Forse è meglio così

Tempo stimato di lettura: 9 minuti

“Obama ha giurato; al via il secondo mandato. Il Paese si è fermato per la cerimonia di investitura. In ottocentomila hanno assistito all’Inauguration Day, mettendosi in fila sin dall’alba su Pennsylvania Avenue e riempiendo il Mall davanti a Capitol Hill, dove Obama, davanti a un mare di bandierine sventolanti, ha ripetuto in pubblico il suo giuramento come Presidente degli Stati Uniti.” (La Repubblica, 22 gennaio 2013)

Andrea passeggiava da tre quarti d’ora davanti all’ingresso del Terminal 2 dell’aeroporto di Milano Malpensa, settore Partenze, trascinando con sé nella sua febbrile agitazione l’ignaro, innocente trolley, le cui rotelle di gomma si stavano inesorabilmente logorando sull’asfalto.

Si sentiva la gola irritata e bruciante come dopo un milione di Camel, e in effetti aveva fumato parecchio ma aveva anche respirato un bel po’ di gas di scarico, standosene lì fuori. Batté i piedi per terra per ridare sensibilità alle dita intirizzite. Era giovedì 24 gennaio, le sei e mezza del pomeriggio, ovvero le diciotto e trenta, era ormai buio e la temperatura stava calando tanto rapidamente che gli pareva di intendere il rumore di quella flessione, anche se non sarebbe stato in grado di descriverlo. Il freddo gli stringeva le tempie come una tenaglia, e Azzurra era in ritardo di mezz’ora.

Si decise ad entrare per evitare l’assideramento, si sedette per qualche istante poi seguitò a passeggiare avanti e indietro, guardò l’orologio, controllò nuovamente il biglietto, prese il pacchetto di Camel dalla tasca del giaccone ma si ricordò che lì era vietato fumare, sbuffò e si sedette di nuovo, affranto. Quasi un’ora di ritardo. Pazienza, avrebbero saltato l’aperitivo ma c’era tempo, dato che il volo per Parigi partiva alle 21,15.

Alle diciannove e ventotto minuti (si era imposto di aspettare che la lancetta lunga dell’orologio si posizionasse sul trenta, ma era crollato su quell’insensato ventotto) le inviò un sms per avvisarla che si stava avviando al check-in. Se la sbrigò abbastanza in fretta, e passati i controlli di sicurezza si diresse verso la sala d’aspetto del gate dal quale avrebbero chiamato il volo.

Le diciannove e cinquantacinque, e anche il tempo che scorre non è silenzioso, e stando molto attenti se ne può distinguere il suono frusciante.

“Non verrà, e sono stato un coglione ad aver creduto che potesse arrivare. Ho voluto metterla alle strette e ho perso. Buon compleanno, Azzurra”.

Era incominciata per vanità, per curiosità, un po’ anche per noia. Azzurra era l’assistente del Grande Capo, colei che tutti in azienda temevano e blandivano a causa della sua indiscussa influenza. Trentacinquenne alta e bruna, non proprio bella ma certo sensuale nella sua asprezza, volitiva e sempre impeccabile, organizzata e sfaccettata – lavoro, palestra, teatro, qualche vernissage, famiglia: perché era anche sposata con un ingegnere minerario che trascorreva lunghi periodi all’estero. Senza figli, non si capiva bene se perché sarebbero stati di intralcio alle rispettive professioni o se semplicemente non trovavano tempo per farne.

C’era stata una cena l’estate precedente, organizzata da quelli del marketing per festeggiare l’acquisizione di un importante contratto per una nuova campagna pubblicitaria: stranamente, Azzurra li aveva  degnati della sua presenza e nel corso della serata Andrea, grafico trentenne assunto pochi mesi prima, aveva constatato che la percezione degli occhi di lei addosso non era una sua fantasia. Era stato al gioco, in quel periodo non aveva nemmeno una fidanzata a cui rendere conto, ammesso che potesse rappresentare un problema, e quella donna esprimeva davvero un fascino intrigante.

Gli aveva chiesto di accompagnarla a casa e poi lo aveva invitato a salire senza tanti preamboli. Azzurra abitava in via Carducci, in un palazzo d’epoca nei pressi del Palazzo Viviani Cova, imponente maniero in mattoni e pietra bianca edificato nel primo decennio del ‘900 in stile neo medievalista, con tanto di torre merlata che avrebbe ispirato trentacinque anni dopo gli architetti dello Studio BBPR per la realizzazione della Torre Velasca. Andrea era uno del Giambellino, ragazzo intelligente e sveglio che aveva incominciato da pochi mesi a guadagnare delle cifre appena discrete e quando varcò la soglia del lussuoso appartamento, dove tutto era studiatamente armonioso, si guardò attorno colto da una sorta di infantile eccitazione. Era consapevole di trovarsi in quella zona di Milano racchiusa tra la Basilica di Sant’Ambrogio, il Castello Cova, l’elegante palazzina liberty di Casa Laugier,  l’antico edificio delle Stelline ed infine il Collegio San Carlo, fondato nel lontano 1869 con l’intento di formare “anime ricche di sana cultura”, le quali tuttavia vi potevano accedere solo se dotate di un altro tipo di ricchezza molto più prosaica.

Vuoi per la suggestione del benessere borghese che si respirava in quell’ambiente,  vuoi per il brivido della clandestinità e per le indiscusse, sorprendenti doti amatorie di Azzurra, alla quale sull’argomento non poté insegnare nulla e che semmai lo condusse alla scoperta di un paio di territori ancora inesplorati, fatto sta che Andrea,  aspirante dandy biondo e androgino che avrebbe tanto voluto avere trent’anni negli anni 80 ma era arrivato in ritardo, aveva accettato volentieri di calarsi nella parte del giovane amante, disponibile e votato alla più assoluta discrezione.

Ciò che non aveva minimamente ipotizzato era che avrebbe potuto incapricciarsi di una donna così complessa ed indiscutibilmente dominante, né che avrebbe cominciato a soffrire per l’indispensabile segretezza del loro rapporto. Aveva incominciato a fantasticare su una loro ipotetica vita insieme (e perché no, dopotutto?) e si era illuso che dietro l’imperiosità degli slanci passionali della donna si celasse un sentimento che ancora non voleva ammettere nemmeno con se stessa. Forte di quella certezza, aveva deciso di regalarle un viaggio a Parigi per il suo compleanno: non erano mai andati via insieme, i loro incontri si svolgevano sempre nell’appartamento in via Carducci o a casa di Andrea al Giambellino, ma Azzurra non aveva mai voluto trascorrere la notte con lui.

Capita inevitabilmente che quando ci si innamora di una persona ad un certo punto si aneli alla condivisione del sonno: essendo un momento assolutamente privato durante il quale anche un predatore come l’essere umano è indifeso e vulnerabile, probabilmente non vi è nulla di più intimo.

Quando Andrea le aveva consegnato il biglietto aereo inserito in un allegro cartoncino augurale gli aveva rivolto l’espressione condiscendente che si riserva ai bambini noiosi per zittirli e aveva liquidato la faccenda con un asciutto

“vedrò cosa potrò fare”.

E lui, che proprio scemo non era, aveva immediatamente compreso che era finita. Ciononostante, era andato avanti come un treno, ignorando il non trascurabile dettaglio che stava proseguendo la sua corsa fuori dai binari: il che non lasciava presagire nulla di buono. Poi, l’impatto. Erano le diciannove e cinquantanove quando lesse sul cellulare la risposta al suo messaggio:

“Non verrò. Per i motivi che puoi immaginare, è meglio che i nostri rapporti tornino ad essere esclusivamente professionali. Conto sulla tua comprensione”.

Andrea si rilassò sulla rigida seggiolina nella sala d’attesa. Rammentò di sfuggita, per non farsi troppo male, tutto quello che aveva immaginato di quei tre giorni a Parigi e della svolta che avrebbero impresso alla loro storia, quindi si diede silenziosamente del cretino. Poi pensò

“…forse è meglio così”,

e per quanto fosse vero per innumerevoli, lampanti motivi, è quello che ci si dice per tutta la vita a torto o a ragione per consolarsi, a partire dalla prima delusione di quando da bambini viene negata la bicicletta o quel bel costume di carnevale.

Non c’era molta gente in sala d’attesa: probabilmente il volo per Parigi di giovedì 24 gennaio non doveva essere pieno.

“Meno male, così mi siedo in un angolo e se mi viene da piangere, pazienza”,

pensò Melania guardandosi attorno con l’aria di chi non sa bene se andare o stare. In fondo, poteva ancora succedere che Vittorio arrivasse, trafelato e sorridente.

“Ma via, non raccontiamoci delle storie. E poi, forse è meglio così”

Melania lavorava in uno studio legale nei pressi di piazza San Babila (non era un avvocato, era solo la segretaria di quattro avvocati, uno più spocchioso ed esigente dell’altro) e un paio di volte alla settimana aveva l’abitudine di pranzare al Gin Rosa. Lì, in un giorno di pioggia dello scorso autunno in cui il locale era particolarmente affollato, si era ritrovata a condividere il tavolo con un bell’uomo dalle tempie brizzolate, gli occhi blu ridenti e forse pure irridenti nel volto dalla mascella squadrata e dal naso leggermente aquilino, elegante ed educato. Avevano conversato come talvolta fanno due estranei che si trovano in una condizione di forzata intimità, le ginocchia che spesso – involontariamente – si sfioravano in quello spazio ristretto, ed era già tutto scritto da quella prima volta.

Le aveva detto di essere sposato prima di invitarla a cena, ma la serata finì comunque come doveva finire. Presero ad incontrarsi regolarmente il giovedì sera ed il sabato pomeriggio, e il pranzo al Gin Rosa divenne un’abitudine quotidiana. Melania, che aveva ventisette anni e non legava molto con i suoi coetanei, che trovava immaturi e troppo spesso superficiali, non ci mise molto ad infatuarsi della posata sicurezza del quarantaduenne Vittorio, sebbene avesse inizialmente accettato con assoluto disincanto quella che riteneva sarebbe stata un’avventura di breve durata. Sapeva che aveva due figli e le rare volte in cui aveva accennato alla moglie Melania aveva creduto di cogliere una sfumatura di annoiato distacco, e fraintendendo ciò che era solamente riservatezza prese a coltivare l’illusione.

Successe che un sabato mattina lui telefonò avvisandola che non si sarebbero visti perché sua moglie aveva degli impegni e lui avrebbe dovuto badare ai bambini, e per superare la noia e la delusione di un sabato pomeriggio improvvisamente vuoto Melania decise di andare alla Rinascente, in Galleria Vittorio Emanuele. Da Piazza Pompeo Castelli, dove abitava nel monolocale a pochi metri dalla casa dei genitori, prese il tram n. 1, scese in via Broletto e si avviò verso Piazza del Duomo.

Erano appena iniziati i saldi invernali e pareva che mezza Milano avesse deciso di andare alla Rinascente. Melania avrebbe preferito il Coin di piazzale Loreto, ma Vittorio abitava lì vicino, in via Padova, e non aveva voluto rischiare l’imbarazzo di incontrarlo: ma poiché Milano quando vuole può essere assai piccola e il destino notoriamente è cinico e un po’ anche baro, se lo ritrovò davanti al reparto casalinghi della Rinascente. Riconobbe le ampie spalle nel montgomery blu e i capelli folti e curati e si mantenne a debita distanza, combattuta tra la curiosità e una certa inquietudine, quasi un presagio di disgrazia imminente.

Lo vide deporre a terra il bimbo che aveva in braccio, afferrando saldamente la sua piccola mano, e cingere le spalle di una donna minuta che teneva per mano una bambina un poco più grande. L’affettuosa familiarità di quel gesto colpì il castello di carte che aveva arbitrariamente eretto nella sua mente, la cui struttura incominciò a vacillare: udì dapprima uno scricchiolio sinistro e subito appresso una serie di secchi crepitii, ma che sciocchezza, un castello di carte che crolla si affloscia nel silenzio più desolato.

Si spostò leggermente a sinistra in modo da poter osservare la donna: molto più giovane di Vittorio, poteva avere più o meno la sua età (e chissà poi perché se li era immaginati coetanei), il viso appuntito ed infantile incorniciato da corti capelli biondi tagliati a caschetto, i grandi occhi castani da cerbiatta, lo sguardo sereno e fiducioso appena velato dalla stanchezza consapevole e rassegnata di tante madri che devono gestire casa lavoro marito e figli, e indosso l’identico giaccone Timberland che Vittorio le aveva regalato a Natale, complimenti per la fantasia.

Ed era rimasta lì, ad intralciare il fluire di quella fiumana che la urtava frettolosa e spazientita, combattuta tra la solidarietà e l’istintiva simpatia per quella figura femminile che le faceva tenerezza – avrebbero potuto persino essere amiche – e ciò che provava per quell’uomo che avrebbe voluto per sé.

Non aveva riferito nulla a Vittorio, ma aveva deciso di uscire di scena in una maniera inspiegabilmente contorta, invitandolo a trascorrere un lungo week end a Parigi con la certezza del suo diniego, che le avrebbe fornito il pretesto per sbattere metaforicamente – o forse no – la porta: ma la reazione entusiastica dell’uomo l’aveva sconcertata e spiazzata. Tuttavia, insieme al castello di carte era crollata anche la considerazione che aveva di Vittorio, un banale fedifrago capace di mentire in egual misura alla moglie e all’amante: se lo tenesse pure la moglie, che almeno di tutto ciò non era consapevole. Che senso aveva andare a Parigi, a questo punto? Nessuno, ma al languore che scalda il ventre, piega le ginocchia e scompiglia il sangue non si comanda.

Quando si era decisa ad andare  da sola al check-in, aveva finalmente realizzato che Vittorio non aveva mai avuto intenzione di partire con lei: con ogni probabilità sarebbe anche sparito dal Gin Rosa. La scena era già vuota, e nessuno aveva sbattuto la porta.

Andrea si stava domandando che avrebbe fatto tre giorni da solo a Parigi, in quel bell’albergo vicino alla stazione ferroviaria di Saint Lazare, e concluse che era ora di cambiare la prospettiva di quel viaggio e porre al centro dell’attenzione la città, e si sentì rinfrancato ed orgoglioso per la sua flessibilità. Si guardò attorno, e vide alcune famiglie con figli di varie età, coppie più anziane, piccoli gruppi di donne sole che chiacchieravano animatamente.

E poi una ragazza piccola e sottile dai lunghi capelli lisci color carota,  che si sedette accanto a lui lasciandosi andare di schianto con una pesantezza impensabile per il suo corpo esile. Sobbalzò e guardò con aperta curiosità il viso ovale dalla carnagione lattea spruzzato di lentiggini fin sotto gli occhi castano chiaro punteggiati di schegge verdi, e Melania si scusò e fu colpita dall’espressione gentile di quel ragazzo alto e magro dal volto delicato, di una bellezza quasi femminea che contrastava con le mani grandi e forti.

Si presentarono e seduti vicini su quelle scomode seggioline si ritrovarono a parlare un linguaggio comune, e discorrendo di musica, di cinema, di locali milanesi e di quell’Obama che era stato eletto per la seconda volta e pareva davvero la fine di un’epoca e l’inizio di una migliore, per tutti (ma poi no, ma questo ancora non potevano saperlo) era come se si stessero timidamente assaggiando.

“Tu aspetti qualcuno?”,

domandò lui all’improvviso.

“No. Cioè sì, aspettavo qualcuno, ma non verrà più ed è meglio così. Tu?…”

“No, cioè, è strano, anch’io aspettavo qualcuno che non verrà e davvero è meglio così”,

e si scambiarono uno di quei sorrisi che non si capisce che vogliano dire ma chiudono bene una frase e soprattutto ne aprono un’altra che non sarà nemmeno il caso di dire.

Quando chiamarono il volo per Parigi, si diressero verso il gate e sull’aereo si salutarono, ognuno diretto al proprio posto. Si separarono con un poco di rimpianto perché allontanandosi temevano di perdersi, ma dopo il decollo Vittorio si accorse che il sedile accanto a quello di Melania era vuoto e la raggiunse.

“In che albergo sei a Parigi?”

“…non ho prenotato, non ero nemmeno sicura di partire. Troverò qualcosa, no? Parigi è grande”.

“Troverai qualcosa”,

disse lui, e pensò che aveva prenotato una suite spendendo una fortuna, ma forse era presto per una proposta del genere.

Mentre lo guardava un po’ di sottecchi lei si rese conto che aveva voglia di toccare quel ciuffo lungo e ribelle che gli spioveva sulla fronte per sentirne la consistenza sotto le dita, ma forse era presto per un gesto così confidenziale.

 “Ma tu, hai dei programmi per i prossimi giorni a Parigi?”

mormorò Andrea sentendo il suo cuore imprudente che accelerava un poco, e pensò che lei ne avrebbe di certo sentito il rumore, ma non gli dispiacque.

“No, nessun programma. Hai qualcosa da propormi?”,

rispose Melania, e le venne in mente che in realtà non si può mai dire quando sia il momento giusto per fare una cosa, così lasciò che la sua mano si allungasse con un movimento lento e determinato verso quel ciuffo insolente del colore della paglia.

Related Posts Plugin for WordPress, Blogger...

Sonia Fantozzi

Spirito irrequieto alla costante ricerca dei perché e dei percome. Ha lasciato Milano,ma in cima a una collina ha scoperto che sarà milanese per sempre.

Latest posts by Sonia Fantozzi (see all)

Precedente L’importanza di John Keating Successivo Straniero in terra straniera?

Lascia un commento

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.