Mi fermo un minuto sulla riforma fiscale, poi volo sul resto

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La riforma fiscale di Trump a taluni piace, ad altri no. A me preoccupa, perché generalmente queste manovre hanno più efficacia se pensate per aiutare un’economia in crisi. Lanciarla mentre il ciclo procede robusto e con la politica monetaria a corto di munizioni rischia di generare inflazione e anticipare l’arrivo di una recessione che poi, senza armi monetarie né fiscali, diventerebbe difficile da gestire. Tuttavia, piaccia o no, quella di Trump è la prima riforma fiscale americana degli anni della globalizzazione. Per trovare una riforma di impatto paragonabile bisogna risalire a quella di Ronald Reagan. Poiché quella di Ronald dettò l’impronta culturale dei decenni seguenti, credo valga la pena di soppesare a dovere anche il contenuto di quella di Donald.

La filosofia che la guida è chiaramente ispirata al famoso claimAmerica First“. La sensazione, però, è che il concetto del #MAGA (Make America Great Again) sia invece più relativo che assoluto. La scelta di introdurre dazi, per esempio, ha chiaramente una valenza strategica: l’economia più solida prova a imporre una sorta di “legge del più forte”. Da qui si sprecano gli editoriali che pretendono di spiegare alla Casa Bianca che questa scelta è dannosa per l’economia mondiale e rischia di esporre gli USA a ritorsioni.

Scommetterei che qualche consulente economico di buon livello la Casa Bianca ce l’abbia e che certe considerazioni da quelle parti siano perfettamente chiare. Ma se la strategia viene portata avanti comunque, una qualche ragione ci dovrà pur essere, a meno di voler considerare che Trump sia un pazzo preso da deliri di onnipotenza. La mia sensazione è che la convinzione dell’amministrazione americana sia quella di subire poche -o alcuna- ritorsione, incamerando solo i benefici di bilancio dai dazi su acciaio, alluminio e chissà che altro. A nessuno interessa avviare una guerra commerciale a colpi di protezionismo, ci perderebbero tutti, quindi probabilmente Trump pensa di poter fare un po’ di bullismo, e di sferrare qualche colpo senza ricevere risposte realmente a tono. Con la consapevolezza che, dovesse invece trovarsi invischiata in una “rissa globale”, l’economia americana ne uscirebbe ferita, ma meno malconcia delle altre (Great Again, relativamente agli altri).

Se l’ipotesi si verificherà corretta, mi risulterà chiara l’antipatia istintiva che provo per il trumpismo, non sarebbe altro che l’estensione della mia antipatia per il bullismo. Al momento sembra funzionare proprio così: ai dazi su 50 mld$ di importazioni dalla Cina, Pechino risponde con dazi su…. 3 soli mld$ per beni USA. Come dice anche l’ex presidente di Morgan Stanley, Stephen Roach:

“La risposta della Cina ai dazi americani è sorprendentemente modesta, alla luce delle scelte americane, suggerendo che possa esserci un possibile accordo in arrivo. Come terzo mercato di sbocco per le esportazioni americane, per giunta in forte crescita, e come primo detentore del debito pubblico americano, la Cina ha una leva ben maggiore di quanto Washington sia disposta ad ammettere.”

Così mi ritrovo a pensare a come siamo arrivati qui, al “Presidente delle disuguaglianze” e alla rabbia sociale che ha elevato certi contenuti sui podi più alti, e al fatto che viviamo in un mondo in cui sembra terribilmente attuale una canzone degli ABBA del 1980 “The winner takes it all“: vivamo un’era che eleva al massimo livello un manipolo di “vincenti” che conducono esistenze che la stragrande maggioranza di noi non potrà mai avere, tra lusso, esposizione di straordinari talenti e ricompense che nel complesso finiscono per risultare umilianti.

dal NewYorker del 26 Marzo 2018
Dai compensi dei calciatori di spicco ai privilegi di attori di indubbio talento, viviamo in un mondo che premia sempre più spropositatamente chi eccelle, e considera chi arriva secondo come “il primo dei perdenti”. Lo stesso accade nell’economia dove nei singoli settori o sei il “numero uno” oppure sei “nessuno”. Un amico imprenditore recentemente mi ha detto:
“Una volta si partiva da zero, oggi puoi partire solo da mille”
Alla lunga questa tendenza sta diventando insopportabile, insostenibile, è questa l’interpretazione che assegno alla sempre più frequenti scelte politiche di rottura dei vecchi sistemi, con o senza l’aiuto degli hacker, che per fare quello che si suppone facciano devono comunque avere terreno fertile per farlo, senza forse nemmeno rendersi conto che dire che sia “colpa degli hacker” fa pari e patta con la rassicurazione che prova chi di dice che “è colpa dell’euro”. (In qualche modo avevo già provato a parlare di queste cose qui)
Ed ecco allora che si apre un cassetto della memoria e mi viene in mente Jan Vermeer, un pittore fiammingo del XVII secolo che rivoluzionò l’approccio all’arte. Probabilmente la “colpa” di questa associazione di idee è da attribuire ad un amico con cui ho il privilegio di confrontarmi, perché vive e lavora a Delft, la città di Vermeer.

La rivoluzione di Vermeer fu la scelta di ritrarre ambienti della vita quotidiana borghese. Nei suoi dipinti appare una borghesia attenta ai valori del lavoro, della famiglia, alla cura dei figli e serenamente impegnata nelle faccende della vita domestica.

I personaggi, soprattutto le donne, sono ritratti mentre compiono azioni quotidiane, semplicissime, come leggere una lettera, versare il latte in una brocca, bere un bicchiere di vino, all’interno di un ambiente sobrio e rassicurante.

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forse il quadro più rappresentativo di questa rivoluzione è “Stradina di Delft“, un paesaggio con dettagli di straordinario realismo e incentrato sulla raffigurazione di attività del tutto ordinarie: una donna cuce, un’altra lava i panni in cortile, dei bambini giocano. Il salto artistico è enorme se si pensa alle raffigurazioni di santi e angeli nel Rinascimento.

Vermeer esalta così l’onore di una vita ordinaria, riscattandola dal giogo di dover aspirare ad essere angeli o eroi. Ancora oggi questa rivoluzione proposta da Vermeer merita di essere combattuta: poiché le persone di successo riescono ad arrivare a possedere privilegi irraggiungibili, siamo indotti per converso a misurare il successo nella vita col raggiungimento di determinati livelli di privilegio.

Anche la vita ordinaria è quindi un’espressione di eroismo; Vermeer suggerisce, con la sua arte, di respingere l’idea che una vita normale non meriti di essere vissuta (e rappresentata), che ciò che è semplicemente “normale” sia noioso e non degno di essere una quota della parte migliore della nostra vita, o che per essere felici si debba essere da qualche altra parte facendo chissà cos’altro.

Insomma, un po’ più di amor proprio e qualche pregiudizio in meno.

Inutile dire che ebbe diversi epigoni. A mio modo anch’io forse, nel mio lavoro, dovrei cambiare l’occhio con cui guardo alle imprese su cui investire, smettendola di cercare i campioni di settore, le aziende leader, o le eccellenze assolute. Quattro delle prime cinque aziende del mondo operano nel settore dei dati. Sono cresciute enormemente in questi anni grazie al fatto che il mercato dei dati non è regolamentato. E questo mercato non è regolamentato perché nessuno aveva capito che andasse regolamentato. Ora, con il caso Facebook-Cambridge Analytica, siamo forse giunti al momento in cui un regolatore dovrà decidere come delimitare il business trasversale di questi colossi.

Di certo servirà del tempo, e parecchia fantasia: mica si può fare uno spezzatino di Google come si fece con la Standard Oil, perché abbasserebbe la qualità dei servizi per gli utenti (visto che si basano sull’integrazione fra piattaforme e vengono erogati proprio per offrire un bacino integrato di strumenti che tracciano profili plurisfaccettati degli utenti). Parimenti non si può fare una authority che regoli i prezzi: i servizi online vengono offerti per lo più gratuitamente.

L’unica forma di intervento del regolatore nei confronti delle grandi compagnie che fanno business digitali è finora quella fiscale, con questa bozza di imposta, francamente sgangherata, che viene chiamata “web tax”. E’ chiaro che non si può prescindere dal principio che queste aziende partecipino adeguatamente alla raccolta fiscale nei paesi in cui operano, ma contesto fortemente un’imposta pensata come aliquota del fatturato. Le imposte si calcolano sugli utili. Altrimenti stai cercando di sanare una furbata/ingiustizia scrivendone un’altra per rappresaglia.

PS: sì, Vermeer è quello del celeberrimo “La ragazza con l’orecchino di perla“, ma se invece degli esempi calzanti avessi scelto quel quadro, come avrei potuto completare questo articolo?

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L'Alieno Gentile

Precedentemente conosciuto con il nickname Bimbo Alieno, L'Alieno Gentile è un operatore finanziario dal 1998; ha collaborato con diverse banche italiane ed estere.
Contributor OCSE nel 2012, ancora oggi gestisce attivamente patrimoni finanziari

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2 commenti su “Mi fermo un minuto sulla riforma fiscale, poi volo sul resto

  1. Enrico Marani il said:

    Quel che si delinea con rara evidenza in questi anni è la natura cannibale del capitalismo che sta divorando proprio quella “normalità” che ne è fondamento.

    L’impressionante #marchforourlives di ieri sancisce forse una delle prime reazioni di un sistema immunitario compromesso: quello del capitalismo, un capitalismo che uccide consapevolmente, producendo e vendendo armi a chiunque e accatastando cadaveri sanguinanti nelle scuole.

    La normalità è compromessa e prima ne prendiamo atto e meglio sarà, almeno per non cadere in un orizzonte consolatorio, dove la condizione di normalità e anestesia coincidono.

  2. Enrico Marani il said:

    Sarei molto più chiaro e meno mediato caro Alieno.
    La riforma fiscale USA e un progetto da rapina per promuovere porcherie assortite come il trickle down e dintorni. L’obiettivo è annichilire e distruggere proprio quella middle class e quella borghesia celebrata al suo nascere da Vermeer e Jan van Eyck con il suo celebre “I coniugi Arnolfini”.

    Scientemente si va a colpire una fascia precisa della popolazione letteralmente per spolparla viva. La normalità, come epifania, viene deliberatamente combattutta con scelte politiche volte ad annientarne il valore, la rilevanza sociale, le espressioni culturali ed il peso economico di chi la esprime e la incarna. Avvelenano le fonti con la paura avvelenamento a cui la borghesia impoverita reagisce affidandosi a chimere varie ed eventuali gestite proprio da chi intende annichilirla. Una spirale viziosa, ora al suo massimo di efficienza.

    L’eroismo delle vite ordinarie consiste oggi nel combattere attivamente chi ha il sempre più esplicito progetto di gettare in una straordinaria povertà economica ed intellettuale quella borghesia che è stata ed è la spina dorsale delle democrazie.
    La sfida è appunto per la democrazia, perché è la nostra convivenza civile ad essere minacciata in uno dei suoi fondamenti.

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