché temeva per la sua incolumità. Era un reporter free lance, mi ha raccontato di avere per le mani un grosso scoop che stava cercando di piazzare. Non l’ho preso sul serio, non me ne fregava niente, avevo bevuto troppo, ero stanca e alle due l’ho buttato fuori”.

La ragazza, che è di modi perentori e spicci, chiarisce subito che non erano così intimi: erano solo due che frequentavano gli stessi locali, che di tanto in tanto si incrociavano e magari ci scappava del sesso, ma niente di più. Soprattutto, a lei non garbava che un uomo dormisse a casa sua. Quindi, dopo il sesso, ognuno per la sua strada. Però quella mattina si era svegliata verso le cinque e mezza con un feroce mal di testa, si era alzata e sul tavolo della cucina aveva trovato una chiavetta USB con un biglietto di Leo: SE MI SUCCEDE QUALCOSA VAI CON QUESTA ALLA POLIZIA.

Aveva provato a telefonargli ma non rispondeva. Allora si era preoccupata, era andata a casa sua, aveva trovato la porta socchiusa, quel gran casino e il suo cadavere.

“Se non lo avessi mandato via, non sarebbe morto. Non stanotte, perlomeno”.

Il vicino impiccione, che era stato svegliato dal trambusto verso le quattro, aveva dichiarato a Rovelli di aver scorto dallo spioncino tre uomini alti e vestiti di scuro andarsene verso le sei e mezza, non li aveva visti in faccia per via dei berretti con la visiera lunga, e poi verso le sette meno dieci aveva visto arrivare una ragazza alta dai capelli corti e biondi, in jeans e maglietta, e la descrizione corrispondeva perfettamente all’aspetto della Sirtori. La testimonianza è coerente con il racconto della ragazza la quale, essendo un tipo sveglio, si affretta a precisare:

“Uscendo di casa verso le sei e mezza ho incrociato il mio vicino che usciva per andare al lavoro, ve lo potrà confermare”.

Il medico legale ha collocato l’ora del decesso intorno alle sei, e chiunque abbia fatto quello scempio a casa del reporter cercava qualcosa: forse proprio quella chiavetta USB.

Il Vice Commissario guarda il volto spigoloso e lievemente asimmetrico di Daria Sirtori e le mani quadrate e forti dalle unghie corte, e nei limpidi, fermi occhi blu gli pare di scorgere un senso di inadeguatezza e una perenne irresolutezza tra l’andare e lo stare che conosce molto bene. La congeda che è quasi mezzogiorno raccomandandole di non lasciare la città, e lei dice

“…io sono veterinaria, giro per tutta la Lombardia. Oggi pomeriggio devo andare a Cambiago, per esempio”,

e non gli  sfugge la nota lievemente beffarda nella sua voce, ne è infastidito ma non sa difendersi.

“sono certo che ha capito quello che intendevo. Piccoli animali?”

“no, cavalli. Oggi ho quattro castrazioni”,

e mentre la veterinaria esce dalla stanza con un irridente cenno di saluto, il Vice Commissario si immagina quelle mani forti con un bisturi in mano.

Si rifugia nel pensiero del garbo carezzevole di Mariateresa, le cui rotondità ammortizzano tutti i suoi spigoli, e dopo avere affidato il dispositivo USB a Rovelli telefona all’amico gioielliere e gli chiede di aspettarlo in negozio, che poi pranzeranno insieme.

Gli gira un poco la testa, quando dopo pranzo saluta l’amico, e non perché ha bevuto: è per via dell’assegno che ha appena firmato e che gli ha sfilato in un amen due mesi di stipendio, ma è soprattutto per il peso del significato di quello scatolino blu che ha riposto con cura nella tasca destra della spiegazzata giacca di lino.

Guidato da una sollecitudine affettuosa decide di allungarsi fino in via Padova, dato che è a due passi,  per dare un’occhiata all’appartamento dei suoi. Sale di nuovo a piedi, anche se qui l’ascensore funziona: camminando non interrompe il filo ondivago dei suoi pensieri, che rimbalzano con disinvoltura dall’impellenza di vedere gli abiti di Mariateresa appesi accanto ai suoi nel medesimo armadio, che lo ha condotto all’anello che giace nella sua tasca, alla chiavetta USB che potrebbe essere il movente dell’assassinio del giovane reporter.

Sale a testa bassa, silenzioso nei mocassini sfoderati, ed è soltanto quando arriva sul pianerottolo che prende coscienza di un lieve rumore metallico e della figura china sulla serratura della porta di casa Patané, assorta nel tentativo di forzarla.

“Dovresti parlare con Enzino, il figlio della vedova Luserna, povera donna: lei lavora tutto il giorno in un call center e quel disgraziato a diciassette anni ha lasciato la scuola e frequenta un gruppo di sbandati…”

“…mamma, so chi è ma non lo conosco affatto. Perché dovrebbe darmi retta? E poi sai bene che non sono adatto a far prediche”.

Era la vigilia di Natale.

In questo afoso pomeriggio di luglio Enzo Luserna sta a pochi metri da lui, lo fissa con un’espressione irosa nei torvi occhi neri, ed impugna una pistola a canna corta. Mentre la mano del poliziotto, che si era mossa istintivamente ad estrarre l’arma d’ordinanza è rallentata da un pensiero,

(E’ Enzino e ha solo diciassette anni),

quello spara scatenando un fragore assordante. Il Vice Commissario Alberto Patané si lancia  di lato, come faceva da bambino quando giocava in porta, ma un dolore acuto dirompe in un punto imprecisato del torace,

(…in ritardo, ancora una volta in ritardo),

e subito pensa a quell’anello nella tasca destra della giacca e a tutte le parole che non ha detto.

…ma no,  non finisce qui: tra una settimana esatta saprete il resto. Certe storie, come la frutta  (la gente non sempre), maturano col tempo.

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Sonia Fantozzi

Spirito irrequieto alla costante ricerca dei perché e dei percome. Ha lasciato Milano,ma in cima a una collina ha scoperto che sarà milanese per sempre.

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